Cinema,  Da provare almeno una volta nella vita

“Le Havre”: i miracoli di Kaurismäki

Era dai tempi de “L’uomo senza passato” che non mi accostavo ad un film di Kaurismäki. Quasi dieci anni.

“Perché mai?!”, mi sono chiesta col fazzoletto in mano giorni fa, mentre mi beavo nella visione di “Le Havre”. Forse perché la speranza e la fiducia sono valori così lontani e desueti da essere irrimediabilmente fuori moda? E indubbiamente fuori moda è la Le Havre dipinta da Aki Kaurismäki nel suo film: retrò nel design, nei colori, nelle forme degli autobus, nell’assenza di macchine, nella morte di ogni tecnologia, salvi un infido cellulare, strumento di delazione, e scarpe sneaker, che il protagonista Marcel Marx guarda con desolazione impossibilitato a svolgere il suo lavoro: lustrascarpe. Altro mestiere, altro mondo, altro sistema di valori di cui Marcel Marx (sì, Marcel Marx…e qui il nome non è davvero casuale) si fa ostinato portatore. I colleghi impomatati nei negozi di scarpe vicino cui Marcel si sistema lo guardano preoccupati, chiamano la polizia, lo spintonano, lo definiscono “terrorista”. Ma Marcel è un mite e dignitoso uomo anziano, che altro non chiede se non guadagnare i suoi pochi euro quotidiani, fare una bevuta al bistrò la sera, mentre l’amatissima moglie Arletty prepara la cena per questo bambinone con i capelli bianchi che, senza di lei, sarebbe perduto.

Un’ombra minacciosa si addensa sulla vita di Marcel, quando Arletty viene ricoverata in ospedale, e non per un semplice malessere. Contemporaneamente, la polizia francese scopre un container stipato di immigrati clandestini da cui però riesce a fuggire Idrissa, un ragazzino di una manciata di anni su cui si accanisce l’opinione pubblica che lo vuole assolutamente preso e sbattuto in cella come il resto dei suoi connazionali. E se lo vuole l’opinione pubblica allora lo vuole anche la Legge, e anche lo Stato e anche la Polizia. Ed è allora che Idrissa incontra Marcel, e Marcel incontra Idrissa. E l’attualità invade la storia di un piccolo uomo che una volta fu bohémien.

“Chapliniano”. Così è stato definito questo film di Kaurismäki. E lo è sicuramente: c’è il “vagabondo” (OK, è un lustrascarpe, ma sempre di dissidenti sociali parliamo), c’è il bambino, ci sono i poliziotti ridicoli e le scarpe impolverate e scalcagnate. È questo a fare di “Le Havre” un film “chapliniano”? No…al di là degli evidenti omaggi a Chaplin, ciò che rende prezioso “Le Havre” e lo avvicina ai capolavori del maestro inglese è la rappresentazione della fiducia e della purezza, dell’ingegno del singolo che può soverchiare l’insanità collettiva, del senso di solidarietà che lega chi meno ha e finisce per dare di più, e la capacità di mescolare l’acuta ironia sociale alla comicità buffa alla lacrima che sempre fa capolino nelle nostre vite, il tutto con soave leggerezza. “Le Havre” è un film meraviglioso, in cui il vicinato non è solo limitrofo per posizione geografica, e la povertà ha sempre la dignità della pulizia e dell’ordine, e i flic della tradizione francese resistono all’irrazionalità degli ordini contemporanei; ed è un film che sa parlare del presente, delle nostre paure, dei nostri egoismi e delle nostre ipocrisie, con pochi ma precisi tocchi in punta di fioretto che vanno infallibilmente a segno.

E se poi ci aggiungiamo una parentesi rock (immancabile nei film del cineasta finlandese) affidata stavolta a Little Bob, la presenza della musa Kati Outinen che tutto illumina e un finale che si apre ad uno dei più bei film di Dreyer, “Ordet”, voi lettori potrete comprendere come io non possa che essere fatalmente innamorata di questo splendido film, e della bellezza umana e carnale dei suoi meravigliosi interpreti che non hanno bisogno di ritocchi e trucchi che ingannino l’età per brillare di luce propria e dominare interamente la scena.

Da vedere, da vedere, da vedere.

 

La mia valutazione: 9/10

 

Per saperne di più:

– Recensione di FilmTV

– Recensione di Doppiozero

– Recensione del Guardian

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *