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“L’arte del sogno”, Michel Gondry (2005)

Uno dei significati principali di La Science des rêves del regista francese Michel Gondry balza all’occhio nel confronto con la traduzione italiana, “L’arte del sogno”. La distribuzione nostrana ha puntato sul lato artistico del film, un’arte manuale e vintage, a metà tra l’infantile e il nostalgico, tradendo il riferimento originale alla scienza. La scienza del sogno. È questo il vero titolo. Difatti il film si apre con il protagonista, Stéphane, che spiega nella sua “Stéphane TV”, palcoscenico onirico in cui è finalmente protagonista della propria vita, la perfetta ricetta per ottenere un sogno. Incontri casuali, amori, amicizie, parentele, musiche, ricordi… mescolare il tutto, e via, si parte, mentre la voce di Gael García Bernal, l’interprete protagonista, diviene sempre più sommessa e sussurrando accompagna lo spettatore nel mondo di Stéphane, in cui realtà e finzione si mescolano fino a divenire indistricabili. Perché per Stéphane il sogno non è un’arte, ma una ricerca continua di vie di fuga da sé stessi in sé stessi. Una scienza.
Due anni dopo “Eternal sunshine of the Spotless Mind”, Gondry torna a lasciare lo spettatore sopraffatto dalla drammaticità crescente di una storia apparentemente esile. Accompagniamo Stéphane nel suo arrivo a Parigi; apprendiamo che ha perso il padre, con cui era andato a vivere in Messico dopo il divorzio dei genitori, e che adesso è tornato a Parigi perché la madre gli ha trovato un lavoro come grafico. Scopriamo che è deluso dal lavoro, null’affatto creativo, per niente adatto ad un ragazzo con la testa fra le nuvole, molto incline al sogno ad occhi aperti, com’è lui. E poi Stéphane conosce Stéphanie, la sua vicina di casa, e capiamo che “The science of the sleep” non è un film su un ragazzo che soffre di una grave dissociazione della realtà, ma un film sull’amore, e soprattutto su quanto esso renda vulnerabili.

Di nuovo un amore, dunque, raccontato tramite la fantasia e la visionarietà che è divenuta la cifra caratteristica del cinema di Michel Gondry. Ci immergiamo così nel mondo di Stéphane, un mondo onirico di cellophane, stoffa e colore in cui i colleghi sono zittiti e Stéphanie è sempre al suo fianco per condividere sentimenti e avventure. Nella realtà Stéphane è vessato dall’ossessione per il lavoro e soprattutto per Stéphanie, di cui Stéphane non riesce ad interpretare i reali sentimenti, rovinando forse una storia d’amore quasi predestinata per la sua insicurezza. Perché è questo che succede quando si ama; si scopre il fianco, si dubita di sé, e quindi l’altro diviene uno straniero, che cambia nell’attimo stesso in cui inizia a piacerci, come afferma Stéphane.
Gael García Bernal e Charlotte Gainsbourg sono molto bravi nell’interpretare i due omonimi protagonisti. Se Bernal dà vita ad un sognatore creativo quanto goffo, impacciato e a volte sgradevole nella sua sincerità e irresolutezza, la Gainsbourg riesce a rappresentare Stéphanie come un personaggio indecifrabile per lo spettatore come per il protagonista. Fantasiosa quanto Stéphane ma con i piedi ben piantati a terra, oscilla per l’intero film tra amore e amicizia, si avvicina e si allontana. Gondry forse è stato persino più bravo nel delineare Stéphanie che Stéphane, nel creare una vicina di casa creativa e ironica, dal sapore un po’ nerd ma affascinante, premurosa e distaccata. Un personaggio ambiguo, che si muove essenzialmente tra come Stéphane la vorrebbe e l’immagine che lui stesso ha di lei, e che invece forse esprime una fragilità, nel timore di essere ferita, pari a quella del protagonista, a testimoniare che l’amore rende vulnerabile chiunque lo provi. Significativo il nomignolo con cui Stéphanie chiama il cavallo di pezza, simbolo dell’amore tra i due personaggi, ovvero Golden the Pony boy. Un lontano richiamo ad un film di F.F. Coppola, “The Outsiders”, (“I ragazzi della 56a strada”), e all’incoraggiamente a rimanere vivo e genuino rivolto al protagonista Ponyboy. Stéphanie chiama il suo cavallo di pezza con questo nomignolo pensando a Stéphane; Stéphane lo scopre solo a una buona metà della pellicola, ma già nei suoi sogni Ponyboy è proprio lui, consapevole dei sentimenti di lei ma devastato dall’insicurezza di sé.

Il mondo attorno a Stéphane è molto più concreto e cinico. C’è chi vive per organizzare fine settimana sciistici e chi riduce l’amore a mera carnalità. Nella mente di Stéphane dovrebbero andare tutti al diavolo sottomessi se non distrutti dalla sua forza creativa e dalla rabbia repressa. Il sogno non può non prevalere sulla realtà. Ed è indubbiamente l’immaginario di Stéphane il presunto punto di forza del film, e forse il reale punto di debolezza. Perché, per ammissione stessa di Gondry, quel mondo immaginario è strettamente autobiografico, ed il regista vi è estremamente legato. Finisce così che quei sogni, quel mondo, prendano il sopravvento non solo nella vita di Stéphane, ma anche nella regia stessa di Gondry, che vi eccede forse rendendo il film meno compatto e scorrevole di quanto avrebbe potuto. La creatività fieramente artigianale di Gondry stupisce e diverte, fa riflettere e a tratti incanta, ma non ha la potenza e la forza della visione, ed è uno spettacolo che sembra a volte vivere di vita propria anche senza l’anima malinconica e drammatica, il vero cuore della pellicola – molto indovinata, a tal proposito, la scelta del brano “Countances” di Dick Annegarn come colonna sonora melanconica della storia di Stéphane. L’amore diviene uno sfuggirsi continuando a cercarsi, un sogno destinato ad essere eluso in perpetuo, la frustrazione di un artista sognatore che riesce a dare vita agli oggetti inanimati ma non a creare la “Parallel Synchronized Randomness” con la sua anima gemella. Spogliato il mondo dei colleghi petulanti e delle ossessioni amorose, rimane una carezza soffice, leggera quanto il volo di un cavallo di pezza nei sogni.

 

La mia valutazione: 7,5

 

 

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Published in Cinema

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