Riflessioni personali

La vita e altre catastrofi

È da diverso tempo che medito su quale sia il corretto modo per affrontare la vita nelle sue disparate forme e problematiche; che mi chiedo cosa sia giusto sopportare e cosa no, e fin dove sia giusto sopportare.

Lo so, come inizio non è promettente, ed ero anche titubante se condividere con voi queste riflessioni. Vi dispenso pertanto dalla lettura e vi offro indulgente il mio perdono, qualora il tema non sia di vostro gradimento ( :mrgreen: ).

Avete presente quei film americani in cui c’è un protagonista che fa qualcosa controvoglia per tutta la pellicola, ripetendosi “Questa è la vita e ciò che mi offre, devo solo ritenermi fortunato ad avere tutto ciò e mettere da parte i miei desideri”? Quei film in cui alla fine lui/lei non ce la fa più e fugge, molla il lavoro, molla la famiglia, molla tutto, e cerca l’altro Sé, forse il vero Sé, che gli scoppiava dentro? Generalmente i film a questo punto finiscono, e non ci dicono se poi il nostro protagonista lo trova, quell’altro Sé, o se era solo un’illusione.
Qual è la vostra reazione di fronte a storie di questo tipo? La mia è contraddittoria. Dovete sapere che io non ho un angioletto alla spalla destra e un demonietto a quella sinistra; ho solo due demonietti che rompono decisamente più del dovuto. E sono due quando va bene: possono essere anche tre, quattro, cinque… Chiusa parentesi pirandelliana. Quando finisco una storia di questo tipo, da un lato penso a quanto esasperato individualismo ci sia al giorno d’oggi, alla mitizzazione della felicità personale, della realizzazione del singolo, che ci portano a volte a rifiutare le nostre responsabilità e a chiuderci in un egoismo eccessivo, a concentrarci talmente su noi stessi da non vedere il resto…gli altri, le loro storie, il resto dell’esistenza… Dall’altro però provo somma invidia per questo protagonista che si è – forse – liberato dalle sue catene, che osa rischiare e forse fallire nuovamente ma almeno ha il coraggio di essere se stesso.

E mi chiedo quale sia il giusto metro di valutazione nella vita reale. Dove finisce la responsabilità, e dove inizia la paura di mettersi alla prova? Quanto diritto abbiamo di dichiararci insoddisfatti della vita, quando non siano presenti situazioni di oggettiva sofferenza? E, al contrario, quanto è corretto da parte nostra soffocare, reprimere ogni desiderio di avere una vita migliore, con il pensiero che siamo in tempi di crisi e altri non possono avere quanto abbiamo noi? È sbagliato volere sempre di più? Ma si tratta veramente di un volere sempre di più?
Nella vita ci sono alcune cose – tante cose – che non possiamo scegliere. Non possiamo scegliere il momento in cui viviamo, il luogo in cui nasciamo, i genitori che ci concepiscono, le persone che ci crescono, le perdite che subiamo, le malattie che viviamo, gli incontri che facciamo, le svolte che viviamo. E molto altro.
Abbiamo però la convinzione di poter scegliere altre cose; abbiamo la convinzione di poter essere autonomi in altre decisioni. Di poter dominare ogni aspetto dominabile della vita. Ecco, la mia ipotesi è che nell’oggi, nel presente che viviamo, questi margini di decisione si siano decisamente ridotti; che sia la nostra libertà ad essersi ridotta. Che essa sia una libertà solo apparente, ma non di sostanza. La libertà la si ha quando vi è almeno un’alternativa tra cui poter scegliere. Prendiamo il caso di un giovane brillante, curioso, aperto, irrequieto nella sua voglia di imparare e provare. Mettiamo che gli si offra un lavoro sottoqualificato, o con un contratto a nero, o sottopagato. O tutte e tre le cose assieme. Bene, mi direte. Se è davvero una mente tanto brillante, può sempre cercare altro e rifiutare il compromesso. In teoria sì, rispondo io. Ma nella pratica, davvero ha possibilità di trovare altro?

