Cinema

“Le temps qui reste”, François Ozon

Romain, un fotografo di moda giovane e bello, si accascia improvvisamente sul pavimento durante una session fotografica. Il responso medico è duro: tumore diffuso, scarse speranze di sconfiggerlo e aspettativa di vita di pochi mesi. Ed è così che Romain, incapace di stare da solo, a detta del giovane compagno Sasha, dovrà affrontare gli ultimi giorni della sua vita in compagnia di sé stesso e del bambino che era, la cui ombra fugge spaventato all’inizio della pellicola e non fa poi che cercare con sempre maggiore intimità nel prosieguo del film.

Nessuno è al corrente della malattia di Romain. Vorrebbe dirlo alla famiglia, ma l’istinto gli suggerisce che è meglio non rivelare, preservare gli altri dal dolore fin quando è possibile, e al tempo stesso vivere da solo quest’ultima esperienza della sua vita, libero dal carico delle reazioni altrui e concentrato su un’immagine di sé bambino che ha per troppo tempo rifiutato, memore dell’autenticità di quegli anni in cui la vicinanza con gli altri non metteva in ombra l’esperienza del tutto solitaria di prendere coscienza di sé stesso.

Melvil Poupaud presta il corpo inizialmente candido e prestante, e poi sempre più esangue e affaticato, al difficile percorso del protagonista, solo per scelta ma forse anche per inesorabilità. Perché in fondo alla morte si va incontro da soli, e forse anche alla vita. Romain, da quel sogno iniziale in cui, bambino, si avvia solitario verso il mare, parte per ricostruire la perduta intimità e complicità con la sorella, ormai trasformatasi in astio e livore; per ricordare il sé stesso ragazzino che, turbato da un bacio fuggitivo, scopre smarrito la propria omosessualità. E vive la malattia, la sofferenza, il tormento. Sbatte la testa contro un muro claustrofobico, urla e si dispera, ma nessuno può aiutarlo. Un gelato ormai privo di sapore, lambito sotto un sole che non riesce più a riscaldare, lo ricongiunge al bambino che era, e che ora può serenamente affrontare da solo il mare infinito.

Secondo episodio della “trilogia del lutto” di François Ozon (assieme a Sotto la sabbia e Il rifugio), la pellicola del 2005 si segnala per l’asciuttezza inconsueta, nel cinema di Ozon, anche se non mancano le sue personali esplorazioni della sessualità umana. Ma al fondo rimane una storia scarna come il suo protagonista, costruita di immagini che richiamano altre immagini, altre icone. Esile come il Carlos Casagemas dipinto da Picasso, sdraiato come il Cristo Morto del Mantegna, Romain e il suo elegante profilo si stagliano in ombra contro un sole che non può che tramontare. Fossimo in un film di Rohmer, l’ultimo raggio di luce sprigionerebbe un verde intenso. Ma siamo in un film di Ozon, e nel buio della sera non rimane che l’eterno perpetuo sciabordio del mare imperituro.

 

La mia valutazione: 8/10

 

AGGIORNAMENTO: film re-visionato dopo qualche anno. Per leggere clicca sul seguente articolo: Re-visioni#1 – “Le temps qui reste”

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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