Cinema

“Le conseguenze dell’amore”, Paolo Sorrentino (2004)

Nel 2004 “Le conseguenze dell’amore” fu accolto nei cinema italiani come una ventata d’aria fresca. L’opera seconda di Paolo Sorrentino (la prima fu “L’uomo in più”) sembrava segnare il ritorno ad un cinema autorale che guardava a congiungere la bellezza dello sguardo con la competenza del mezzo registico. Un cinema tecnicamente più acuminato e brillante, fatto non solo di silenzi e tempi necessari, ma anche di geometrie, pulizia dello sguardo, piacere della visione. Un cinema che sembrava svecchiare il panorama filmico attuale, con il proprio montaggio preciso e innovativo, le musiche ad integrare la narrazione, e allo stesso tempo richiamare gli antichi fasti del cinema italiano, ma che oggi, a dodici anni di distanza dalla sua uscita nelle sale, rivela inevitabilmente eccessive ambizioni.

La storia di Titta Di Girolamo, misterioso e scostante uomo d’affari confinato in una stanza d’albergo svizzero, offre a Sorrentino l’occasione per mettere in scena il vuoto di un’anima morta in un corpo ancora vivo. A dispetto del titolo, infatti, l’amore in questo film ha scarsa residenza. È il desiderio a ricordare al protagonista di essere ancora vivo; il desiderio per una giovane e bella barista, che rimane lontana anche nel momento in cui si avvicina, laddove Titta rimane lontano per rimanere vivo. E morto, allo stesso tempo. E allora il desiderio per Sofia non è più solo desiderio erotico, ma desiderio di vita. O di morte rocambolesca. O di agire finalmente coerentemente alla propria concezione di sé: quella di un uomo non superficiale, seppur, a suo dire, privo di immaginazione.

Non si può negare a Sorrentino di essere capace di costruire il racconto con tensione, di fotografare il film con sapienza e suggestione, geometria e attenzione per inquadrature, composizione, luci (Luca Bigazzi, direttore di fotografia, ha certamente contribuito alla riuscita nell’impresa, conquistando il ruolo di sodale di Sorrentino anche nei film successivi), e di saper utilizzare il mezzo filmico conferendogli dinamismo e personalità.

Né si può negare a Toni Servillo, protagonista del film, di essere un attore di livello notevole, dotato di eccezionale padronanza nell’utilizzo del proprio viso e della propria voce. Le sue qualità si stagliano con chiarezza nel piatto panorama attoriale contemporaneo.

Tuttavia è anche corretto evidenziare che regista e attore protagonista sono consapevoli del proprio talento, e ciò si tramuta in un autocompiacimento piuttosto evidente, che trascinandosi per l’intero film ne fiacca la forza espressiva a partire dalla sceneggiatura, la quale prevede, in particolar modo per Servillo, dialoghi e massime ad esibire un acume filosofico che in realtà non possiedono. Il personaggio di Titta, costruito come immobile e placido nel suo sdegno verso la piccolezza del mondo, sebbene sia ben interpretato da Servillo, a volte è esasperante per la sua supponenza, la quale non sempre deriva dalla scrittura del film, bensì anche dall’ostentazione di un attore che, seppur lavorando in sottrazione, pare voler rimarcare in più punti il proprio talento.

Si tratta dello stesso autocompiacimento espresso da un regista che sfoggia la propria bravura filmica, la propria capacità di tenere deste l’attenzione e la tensione dello spettatore, ma cade poi in una sceneggiatura non sempre verosimile (la ricostruzione della valigia rubata), in immagini pretenziose (il “tableau vivant” iniziale al passaggio di un carro funebre che dovrebbe suggerire svolgimenti ed esiti del film) e in personaggi non sempre ben delineati, come la bella barista, la quale, lungi dall’essere affascinante e misterioso oggetto di attrazione del protagonista, rimane un personaggio ligneo e inconcludente, interpretato da un’attrice (Olivia Magnani) che, nonostante il fascino magnetico di due splendidi occhi verdi, ha da offrire solo un talento acerbo e la bella presenza.

Anche la patina moderna conferita al film dalle musiche ambient ed elettroniche (inframmezzate al tema del film composto da Pasquale Catalano e divenuto rapidamente celebre) a volte paiono rimandare ad un’estetica da videoclip non del tutto omogenea al cuore dolente del film, che è l’esplorazione di un uomo che sopravvive alla propria storia conservando la voglia di aver fiducia nell’uomo; non un uomo qualsiasi, ma sé stesso.

Eppure Sorrentino riesce comunque a trasmettere la tormentata vacuità dell’esistenza, l’inesorabile solitudine e la profondità d’affetto di un timido che ha bisogno di amare, ed il film lascia lo spettatore confuso e meditabondo.

 

La mia valutazione: 7/10

 
Produzione: Italia 2004
Genere: Drammatico
durata: 100′
Con: Toni Servillo, Olivia Magnani, Adriano Giannini, Raffaele Pisu, Angela Goodwin, Diego Ribon, Nino D’Agata, Enzo Vitagliano
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino
Fotografia: Luca Bigazzi
Colonna Sonora: Pasquale Catalano

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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