Libri,  Pittura

“Lettere a Theo”, Vincent Van Gogh

Vincent e Theo Van Gogh erano spiriti affini, in modo diverso. Le loro vite erano molto differenti, ma l’amore per l’arte e una comune sensibilità in qualche modo rafforzavano il loro legame fraterno.

Vincent era il maggiore dei fratelli Van Gogh – il secondo, in realtà: il primogenito era nato senza vita.
Theo era il quarto, e aveva quattro anni meno di Vincent.
Vincent dipingeva quadri. Theo i quadri li vendeva; ma non quelli del fratello, che non rispondevano ai canoni dell’epoca ed erano pertanto invendibili (circostanza che creò diverse tensioni tra i due).
Theo lavorava per la Goupil & Co. come mercante d’arte. Per un certo periodo vi aveva lavorato anche Vincent, che poi però ne era stato licenziato.
Theo viveva a Parigi, conduceva una vita borghese e raffinata svolgendo un lavoro che gli permetteva di essere a contatto con l’arte, ma che allo stesso tempo era frustrante e gli sottraeva energie.
Vincent si trasferiva continuamente, anima inquieta, alla ricerca dei colori più intensi e di un appagamento che non raggiunse mai. Con la famiglia ruppe abbastanza presto; la sua vita errabonda e le sue frequentazioni umili non erano viste di buon occhio. Dal momento in cui decise di fare il pittore, all’età di 27 anni, dopo aver tentato varie strade lavorative ed esistenziali, visse in forte povertà ai limiti dell’indigenza. A mantenerlo e salvarlo era Theo, che ne sosteneva gli studi artistici e l’esistenza stessa inviandogli un emolumento mensile a cui poi aggiungeva vari extra, come si può arguire dalle lettere. Nonostante ciò, a causa dei costi molto elevati che la pittura richiede, Van Gogh continuò a sacrificare il benessere fisico e alimentare per procurarsi l’occorrente con cui studiare e lavorare. E se Theo conduceva una vita assolutamente diversa da quella del fratello, è indubbio che più in là, da uomo sposato e padre di un bambino, quelle spese dovessero pesargli parecchio.

La voce di Vincent, dalla prima lettera raccolta nel libro*, datata 1875, all’ultima, mai completata e spedita, trovata addosso al pittore suicidatosi, datata 1890, cambia e rimane uguale al contempo. Per numerose lettere parla di Dio, di Cristo, di fede; meditava infatti di diventare pastore, come il padre; poi è seguito il periodo in cui era in lotta col mondo per la sua decisione di vivere con Sien, la prostituta con prole che il pittore voleva sposare e salvare. E poi quello della convivenza con Gauguin… E ogni periodo è un nuovo inizio, e la speranza di aver trovato la propria strada; la speranza di mettere radici in un posto che diventi suo. Ogni periodo è incertezza, e difficoltà, e tentativo di vedere i lati positivi, e riaffermazione dei propri valori e della propria personalità, e analisi critica di sé, delle proprie capacità, della propria vita. E anche amore per la vita, per i buoni libri, letti con avidità ed interesse. Per la natura e le persone, per il loro lavoro.

Van Gogh parla di sé come di un uomo che vorrebbe una famiglia, degli amici, vorrebbe sentire il calore umano, ma è condannato alla solitudine. Sa che gli altri lo ritengono “una nullità, un uomo eccentrico o sgradevole”. E invece vorrebbe che dai suoi quadri si comprendesse la tenerezza del suo animo, vorrebbe che i suoi disegni andassero al cuore della gente. Avendo lavorato per diverso tempo nell’azienda Goupil, conosce il mercato dell’arte, e non è ad esso che ambisce. Ritiene che il pittore non debba lavorare per vendere, ma debba cercare l’aderenza alla natura, immergervisi, e rendere quella natura, quell’arte, comprensibile a tutti. Il resto sarebbe venuto da sé; pur essendo estremamente critico verso il proprio lavoro, il pittore aveva fiducia di poter compiere significativi progressi con lo studio e l’impegno costanti, e giunto quel momento il mercato avrebbe iniziato ad interessarsi a lui, permettendogli finalmente di vivere della pittura. Ma questo giorno non arrivò mai, e ciò fu causa di enorme frustrazione per Van Gogh, che ebbe anche forti tensioni e litigi con Theo, accusato di essere disinteressato al lavoro del fratello e di non provare a vendere nessuno dei suoi quadri. La mancanza di approvazione e i giudizi negativi erano una conferma di quella severità che già applicava sin troppo duramente verso sé stesso. Il pittore continuò a lavorare con ritmi molto intensi (esclusi alcuni periodi di forte malessere) e ciò che lo sosteneva era la fiducia che un giorno avrebbe potuto migliorare. L’attenzione verso i propri progressi, e la paura che siano dettati solo da illusione, lo portano a chiedere costantemente il giudizio del fratello, a cui invia gran parte dei propri studi e delle proprie opere.

