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“Lettere”, Charlotte, Emily e Anne Brontë

Sei vite solitarie e sfortunate nelle selvagge brughiere dello Yorkshire; sei esistenze talentuose terminate precocemente.

Maria, Elizabeth, Branwell, Charlotte, Emily ed Anne Brontë, ovvero i fratelli più celebri nel mondo della letteratura, vissero presso Haworth, dove il padre, il reverendo Patrick Brontë, si era stabilito assieme alla moglie Maria Branwell. I sei figli del reverendo, rimasti presto orfani della madre, inseguono un destino altrettanto triste: moriranno di tisi e conosceranno una vita di grandi sofferenze, i cui frutti tuttavia sono un pugno di libri che consegnano loro un posto di diritto nel mondo della letteratura.

Questa raccolta di “Lettere” curata da Barbara Lanati per i tipi della SE ci aiuta a far luce sui caratteri e sulle dinamiche tra i componenti della famiglia. Fanno da padrone le lettere di Charlotte, il vero pilastro della famiglia, la più dinamica e attiva dei sei figli, quella che prende in mano la situazione nei momenti di difficoltà. Incontriamo occasionalmente anche annotazioni scritte da Emily e Anne, e più frequentemente qualche lettera del fratello Branwell. È però sotto il segno del reverendo Patrick Brontë che la Lanati, già curatrice di diverse opere su Emily Dickinson, tra le altre, decide di aprire questa raccolta: lo scambio epistolare giovanile con la futura moglie Maria Branwell e soprattutto quello successivo con Mary Burder, contattata tatticamente a pochi mesi dalla morte della moglie per una proposta di matrimonio, lasciano intuire la forte e manipolatoria presenza paterna attorno a cui ruoteranno le vite dei fratelli Brontë. L’altro uomo di casa Brontë, Branwell, che pure lascerà un segno profondo nella famiglia e nelle esistenze delle sorelle, non riuscirà a scalzare il reverendo dal ruolo di pater familias, morendo molto giovane di vizi e depressione. Prima di lui però saranno Mary ed Elizabeth a morire, a soli undici e nove anni; iscritte in un istituto femminile presso Cowan Bridge, le tremende condizioni scolastiche saranno fatali alle bambine, che moriranno consunte dalla tisi. Anche Charlotte ed Emily frequenteranno per un certo periodo la scuola di Cowan Bridge, rimanendone minate nella salute a loro volta; l’esperienza segnò Charlotte che la ripropose nei capitoli iniziali di “Jane Eyre” sotto le sembianze dell’istituto di educazione “Lowood School”.

Rimasti in quattro, i piccoli fratelli Brontë, accuditi dalla fedele domestica Tabby, crescono in un mondo di fantasia e creatività; quella realtà esterna che tramite la vita affacciata sulla brughiera non può essere esperita, è sostituita da regni fantastici creati con le parole e con lo scambio immaginativo dei fratelli. Una nota scritta da Charlotte nel 1829 ci lascia l’immagine di quattro ragazzini che, per vincere la noia e la solitudine, fantasticano di possedere delle isole e di farle governare da grandi personaggi storici; ci sembra di sentire le voci stridule e la concitazione di questi bambini che poi, al tocco dell’ora, sono spediti a letto con decisione. I mondi immaginari creati dai fratelli Brontë divengono delle saghe portate avanti per anni; ancora superati i vent’anni lasciano tracce di sé nelle lettere famigliari. La letteratura diviene uno strumento conoscitivo della realtà, rende più solidi i legami tra fratelli (Charlotte creò il mondo di Glass Town con Branwell, Emily creò la saga di Gondal assieme ad Anne) e si proietta come il futuro dei fratelli, in particolar modo di Branwell, il cui talento e il cui futuro successo sembrano fuori discussione.

Dopo la fallimentare esperienza scolastica a Cowon Bridge, l’adolescente Charlotte viene inviata nell’istituto d’istruzione per signorine di Roe Head. Roe Head è una tappa importante per la vita di Charlotte, sia perché è la stessa scuola in cui muoverà i primi passi lavorativi come insegnante, sia perché è lì che conosce Ellen Nussey, l’amica di una vita intera. La corrispondenza con Ellen è la più fitta ed intima, da quel che si percepisce leggendo il volume, e sembra avere una battuta d’arresto solo nel 1854, quando Charlotte è prossima alle nozze con il vicario Arthur Bell Nicholls. Difficile dire se la definizione di “lesbica latente” utilizzata dalla Lanati nella postfazione per indicare l’ambiguità del rapporto con Ellen sia appropriata o meno; è però vero che si è trattato di un legame intenso, di grande fiducia e, negli anni giovanili, di disperato fervore.

 

Ellen, vorrei poter vivere sempre con te. Mi sto attaccando a te sempre di più. Se solo avessimo una casetta e dei mezzi nostri, credo davvero che potremmo vivere e amarci fino alla MORTE senza dipendere da nessun altro per la nostra felicità. (Charlotte ad Ellen Nussey, 1836)

 

“Mezzi nostri” e “dipendere”. La concretezza del quotidiano è quanto ossessiona la ventenne Charlotte, costretta ad insegnare a Roe Head, e successivamente a fare l’istitutrice in case private signorili, per aiutare il padre nelle spese per la famiglia. Charlotte non è felice, si sente soffocare, detesta il suo lavoro e vorrebbe poter essere indipendente, condizione che ad una donna della sua epoca è quasi sempre preclusa.

Mentre Charlotte vive la frustrazione di non poter disporre della propria giovinezza come vorrebbe, Emily e Anne vengono a loro volta educate presso l’istituto di Roe Head. Emily vi rimane solo pochi mesi, per poi fuggire a casa. Al suo ritorno parte Anne. Entrambe hanno l’usanza di scrivere, il giorno del genetliaco, dei biglietti in cui annotano gli eventi principali degli ultimi anni, chiedendosi cosa sarà di loro in futuro e immaginando sé stesse a distanza di anni, quando apriranno il biglietto. Sono annotazioni allegre e piene di speranza, in cui però già si insinuano la precarietà e l’incertezza dell’esistenza, con cui i fratelli Brontë sono costretti a fare i conti da sempre.

Da leggersi
quando Anne avrà venticinque anni
o al mio prossimo compleanno
se
tutto andrà bene

(Emily, 30 luglio 1841)

 

E mi domando quale sarà la nostra situazione e dove o come saremo tutti noi tra quattro anni esatti. Se tutto andrà bene, allora io dovrei avere venticinque anni e sei mesi, Emily ventisette, Branwell ventotto e un mese e Charlotte ventinove e tre mesi. Ora siamo lontani l’uno dagli altri, senza possibilità di vederci per molte lunghe settimane, ma nessuno di noi è malato che io sappia e ciascuno sta facendo qualcosa per guadagnarsi da vivere, tranne Emily, che comunque è impegnata quanto noi e, in realtà, paga per il suo mantenimento. […] Come sarà quando apriremo questo biglietto e quello che ha scritto Emily? Chissà se i Gondal andranno ancora a gonfie vele, e chissà se andremo noi. (Anne, 30 luglio 1841)

 

Sia Charlotte, che Emily ed Anne, cambieranno spesso posto di lavoro. Per anni accarezzeranno il progetto di gestire una propria scuola ed essere finalmente indipendenti – come si fa a non pensare a quanto avesse ragione la Woolf in “A room for one’s own” ? – ma esso non si realizzerà mai. Nel 1842 però Charlotte ed Emily, grazie all’aiuto economico della zia, possono partire per Bruxelles dove frequenteranno la scuola gestita da madame Héger. Se Emily tornerà definitivamente a casa nel novembre di quello stesso anno, Charlotte si tratterrà a Bruxelles per tutto il 1843, decidendo infine di partire nel mese di dicembre, incapace di tollerare oltre l’aria pesante del convitto. Charlotte, infatti, si era innamorata di monsieur Constantin Héger, marito della direttrice nonché stimato insegnante presso la stessa scuola. È verosimile pensare che madame Héger, compresa la situazione, sia divenuta fredda e diffidente nei confronti di Charlotte.  L’affezione di Charlotte per monsieur Héger tuttavia era profonda, e durò diverso tempo. Continuò a scrivergli, a lunghi intervalli, per due anni, dopo i quali cercò di dimenticarlo, anche se il suo primo romanzo (pubblicato postumo), intitolato “The Professor”, contiene probabilmente degli elementi autobiografici.

Di certo le problematiche della famiglia dovettero giocoforza costringerla ad occuparsi di altro. Lo stesso giorno in cui Emily ed Anne aprono i biglietti di compleanno scritti quattro anni prima e ne stendono altri da aprire a quattro anni di distanza, speranzose in un futuro più sereno, Charlotte informa l’amica Ellen di una disgrazia appena abbattutasi sulla famiglia: il licenziamento di Branwell dal posto di istitutore che copriva presso la famiglia Robinson. La lettera con cui Branwell viene malamente licenziato è piena di minacce e ingiurie: il signor Robinson ha infatti scoperto la relazione tra Branwell e la signora Robinson, e in maniera velata accusa Branwell di non meglio precisati crimini peggiori. Charlotte scrive all’amica:

Da quel momento abbiamo avuto un gran daffare e molta tristezza per Branwell. Non ha pensato ad altro che a stordirsi e ad annegare la sua disperazione. In casa non c’è più stata pace per nessuno. Infine siamo state costrette a mandarlo una settimana via da casa, insieme a qualcuno che avesse cura di lui. Mi ha scritto stamani, esprimendomi il suo rammarico per quella folle frenesia; promette che farà ammenda al suo ritorno, ma, fintanto che resterà a casa, io non oso sperare che troveremo pace. Temo che ci si debba preparare tutti a una stagione triste e inquieta. (Charlotte ad Ellen Nussey, 31 luglio 1845).

Charlotte non immagina quanto il suo presagio sia fondato. Il fratello, dopo una lunga depressione e l’abuso di oppio e laudano, morirà di tubercolosi tre anni dopo, seguito a distanza di pochi mesi da Emily e poi da Anne, quasi che la caduta di Branwell abbia trascinato con sé il resto della famiglia. Erano tutti convinti che l’unico figlio maschio fosse destinato a grandi cose; lui stesso probabilmente, nel momento in cui sottoponeva i suoi scritti ai principali poeti contemporanei, si aspettava di ricevere un incoraggiamento che però non arrivò mai. Singolare storia quella di Branwell, che fu oscurato, già in vita, dai talenti delle sorelle, e che non riuscì ad esprimere i propri. Era anche pittore, e suo è il ritratto delle sorelle Brontë che accompagna questo articolo e ci restituisce testimonianza dei visi delle tre scrittrici. Anne, Emily e Charlotte ritratte dal loro unico fratello, il quale doveva figurare fra Charlotte ed Emily, ma che rinuncia, infine, ad apparire, coprendo l’abbozzo del proprio viso con una colonna color ocra, la quale però col tempo sbiadisce rivelando l’ombra di Branwell, suggestivo ed irrequieto fantasma che non riesce ad acquisire una propria fisionomia. Un errore nella trattazione del colore che finisce per divenire la più eloquente metafora del rapporto tra Branwell e le sorelle.

Mentre Branwell si annienta tra alcol e droghe, le sorelle debuttano nel mondo della letteratura pubblicando a loro spese un volume di poesie firmato da Currer, Ellis e Acton Bell. Si tratta naturalmente delle tre scrittrici, trinceratesi dietro pseudonimi maschili per ricevere una valutazione artistica al netto di pregiudizi legati al loro sesso. A distanza di un anno dalla pubblicazione la raccolta vende solo due copie, ma il talento di Emily non passa inosservato. Le tre sorelle ci riprovano con opere in prosa, pubblicando “Jane Eyre”, “Wuthering Heights” e “Agnes Grey”, e questa volta l’interesse verso questi tre “scrittori” è lampante. “Jane Eyre” soprattutto desta l’attenzione della critica e ottiene un grande successo in America. È indubbiamente Currer Bell ad essere sotto i riflettori; Ellis e Acton, almeno in fase iniziale, vivranno di luce riflessa.

Charlotte è sempre più a suo agio nella rete epistolare intessuta con editori e critici letterari. Parla di letteratura con disinvoltura, così come esprime giudizi su scrittori a lei contemporanei e ben più celebri.

 

È per me un onore godere dell’approvazione del signor Thackeray, giacché io nutro stima per il signor Thackeray. Questo può suonare presuntuoso, ma intendo dire che già da molto tempo ho avuto modo di ravvisare nei suoi scritti un talento autentico, quello per cui ho sempre provato ammirazione e, al tempo stesso, meraviglia e diletto. (Charlotte a William Smith Williams, 28 ottobre 1847).

 

Non avevo mai sfogliato “Orgoglio e Pregiudizio” finché non ho letto la Sua opinione in proposito. Solo allora mi sono procurato il libro. E cosa vi ho trovato? Un accurato ritratto dagherrotipo d’un viso comune, un giardino coltivato e cintato con ogni cura, con aiuole precise e fiori delicati, ma neanche il lampo di una fisionomia luminosa e vivida, non uno scorcio di campagna aperta, non un po’ d’aria fresca, non una collina azzurra, non un bel torrente. (Charlotte a George Henry Lewes, 12 gennaio 1848).

 

Nel frattempo le condizioni di Branwell peggiorano. La tisi e gli oppiacei con cui si stordisce per lenire il dolore dei suoi fallimenti lo conducono alla morte nel settembre 1848. Stando alle parole di Charlotte, per non ferirlo ulteriormente le sorelle non gli avevano mai parlato della pubblicazione delle proprie opere.

 

Il mio sventurato fratello non ha mai saputo quello che le sue sorelle avevano fatto in campo letterario. Non è mai stato messo al corrente delle nostre pubblicazioni. Non potevamo raccontargli i nostri sforzi per paura di causargli un colpo troppo grande, di farlo sentire in colpa per il tempo che lui sprecava e le qualità che non faceva fruttare. (Charlotte a Ellen Nussey, 2 ottobre 1848).

 

C’è molto dolore nelle parole di Charlotte (è presente in tutta la lettera) ma nella frase finale è presente un rimprovero, nemmeno molto velato, nei confronti di questo fratello così promettente che aveva poi disatteso ogni lecita aspettativa… per il tempo che lui sprecava e le qualità che non faceva fruttare… parole in un certo modo spietate, dettate probabilmente da un rancore sommerso per i travagli sopportati, ma anche da un senso del dovere molto rigido che non contempla il fallimento o l’errore, e che li attribuisce alla mancanza di volontà; lo stesso inflessibile senso del dovere che probabilmente Charlotte, in quanto donna e in quanto primogenita, aveva interiorizzato, venendone guidata nella vita di ogni giorno. È sempre quel senso del dovere che la porta a prendersi cura di Emily, anche lei nelle ultime fasi di consunzione della tisi. Si tratterà di una lotta ancora più dura, perché Emily è persino più inflessibile di Charlotte nel rifiuto di lamentare i propri malesseri, di esporre la propria condizione e di essere visitata o di assumere medicine, arrivando così alla morte. È il 19 dicembre 1848. Per Charlotte è un altro colpo, ancora più duro perché Emily è la sorella a cui è maggiormente legata. Un colpo da cui non ha tempo di riprendersi perché anche Anne mostra di essere debilitata a causa di una malattia che ben presto si rivela quella, fatale, che ha già decimato la famiglia: la tisi. A nulla servono le cure, a nulla serve un viaggio a Scarborough, con Charlotte ed Ellen, nella speranza che l’aria migliore aiuti la malata: il 28 maggio 1849 Anne muore. Per Charlotte è arrivato il momento di fermarsi, tirare il fiato e confrontarsi con il dolore e la solitudine. Ed il pensiero torna ancora ad Emily:

 

Ho lasciato che Anne se ne andasse a Dio, sentivo che aveva dei diritti su di lei. Della morte di Emily non riuscivo a darmi ragione. Volevo tenerla con me e la voglio ancora adesso. (Charlotte a William Smith Williams, 4 giugno 1849)

 

