Cinema,  Da provare almeno una volta nella vita

“Le armonie di Werckmeister”, Béla Tarr (2000)

C’è una perfezione nella natura, una perfezione che si trasmette anche all’uomo quando emula la natura, quando un povero reietto ubriaco simula la Terra nei suoi movimenti rivoluzionari e rotatori, e un compagno di bevute gli ruota attorno a mo’ di satellite lunare. Arriva l’eclissi, la luce si perde, il buio sembra invadere il mondo… ma la luce torna e illumina nuovamente la Terra. Da questa perfezione, ricreata dal giovane Jànos all’inizio del film in una taverna piena di ubriaconi, si allontana l’essere umano nell’arco della storia – o forse, meglio, della Storia.

In un paese senza nome arriva un circo, che esibisce una gigantesca balena imbalsamata e un misterioso nano chiamato “Principe”. Il giovane Jànos, dallo sguardo puro e fiducioso, è calamitato dall’enorme cetaceo ferito e dal suo occhio vacuo e compassionevole. Gli astanti attorno al circo, invece, sono magnetizzati dal “Principe”, dalla sua retorica violenta e viscerale. La retorica di distruzione di tante dittature, di tanti totalitarismi, di tanti momenti della Storia umana in cui a regnare sono distruzione, devastazione e cieca ferocia. Ed è l’eclissi della ragione.

La storia disperata del potere ineluttabile che la violenza ha sugli istinti intimi dell’uomo è filtrata dallo sguardo, sempre più sgomento, di Jànos, colui che perde la fiducia con cui orchestrava due mansueti ubriaconi in una birreria. La sua storia di postino e factotum del paesi si intreccia con quella dell’anziano intellettuale Eszter e della ex moglie Tunde, amante di un militare che pare voler resistere alla dominazione del “Principe” ma che forse ne diverrà semplicemente il braccio armato. E mentre Eszter, seduto dinanzi al suo pianoforte, registra al microfono le proprie riflessioni sul temperamento Werckmeister, la città si infiamma preda dell’irrazionalità e della violenza, e l’eclissi cala anche sulla piccola cittadina ungherese di Jànos.

Béla Tarr, intervistato su quello che molti considerano il suo capolavoro, “Le armonie di Werckmeister”, chiede allo spettatore di lasciarsi guidare dalla storia e da ciò che vede, e di non soffermarsi a ricercare metafore e significati simbolici. Ma questa richiesta sortisce l’effetto opposto. Il film costringe lo spettatore ad interrogarsi sul significato della balena, del “Principe”, del soliloquio di Eszter sull’accordatura naturale, e lascia un senso di disillusione e disperazione (intesa proprio come perdita della speranza), i sentimenti che allertano l’essere umano di essere in prossimità di abbandonare la civiltà a favore della ferinità.

Testimone di questa eclissi, chissà se seguita da nuova luce, è Jànos, “candido” volteriano che con sguardo puro si accosta a eventi e persone registrando l’inesorabile degradazione che lo coinvolge e lo lascia attonito. Non sappiamo dove e quando sia ambientata la storia, ma vi è un vago senso di delusione e insoddisfazione, di perdita, anche economica, di sbandamento; e questo, oltre l’anno di produzione, ci lascia pensare all’Ungheria post-sovietica. Seguiamo Jànos nel suo vagare per la città, per consegnare i giornali e prendersi cura di Eszter, lo vediamo far danzare degli uomini alticci dopo essersi fatto pregare, lo vediamo entrare nella tipografia per raccogliere i giornali e sentirsi chiedere bonariamente “come va l’universo”, e ci sembra di avvertire un’eco della solidarietà di un villaggio in cui l’altro non è un estraneo, in cui si scambiano favori disinteressati e un affetto latente sembra unire gli individui; eco, forse, di quello che era il comunismo, o forse è solo un’illusione nostalgica. La diffidenza e la tensione percepibili nella piazza del circo, del resto, pongono presto fine a qualunque illusione.