Prendiamo ora un quarantenne, un cinquantenne, che magari va avanti da decenni con contratti a tempo determinato, così è più ricattabile. Ce ne sono tanti di lavoratori in questa situazione, sapete? Ha una famiglia da mantenere, forse ha anche dei problemi di salute. Svolge un lavoro umiliante, ma grazie a quel lavoro si paga le cure e fa vivere la famiglia. Cosa è giusto? Che perda la testa a furia di ingoiare ogni giorno umiliazioni sempre più profonde, che perda il senno e la stima di sé, o che continui a sfamare la famiglia? A me sembra una scelta folle. Anzi, a me sembra folle dover scegliere.
Voi cosa direste al quarantenne che vede il proprio Io calpestato quotidianamente? Se un giorno capisse di non farcela più, di rischiare di intraprendere una strada di non ritorno, e lasciasse, cosa gli direste? Che è stato un egoista? Un irresponsabile? Avreste il coraggio di dirgli una cosa simile? Io no, ve lo confesso. Non so proprio cosa gli direi, ma so cosa non gli direi assolutamente. Non gli direi mai e poi mai che è stata colpa sua. Che non è stato capace. Che doveva essere più così e meno colì. Non lo farei. Non cadrei in questo vizio tutto moderno di cavillare sulle colpe individuali altrui. Ci sono cose che non si scelgono; si subiscono solamente. Anche se c’è sempre qualcuno pronto ad additarti e ad accusarti di aver sbagliato.

Sto facendo esempi legati al lavoro perché il problema del lavoro è la piaga più profonda di questi anni, quella con cui io mi confronto da sempre, in modo diretto o indiretto, e quella che coinvolge molte delle persone a cui tengo di più o che stimo di più. Ma è un discorso che potrei fare in molti altri ambiti, meno concreti ed evidenti.

Qualche anno fa ho visto un dorama che ho amato tantissimo, e credo sia sintomatico che in questo periodo abbia un forte desiderio di rivederlo. C’era questa protagonista, una donna molto ferma nelle sue convinzioni, che pur di mantenerle è disposta a perdere ciò che ha, e a compiere delle rinunce. Ma queste rinunce si assommano le une alle altre e pesano sempre di più, fino a diventare un carico insostenibile. Ogni scelta che si compie comporta delle ricadute di cui ci si deve assumere la propria responsabilità, e in questo la vicenda era estremamente realistica. La storia ha poi un esito positivo, la realtà invece non è sempre così clemente. Essere coerenti con le proprie convinzioni vuol dire davvero doversi preparare a tribolare per un’intera vita. E scendere a compromessi vuol dire spegnere una parte di sé a volte vitale e viscerale. È egoismo? È non saper vivere correttamente? È essere infantili, e non guardare alle priorità della vita?

Io non so decidermi; penso spesso che se fossi vissuta all’epoca dei miei nonni, o anche se fossi vissuta al giorno d’oggi in uno degli infiniti luoghi del mondo dove vivere è una sfida quotidiana, avrei semplicemente dovuto spaccarmi la schiena per sopravvivere, quindi tanti grilli per la testa non li avrei avuti: o ce l’avrei fatta o avrei ceduto alla vita, ma non avrei avuto tempi e modi di pormi tanti problemi inutili.
D’altro canto invece mi dico che forse le difficoltà dell’oggi nel nostro presente sono insidiose perché meno evidenti, e che forse la mia irrequietezza non è poi del tutto priva di fondamento. E che sentirsi spegnere ciò che di più viscerale si è sempre avuto dentro di sé, e vedere questo fuoco spegnersi anche in menti sopraffine che tanto avrebbero avuto da dare, è dopotutto un reato, qualcosa di profondamente sbagliato e contro natura, e una società che permette e induce questo meccanismo è una società perversa e corrotta. Altro che civile.

So di aver scritto parole senza capo né coda, ma vi assicuro che nella mia mente un filo logico c’è…solo, l’estrema complessità di quanto tento di esprimere mi rende difficile essere chiara.
Mi sta capitando, in sostanza, che i miei cinque demonietti facciano più chiasso del solito nella mia mente. Per indurli a stare un po’ zitti mi piacerebbe sapere come la pensate al riguardo…qual è la vostra posizione? Il vostro modo di affrontare la vita? Ci sono dei limiti che non siete disposti ad oltrepassare per non perdere la dignità, anche se la società attuale ve li impone? Ritenete giusto e naturale lo spegnersi della parte più originale del sé?

Se vorrete darmi la vostra opinione, qualunque essa sia, la accoglierò davvero con il massimo interesse.