Durante la giornata, le incombenze di casa mi occupano, ma, quando cala il crepuscolo, qualcosa nel mio cuore si ribella contro il peso della solitudine; la sensazione di questa perdita è troppo forte per me. In questi momenti non sono buona né amabile; sono ribelle. […] Quanto alla notte, se potessi fare a meno del letto, non lo cercherei mai. Desta, penso a loro; addormentata, sogno di loro. (Charlotte a William Smith Williams, 25 giugno 1849)

 

Superare la perdita di tre fratelli e la sofferenza di quei mesi non è facile, ma paradossalmente è proprio dopo quei lutti che, come fa notare la Lanati, Charlotte prende a vivere come Charlotte Brontë. Viaggia con intensità, diviene sempre più celebre, conosce Thackeray, Elizabeth Gaskell, trascorre un periodo ospite di Harriet Martineau. È l’unica dei fratelli Brontë a conoscere il successo in vita, pubblica altri due romanzi dopo pochi mesi dalla perdita di Anne (“Shirley” e “Villette”) e continua ad interloquire con una critica che a volte è dura e sospettosa sulla sua reale identità (si era ormai compreso che Currer Bell fosse una donna). Ma il pensiero, il tormento di Charlotte, è rivolto sempre agli stessi pensieri: alla perdita dei fratelli. L’editore le propone di curare una nuova edizione degli scritti di Emily ed Anne, ed il lavoro la costringe a rievocare ricordi dolorosi. Non può che essere Ellen la confidente del lato più intimo di Charlotte:

 

La rilettura dei loro scritti ha ravvivato i ricordi, riportando la sofferenza della perdita e destandomi un’angoscia quasi insopportabile. Per un paio di notti, non sapevo come avrei potuto arrivare al mattino, e quando il giorno veniva, mi trovavo ancora tormentata da un senso di nauseante disperazione. Ti dico queste cose perché mi è assolutamente indispensabile trovare un po’ di conforto. […] Non posso descrivere cos’ho passato al mio ritorno da Londra, dalla Scozia ecc. V’è stata in me una reazione che mi ha gettata a terra. Il silenzio tremendo, la solitudine, la desolazione erano atroci. Ciò che ho il terrore di sentire ancora è il desiderio di compagnia e di conforto al dolore inconsolabile. (Charlotte ad Ellen Nussey, 23 ottobre 1850)

 

Nel 1852 un cambiamento inatteso giunge nella vita di Charlotte: il fidanzamento con Arthur Bell Nicholls, vicario della parrocchia del reverendo Brontë. Il reverendo è furioso e non tollera che la sua unica figlia lo lasci per sposarsi, ma la tenacia e fermezza di Charlotte, in questo caso, lo convingono lentamente a desistere. Nell’estate 1854 Charlotte si sposa, qualche mese dopo scopre di essere incinta. Il bambino non nascerà mai perché ancora una volta si compie il tragico destino dei Brontë: il 31 marzo 1855, dopo diverse settimane di malattia, Charlotte muore di consunzione. Sarà il marito ad informare Ellen Nussey della triste notizia.
Barbara Lanati offre una sua personale lettura di questi ultimi anni di vita di Charlotte: lei, abituata a lasciar convivere i suoi due lati Masculin e Féminin nella relazione con Ellen, nel lavorare per la propria indipendenza economica, nel riflettere sui mali della donna “profondamente radicati alle fondamenta del sistema sociale”, lei, Charlotte Brontë, “si perde”, per usare le parole della Lanati, allontana Ellen da sé, accetta di essere moglie e di inserirsi nelle strutture sociali e culturali predisposte dal mondo maschile per una donna del suo grado. La vita non è letteratura e sui suoi accadimenti non possiamo avere il controllo di uno scrittore sul testo, ma la rilettura della Lanati è suggestiva e merita le ultime parole di questo articolo.

 

Perché stupirsi se nell’epistolario l’ultima parola spetta ad un uomo? Non è una civetteria qualunque, ma un dato di fatto. Al capezzale di Charlotte c’era Arthur Nicholls. È “logico” che sia la sua la voce che, alla fine, dà corpo al “silenzio” di Charlotte.

 

 

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