Inizia l’eclissi, a cui è dedicata oltre metà pellicola. Dal momento in cui il circo giunge nella piazza, l’attenzione inizialmente rivolta verso l’enorme balena imbalsamata è catturata dal “Principe”, un nano di cui vediamo solo il profilo e di cui, in un’unica scena, ascoltiamo l’eloquio aggressivo, contraddittorio e carismatico proprio del dittatore. A Jànos il “Principe” non interessa; la sua attenzione è tutta per la balena, per l’occhio del cetaceo. Sembra quasi una scelta tra il “Principe” e la balena. Come se la balena fosse l’ideale – vi è un qualcosa in essa che attira lo Jànos alla ricerca dell’armonia – e abbia anche qualcosa di umile in sé; mentre il “Principe” è la violenza, la forza, la prepotenza, la retorica, e prende allo stomaco chi lo ascolta, sbandati in cerca di punti di riferimento. Non è forse sempre nei momenti di crisi che sorgono le dittature? Quando la fine di un’epoca lascia il deserto di valori e di istituzioni, e chi vi vaga si ritrova disorientato a cercare appigli a cui aggrapparsi? La balena è la carica idealistica su cui fa leva ogni inizio di regime; quella speranza nel cambiamento, in un mondo migliore, concretamente realizzabile e non pura utopia. Ma essa è presto abbandonata per intraprendere una strada di violenza e di distruzione. Questo è, nella mia personale lettura, il significato della balena e del “Principe”. L’occhio della balena attrae il protagonista perché in esso vi è un riflesso di quell’armonia celeste che Jànos ama tanto.

In qualche maniera l’armonia degli astri ricercata da Jànos si ricollega a quella musicale su cui riflette Ezster, che subito premette, nella registrazione non si sa per quale destinatario – forse solo per se stesso – che non si tratta di una questione musicale quanto filosofica: il tentativo di raggiungere un’armonia che appartiene solo alle sfere celesti, a dio, è destinato a fallire. Secondo Eszter all’epoca di Pitagora e Aristosseno si riconosceva che la perfezione dell’armonia era appannaggio celeste e divino, e questa consapevolezza portava ad accettare con serenità la musica prodotta suonando note naturali; ma in seguito l’arroganza dell’uomo nel ricercare la perfezione dell’armonia musicale ha portato ad introdurre nuovi temperamenti. La questione è filosofica in quanto l’accordatura naturale diventa metafora dell’accettazione dei limiti umani, dietro cui si cela il fallimento dell’intellettuale, chiuso nel suo mondo teorico da cui esce, momentaneamente, solo quando la sua serenità è messa in discussione. È il fallimento di un’intera umanità e dei suoi tentativi di civilizzazione, rappresentata dal suono sgradevole ottenuto eseguendo “Il clavicembalo ben temperato” di J.S. Bach su un pianoforte accordato naturalmente.

E mentre l’intellettuale è chiuso nelle sue stanze ad aspettare che tutto passi, la ex moglie Tunde (Hanna Schygulla, celebre interprete tedesca di molti film di Fassbinder) supporta e guida un militare che vuole portare “ordine” nella popolazione allo sbando. La minaccia della pistola è un piacere seduttivo, e la “Marcia di Radetzky” un allegro motivo sulle cui note ballare con sensualità inneggiando alla guerra, in una sequenza potente che presto si carica di altre geniali suggestioni mostrandoci i figli del militare urlare sulle note deformate, in loop, della “Marcia”. E i capricci di bambini viziati che rifiutano di andare a letto divengono l’esemplificazione del frastuono con cui la dittatura copre la ragione, con cui la forza di chi grida di più copre ogni discussione.

L’eclissi incombe, e le stelle scompaiono, lasciando a Jànos uno sguardo vitreo come l’occhio della sua balena.

Musica indimenticabile di Mihály Vig, l’Irimias di Sátántangó.

 

La mia valutazione:

[rating=9]

 

 

Werckmeister harmóniák, di Béla Tarr.

Ungheria, Germania, Francia, Italia, 2001.

Durata: 145′, b/n.

Con Lars Rudolph, Peter Fitz, Hanna Schygulla, Janos Derszi, Djoko Rosic.

Sceneggiatura: László Krasznahorkai – Bela Tarr

Tratto dal romanzo “The Melancholy of Resistance” di László Krasznahorkai

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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