Cinema,  Da provare almeno una volta nella vita

“Les Quatre Cents Coups”, François Truffaut (1959)

Antoine Doinel è in un commissariato parigino dopo aver tentato di restituire una macchina da scrivere rubata. Dietro le grate osserva il mondo con una tale mestizia, che sembra aver portato quello sguardo per tutta la sua breve vita. È solo una delle tante sequenze indimenticabili de “Les Quatre Cents Coups”, il primo film alla regia di François Truffaut, e forse il suo capolavoro.

Il 21 ottobre, a giorni, si celebreranno i trent’anni dalla morte del grande regista, avvenuta nel 1984 per un tumore al cervello. Ed ho voluto anch’io ricordarlo con la visione di quello che ritengo il suo film più bello, assieme ad “Adele H.”.

Spesso per indicare un’opera d’autore esordiente particolarmente riuscita, si parla di esordio folgorante, ma quando si vedono film come “Les Quatre Cents Coups” si comprende cosa davvero significhi tale espressione e quanto spesso sia usata in maniera inappropriata. Nella storia di Antoine Doinel, Truffaut aveva riversato la sua infanzia difficile, la passione per le parole e i libri (cosa mai poteva rubare Antoine se non una macchina da scrivere?) e il suo amore per il cinema, che lo aveva reso una delle penne più acute della critica cinematografica sin da quando aveva 18 anni, età in cui Andrè Bazin (fondatore della rivista “Cahiers du Cinéma”) lo introdusse in tale ambiente, diventando per lui la figura paterna che in fondo gli era sempre mancata.

E proprio come Truffaut, Antoine Doinel ha l’irrequietezza di un figlio che non conosce il vero padre e che si sente un peso per la madre. A scuola contribuisce con i compagni a vivacizzare le lezioni del maestro, e per tutta la prima parte del film insegue gli ordini impartitigli a scuola e a casa con un ritmo quasi opprimente seppur addolcito dalla leggerezza della macchina da presa del regista. Leggerezza non da intendersi come superficialità, ma come freschezza e realismo con cui Truffaut coglie il bambino che macchia d’inchiostro un foglio dopo l’altro fino a ritrovarsi il quaderno vuoto, la scolaresca che si anima non appena il maestro si volta per scrivere alla lavagna. Si avverte l’eco di Jean Vigo e del suo bellissimo “Zéro de conduite”, che Truffaut aveva visto e amato per la prima volta a 14 anni e che, per via dell’età e dell’identificazione, per diverso tempo aveva preferito a “L’Atalante”.

Ad interpretare Antoine Doinel è Jean-Pierre Léaud, che di Doinel diventa l’incarnazione stessa, e di Truffaut l’alter ego, protagonista dei successivi quattro film con cui Truffaut testimonierà la crescita del suo personaggio (Antoine et Colette, Baisers volés, Domicile Conjugal, L’amour en fuite). Léaud è Doinel. È il ragazzino che fugge di casa, schiacciato dagli adulti come dalla forza di gravità nella giostra centrifuga, e che non riesce a trovare quiete, perennemente in cerca di spiragli e marachelle. Un ragazzino che fa il diavolo a quattro (questo è il senso del titolo originale) contro gli adulti e la vita.

A salvarlo potranno, forse, solamente le parole, raccontate o ascoltate. Doinel, grande lettore come Truffaut stesso, è in grado di rimanere fermo se tra le mani ha un libro entro cui vivere. E non è l’unica sequenza che il regista dedica al potere curativo delle parole. La famiglia di Antoine una sera si reca al cinema e ne esce trasformata; ride, scherza, discute come mai nelle scene precedenti. Per la cronaca, il film visto da madre, padre e figlioletto è “Paris nous appartient”, di Jacques Rivette, altra penna fondamentale dei “Cahiers du Cinéma” e regista di punta della Nouvelle Vague francese; film prodotto dallo stesso Truffaut e da Claude Chabrol, e in realtà uscito nei cinema nel 1961; pellicola di alto profilo intellettuale che non riesco ad immaginare in distribuzione delle sale odierne come film del sabato sera.

E poi vi è una scena in cui Doinel e l’amico del cuore assistono ad una rappresentazione di marionette. E lì Doinel scompare dalla macchina da presa per lasciare il posto all’incanto vissuto dal pubblico infantile che affolla la platea vivendo in prima persona la vicenda drammatica e catartica di Cappuccetto Rosso. Gli occhi stupiti e spaventati, le piccole bocche spalancate, gli sguardi fissi sulla scena sono una vivida testimonianza del potere del racconto, delle immagini, della fantasia. Delle parole, che svelano oltre il loro significato immediato, come la bugia inventata da Doinel per zittire il maestro che lo rimprovera.

Sostenuto dalla colonna sonora di Jean Constantin che rinforza l’atmosfera malinconica suggerita dalla pellicola, Truffaut racconta una storia verso cui lo spettatore cade subito in inevitabile empatia, scegliendo di seguire il suo giovane, istintivo e naturale protagonista nel suo irrequieto vagabondare, lasciandoci brevemente osservare la vita dietro le sbarre di una cella, e infine piantandoci i suoi occhi nei nostri in una inquadratura geniale che racconta dell’incertezza dell’esistenza più efficamente di mille parole.

Per quel che mi riguarda, capolavoro.

 

La mia valutazione: 10/10

 

 

“Les Quatre Cents Coups”

Regia: François Truffaut

Sceneggiatura: Marcel Moussy, François Truffaut

Prod. Francia 1959

Con: Con Jean-Pierre Léaud, Albert Rémy, Claire Maurier, Patrick Auffay, Georges Flamant. 

Durata: 93′, b/n.

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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