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

9 Comments

  • Altair

    Ma… qualche domandina più semplice tipo “qual è la capitale della Norvegia” non ce l’hai? :mrgreen:
    Nel frattempo che i diavoletti continuano a fare tutto questo baccano (abbassate il volume, please, altrimenti Altair fatica a mantenere la concentrazione… grazie per la collaborazione!) provo a rispondere…
    Dirò una cosa scontata, ma il “cosa” e il “quanto” si è disposti a sopportare è un limite del tutto personale; ognuno di noi pone l’asticella ad una determinata altezza sotto la quale non si vuole scendere… la quale non è un valore assoluto e oscilla in base a tutto ciò che ci influenza, dall’età, la filosofia di vita, l’ambiente lavorativo, gli affetti… praticamente tutto. Vengo all’atto pratico, altrimenti mi sembra di parlare di aria fritta e per spiegarmi ho bisogno di esempi concreti.
    In quarta superiore, durante un compito in classe, il prof si era dovuto assentare per una decina di minuti. Non ricordo che materia fosse e in cosa consistesse il compito, sta di fatto che un ragazzo salì in cattedra (letteralmente, nel senso che era andato fisicamente sulla cattedra) e si mise a suggerire le risposte a tutta la classe. Capita che durante i compiti si copi qualcosina, includo in questo anche la sottoscritta, ma quella volta è stata una cosa talmente spudorata e falsata che ai miei occhi è diventata inaccettabile; un compito in classe svolto in quella maniera e i voti che ne sarebbero conseguiti erano assolutamente privi di senso.
    Così, io e la mia compagna di banco (oltretutto, ironia della sorte, rappresentanti di classe) andammo in presidenza a denunciare la cosa e facemmo annullare il compito. Ammisi di fronte a tutta la classe che ero stata io (parlai a titolo personale, ovviamente) a “fare la spia” ed entrambe presentammo le dimissioni dal ruolo di rappresentanti di classe.
    Per un anno intero ho avuto contro l’intera classe (ad eccezione della mia compagna di banco).
    Ho pagato le conseguenze per essermi impuntata su una questione di principio.
    Lo rifarei adesso a distanza di 10 anni? Non lo so… Di sicuro ora non agirei così d’impulso e valuterei bene se e quanto ne valga la pena, riflettendo anche sulle conseguenze… anche perché una determinata convinzione può essere vera oggi e non più vera domani, potrebbe rivelarsi sbagliata, quindi metto in conto anche questa possibilità prima di scegliere come comportarmi.
    Tutta questa premessa, apparentemente fuori luogo, per dire che non lo so fino a che punto si possa scendere a compromessi e quando giunga il momento di dire “questa situazione (qualunque essa sia e in qualunque ambito) non la accetto”.
    10 anni fa la parola compromesso quasi non la contemplavo nel vocabolario; ora non mi sento di attribuirgli una accezione prettamente negativa (se appunto il passo indietro che accettiamo di fare non scende sotto il livello a cui abbiamo posto l’asticella).
    I compromessi sono necessari e salutari per il quieto vivere, semplicemente per il fatto che il mondo non appartiene solo a noi stessi e dobbiamo dividerlo con “gli altri”, quindi è inevitabile che per raggiungere un punto di incontro si debba tendere nella direzione dell’altro e adeguarsi alle sue esigenze. Nel caso in cui questo sforzo sia messo in atto da entrambe le parti per venirsi incontro non ci trovo nulla di negativo. In questo caso il bicchiere è mezzo pieno (o mezzo vuoto, dipende dai punti di vista… io cerco di sforzarmi di focalizzare la parte mezza piena).
    Ben diverso è il caso in cui ci troviamo di fronte a compromessi a senso unico, ovvero solo una delle parti trae tutto il beneficio a discapito dell’altra, la quale viene praticamente annullata.
    Qui il bicchiere è praticamente vuoto, siamo ben sotto l’asticella che ci eravamo posti e ci sarebbero tutte le ragioni per rifiutare una simile situazione; ai miei occhi non si tratterebbe più di compromesso ma di ricatto e prevaricazione.
    Faccio un esempio musicale per spiegare quanto ho detto sopra: prendiamo il caso di un pianoforte inserito all’interno di un quartetto jazz. È indubbiamente esteso e versatile, copre tutti i registri, è polifonico e può svolgere sia una funzione ritmica e di accompagnamento che una solista e melodica. È giusto che il pianista sovrasti gli altri membri del gruppo solo perché può tecnicamente fare tutte queste cose? Nel caso in cui sia presente un contrabbasso il ruolo ritmico sarà conferito a lui e il pianista deve confinarsi nelle ottave centrali della tastiera (senza scendere nel registro grave per non sovrapporsi con la linea del basso e senza spostarsi troppo in quello acuto per non disturbare chi esegue l’assolo). Il pianoforte deve sentirsi limitato perché è sceso a questo compromesso? Nell’ottica della musica di insieme assolutamente no, il risultato che ne uscirà fuori sarà un buon amalgama musicale, in cui tutti i suoni si sommano senza sovrapporsi. Quando sarà il turno dell’assolo del piano toccherà anche a lui sbizzarrirsi per gran parte della la tastiera; se invece il pianista vuol fare tutto quello che gli pare si fa un recital di piano solo e lì non c’è assolutamente nessun vincolo, può anche mettersi a suonare in ginocchio e mangiarsi una pizza mentre improvvisa! XD Tornando alla musica di insieme e ad ensemble più corposi come una big band o un’orchestra si spera anche che ci sia un direttore d’orchestra sano di mente che accordi e armonizzi tutti e garantisca a tutti il giusto spazio e la giusta rilevanza… un po’ come un Ministro del Lavoro……………………
    L’altra cosa che mi sento di specificare riguarda i riferimenti sul lavoro “sotto qualificato” e “umiliante”; mi premeva far capire il mio pensiero in merito.
    Dal mio punto di vista nessun lavoro, neanche il meno qualificato è di per sé umiliante (“choosy” lo sarà Lei, mia cara Elsa, non certo io). Semmai a farci percepire come “umiliante” un lavoro sono i pregiudizi delle persone e il vizio di dividere la società in classi arbitrariamente, senza minimamente mettere in discussione quelli che generalmente vengono considerati meriti/demeriti e valori/disvalori (strettamente legati alla società che ce li ha inculcati e all’epoca in cui viviamo), o in modo più diretto quando dobbiamo subire in prima persona l’arroganza delle persone con cui dobbiamo avere a che fare.
    Tante volte ho pensato di lasciare il mio lavoro (per fare cosa non lo so neanch’io), ma quando penso a situazioni di reale miseria, ai sacrifici veri, alla sofferenza vera, a mancanza di libertà nelle sue espressioni più basilari, mi dico che sono solo molto viziata… e non posso fare a meno di vedere il bicchiere più che mezzo pieno. Quindi dovrei solo stare zitta, non lamentarmi e non pretendere nulla di più solo perché altri (troppi) stanno peggio di me? A qualcuno piacerebbe tanto che abbassassi la testa poiché stanno precarizzando qualsiasi cosa… è quello che vogliono; perché creare una percentuale così alta di disoccupati significa tenere sotto scacco quelli che ancora un’occupazione ce l’hanno, così da poterli ridimensionare e ricattare al grado massimo. Non lasciamoci assuefare da questa cultura del sacrificio (i sacrifici li farebbe un 85% della popolazione a favore di chi questi sacrifici li chiede). Non siamo noi che dobbiamo adeguarci ai livelli dello sfruttamento del Terzo e Quarto Mondo, semmai dobbiamo pretendere che avvenga il contrario, che il lavoro abbia delle condizioni minime garantite a tutti gli esseri umani del Pianeta. Non sono utopistica, sono profondamente disillusa, ma dal mio punto di vista è questo a cui dovremmo mirare e la controtendenza che dovremmo perseguire, e almeno l’idea tento di lanciarla…
    Io mi oppongo con tutta me stessa a questo continuo e violento attacco ai diritti dei lavoratori, alla loro dignità, al loro sfruttamento, alla loro colpevolizzazione, alla negazione delle loro qualità tentando di cancellare secoli di lotte che hanno garantito l’applicazione di questi diritti.
    Nonostante la crisi, ho in mente diverse persone che si sono dimesse di propria volontà perché non reggevano più tutto lo stress dovuto all’ammassarsi di una quantità eccessiva di mansioni, o peggio perché non sopportavano più le continue vessazioni (verbali) del proprio titolare (a volte ai limiti della molestia). Ecco, in questi casi non c’è crisi che tenga. In queste situazioni non si parla più di compromesso, ma di sopruso. Letteralmente di sopruso.
    Cosa risponderei al quarantenne che ha famiglia ma non riesce più a sopportare quella determinata situazione umiliante? Esattamente quello che ho detto alla persona a cui ho accennato poco sopra: “Hai fatto bene, ti capisco, è un imbecille”.
    Alla fine probabilmente non ho dato neanche mezza risposta a tutti gli argomenti che hai sollevato, ho scritto un mucchio di considerazioni senza dubbio sconclusionate, ma è impossibile rispondere ordinatamente a un post nel cui titolo è presente la parola che include praticamente ogni cosa (e non parlo della parola “catastrofe” XD).