Toulouse-Lautrec, "Ritratto di Vincent Van Gogh" (1887)
Henri de Toulouse-Lautrec, “Ritratto di Vincent Van Gogh” (1887)

Quello stesso senso critico è utilizzato verso i lavori dei propri colleghi ma con maggiore obiettività e nessun intento censorio o polemico. Inizialmente Van Gogh è un grande ammiratore degli impressionisti, e non poteva essere altrimenti data la centralità, in questa corrente artistica, dello studio del colore, dell’effetto di realismo che non sia pedissequa copia del vero, ma ricerca dell’essenza delle figure. Nelle ultime lettere invece il pittore esprime i suoi dubbi sulla validità del movimento, ma non per intento distruttivo, quanto per effettiva coerenza critica. La stessa che lo porta ad esercitarsi costantemente sul disegno, sulle tecniche, ad analizzare i propri progressi, a discutere con il fratello di colori. Uno dei ritratti più belli e interessanti dedicati al pittore, quello realizzato dal grande Toulouse Lautrec, raffigura Van Gogh assorto, intento all’osservazione, concentrato sul soggetto come volesse penetrarlo con lo sguardo, e circondato di mille sfumature di colori; le stesse di cui è fatto Van Gogh stesso.

La sensibilità del pittore per il colore è nota, ed anche un profano non può evitare di rendersene conto. Alla base di questa padronanza dei colori vi sono studi approfonditi che si fondano innanzitutto sull’osservazione di quadri di grandi pittori e colleghi più o meno illustri. Theo spediva al fratello stampe giapponesi e riproduzioni dei quadri che Vincent gli chiedeva di procurargli. E molte delle lettere tra i due vertono proprio sul colore, come nella piccola disputa in cui Theo afferma che il nero non vada usato in pittura, ed ottiene come risposta che Rembrandt e Velasquez di nero non ne usavano uno, ma “ben ventisette, te l’assicuro”. O come nel dibattito sull’uso realistico del colore, difeso da Theo che ritiene pericolosa la tendenza di fine secolo di utilizzare tonalità non corrispondenti al colore reale del soggetto, avversato da Vincent che rifiuta un’arte che simuli la realtà come uno specchio, preferendo la ricerca della poesia e della creatività anche nel vero.

Riproduzione di Van Gogh (a destra) da una stampa di Hiroshige (a sinistra).
Riproduzione di Van Gogh (a destra) da una stampa di Hiroshige (a sinistra).

Van Gogh è innamorato della pittura, del colore, della natura. Sin dalle prime lettere torna costantemente il richiamo alle “giapponeserie”, nella cui personale riproduzione spesso si cimenta. Il gusto dell’esotico e dell’Oriente è tipico dell’Ottocento, ma Van Gogh è molto chiaro nell’esprimere ciò che lo affascina dei maestri orientali, e ciò che vorrebbe raggiungere: la limpidezza nello sguardo. Quante volte, nel suo confrontarsi con i colleghi pittori, Van Gogh elogia le “giapponeserie” (termine affatto dispregiativo), Hokusai in cima a tutti, avvinto dal cuore dell’arte orientale: un filosofo saggio che studia un unico filo d’erba, e da esso poi tutto il mondo. La chiarezza e la semplicità di quei tratti rivelano al pittore una lucidità interiore, mentale, che si concentra tutto nella precisione ed essenzialità del disegno. “Semplice come il respiro”.

Semplice come forse il pittore avrebbe voluto fosse la vita per lui. Nelle sue parole emerge l’umiltà dell’artista che sa di dover lavorare duramente per raggiungere i traguardi prefissati, ma anche lo sconforto per un vissuto interiore che non riusciva più a gestire. Nel 1889 scrive al fratello di essere stato nuovamente internato per via di una petizione mossa al sindaco da un gruppo di cittadini spaventati per i suoi comportamenti anomali. Il pittore tiene a precisare a Theo di non essere pazzo, e vive sentimenti ambivalenti. Da un lato il contatto con la follia lo rassicura sulle proprie condizioni e lo porta a considerare tale disturbo come una malattia tra le altre, in una sorta di mite e rassegnata pacificazione con sé stesso; dall’altro, attraversa periodi di morte interiore, assenza di desiderio, intensa tristezza.

 

Ora questo “orrore della vita” è già diminuito e la malinconia è meno acuta, ma non ho ancora alcuna “volontà”, neppure desiderio, e tutto ciò fa parte della vita ordinaria […]

 

Le ultime opere sono più cupe per soggetto, bilanciamento della composizione, densità della pennellata. La fine della sua vicenda è nota. Nel 1890, uscito per dipingere nelle campagne di Auvers-sur-Oise, si sparò al petto. Riuscì a trascinarsi fino alla locanda in cui alloggiava dove morì il 29 luglio assistito da Theo, il quale, ammalato di sifilide, morì pochi mesi dopo il fratello.

Un secolo dopo Vincent Van Gogh è tra gli artisti più studiati, amati e apprezzati della storia della pittura. Le sue opere sono stimate a prezzi elevatissimi, in un beffardo contrappasso (ben evidenziato nelle prime battute di “Vincent & Theo”) della povertà che ha caratterizzato la sua vita e le sue difficoltà lavorative ed esistenziali, senza la quale, forse, il disturbo epilettico di cui pare soffrisse non sarebbe stato così distruttivo.

Lettura intensa e consigliata, per ricordarci che Van Gogh è stato un genio non per la sua malattia, ma nonostante la sua malattia.

 

Su una marina c’è un’enorme firma rossa, perché volevo fare una nota rossa nel verde.

 

 

 

* L’edizione a cui mi riferisco è: Vincent Van Gogh, “Lettere a Theo”, Ugo Guanda Editore, Parma 2013

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *