Cinema

“L’homme qui marche”, Aurélia Georges (2007)

Vladimir Slepian è stato un artista di origini russo-ebraiche vissuto in Francia e morto nel 1998. Il suo nome non è noto ai più perché di lui venne pubblicato solo un breve racconto, “Fils de chien”, in cui abdica alla sua condizione di essere umano per accogliere quella di cane.

Aurélia Georges trae ispirazione dalla vita di Slepian per la sua opera prima, “L’homme qui marche” (“L’uomo che cammina”), e mutua il titolo dalla celebre scultura di Alberto Giacometti. Perché è certamente all’opera di Giacometti, all’esilità, incertezza e solitudine dell’uomo dello scultore svizzero che la Georges ammicca, non già alla falcata possente dell’omonima scultura di Rodin.

Viktor Atemian, così si chiama l’alter ego di Slepian su pellicola, è spigoloso e gentile allo stesso tempo. Aristocratico e raffinato nel portamento, nella distinzione con cui attraversa gli ambienti affollati attirando l’attenzione altrui, signorile nei piccoli gesti compiti che denotano il rispetto dell’altro, in quella “etichetta” che non è semplice forma, ma veicolo di una ben più significativa sostanza, Viktor si rivela poi improvvisamente aspro nel rifiutare di accontentarsi di saziarsi, o di soggiacere al controllo dello Stato aprendo un conto in banca. Viktor non vuole stare al guinzaglio, anche se nel suo “Fils de chien” incoraggia il suo interlocutore a sceglierlo come cane domestico e a prendersi cura di lui, civilizzato come un essere umano, ma rispettoso e fedele come un cane.

La storia raccontata inizia a Parigi nel 1974. Viktor è seduto al tavolino di un caffè, e lì prende avvio la sua amicizia con il fotografo Daniel, affascinato dalla signorilità di quest’uomo che vive in un appartamento vuoto, disadorno, e che per superare il disagio dell’obiettivo deve farsi scudo di una sedia sfondata.

La Georges, regista esordiente ma di raffinata sensibilità, mette in scena la parabola di un artista che attira ed incanta gli altri, ma che finisce per rimanere ai margini di una società a cui sente di non appartenere. Non gli appartiene lo sterile dibattito sul comunismo sovietico e sul rifiuto delle comodità borghesi tenuto dinanzi ad una ricca cena di formaggi e vino rosso. Non gli appartiene l’esultanza da tifoseria dinanzi alla vittoria alle elezioni di Mitterrand, simbolo di un socialismo che segna il definitivo imborghesimento di chi era pronto ad indignarsi per ogni ingiustizia. Si intravvedono, in filigrana alla narrazione, i cambiamenti di una Francia attraversata da mode culturali che si susseguono effimere senza lasciare alcun segno. Viktor, inizialmente interprete in un piccolo studio di traduzioni dal russo al francese, negli anni ’80, tramontato in Francia l’innamoramento comunista verso l’Unione Sovietica, vive di espedienti, sempre più ritirato, sempre più defilato, sempre più solo. L’università nutre solo il suo corpo, ma non la sua mente. Gli editori sono più interessati alla sua eccentrica biografia che alle sue idee. Una carità mascherata segna il declino di quest’uomo esile e magro che continua a marciare, solo e inesausto, fin quando si addormenta dolcemente per strada,

Aurélia Georges, al primo lungometraggio, realizza un’opera essenziale dallo stile asciutto e scarno, come le guance e il corpo di César Sarachu, il magnifico interprete che dà vita all’elegante Viktor. Lontano dal cinema verità, e lontano dal cinema francese di salotti borghesi e chiacchiere futili, le poche parole del copione del film e la macchina da presa ferma ma discreta riecheggiano la densità del cinema di Robert Bresson, e cercano di non tradire lo spirito con cui Vladimir Slepian visse e morì.

Bellissima e imperdibile opera prima.

 

La mia valutazione:

[rating=8]

 

 

“L’homme qui marche”

di Aurélia Georges

Francia, 2007.

Durata: 83′

 

Con Miglen Mirtchev, Florence Loiret Caille, Serge Bozon, Mireille Perrier, César Sarachu, Judith Henry, Françoise Meunier, Gilles David, Lee Michelsen e John Arnold.

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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