    L’ultima cosa e poi chiudo: hai presente “Se ti tagliassero a pezzetti”? Ecco, parla proprio del conflitto interiore di cui parli.
    In questa canzone l’aspetto musicale mi interessa zero, non è necessario ascoltarla, qui il testo è praticamente tutto (che non è affatto superficiale come può sembrare da una lettura veloce).
    http://www.angolotesti.it/F/testi_canzoni_fabrizio_de_andre_1059/testo_canzone_se_ti_tagliassero_a_pezzetti_33159.html
    L’analisi del testo in questione è al sesto paragrafo ma tutta la recensione dell’album è meritevole di interesse.
    http://www.viadelcampo.com/html/se_ti_tagliassero___.html

    Ps. Parlavi di Saki, giusto? 😉 Mi è piaciuta davvero tanto la Kanno in quel ruolo!
    Pps. Chiedo venia per la prolissità, ma non potevo liquidare con due righe striminzite le 24 domande dirette che hai posto. :mrgreen:

  • Asaka

    @ Altair
    Mi sono fermata al ruolo ritmico del contrabbasso XDD
    No, scherzo 😉
    Il tuo commento e altri che mi sono giunti via mail mi hanno aiutato a circoscrivere meglio la questione, e a capire quali fossero i punti veramente nevralgici su cui volevo innestare il discorso.
    Innanzitutto volevo chiarire che quello che ho scritto mi deriva, oltre che da riflessioni mie personali, anche da quello che vedo quotidianamente da tempo e dalle storie che ogni giorno raccolgo. C’è una disillusione incalzante che è aumentata in maniera esponenziale negli ultimi anni e fa veramente perdere le “coordinate” a chi la vive. E ne sto incontrando tante di persone che la vivono. Troppe.
    Sostanzialmente il punto cruciale del mio discorso era capire il giusto valore delle sfide che affrontiamo e delle rinunce cui siamo sottoposti. E qui voglio chiarirmi; quando intendo rinunce, non intendo il rinunciare a soddisfare i più egoistici interessi, quelli che ci vengono inculcati da una cultura apertamente consumistica e che vengono continuamente rinforzati da tutte quelle commedie, soprattutto americane, in cui, al di là di un moralistico buonismo di facciata, vi è un’idolatria della felicità personale anche a scapito delle persone verso cui si è (o si è scelto) di essere responsabili. La favola “Il pescatore e sua moglie” dei fratelli Grimm chiarisce perfettamente cosa intendo dire – grazie a chi me l’ha riportata alla memoria 😉
    Altair, hai perfettamente capito ciò che intendevo: sapere di trovarsi in una situazione “privilegiata” non deve implicare, secondo me, la passiva accettazione di quella situazione, se presenta aspetti negativi. Perché il punto non è “Ti lamenti e non capisci il valore di quello che hai”. Il punto è “Non capisci il valore di ciò che hai e non fai niente per salvaguardarlo e per far sì che lo abbiano sempre più persone”. Questa situazione di malessere generale porta ad pericoloso gioco per cui si guarda sempre a ciò che manca a noi e ciò che hanno gli altri, e manca una solidarietà sociale diffusa che è, a mio avviso, valore propedeutico di qualunque società che voglia evolversi.
    E l’altro punto…cosa rispondereste al cinquantenne…io, ripeto, non so cosa gli direi. So solo che alla sua età, e già molto prima, difficilmente avrà speranze di re-impiego. Con tutto ciò che ne consegue. La scelta, di fatto, non c’è. Che scelta è dover preferire il mobbing alla disoccupazione? Attualmente, l’Italia non è un Paese per vecchi, né per adulti, né per giovani. Ho idea che di generazioni perdute ce ne siano già più di una. E voglio augurarmi che il trend cambi.
    Mi sono accorta che nel mio post ho saltato continuamente da una dimensione più generale ed esistenziale ad una più concreta, nello specifico lavorativa; so che per molti versi il discorso è diverso, ma in questo caso mi sono sentita di parlarne come se fossero collegate tra di loro, le percepisco collegate.
    I versi di Faber li conoscevo; grazie del link al commento. Sembrano quasi versi complementare al racconto di Salinger “Un giorno ideale per i pescibanana”, che ultimamente torna spesso nei miei ricordi; anche perché mi è capitato di ascoltare storie vere tristemente simili a quel racconto.
    È un po’ il mio periodo di pessimismo cosmico, salvato dalle sporadiche ginestre che ho la fortuna di conoscere nella vita reale come in quella virtuale 😳 😉
    PS: sì, ovviamente è a Saki che mi riferivo. Universalmente considerata un eccesso di rigidità. Per me invece è un modello positivo; se veramente si tiene ai propri valori, bisogna essere pronti alle tempeste. Inutile dire che disgraziatamente non riesco a seguire minimamente il suo esempio, nemmeno nel privarmi della Nutella fino a concorso felicemente concluso (utopia totale 😆 ).
    Grazie per tutte le vostre riflessioni 🙂

  • ximi

    🙂 Pensavo di aver scritto un commento lunghissimo… ma Altair mi ha largamente “sorpassata”.. 🙂 Tra l’altro ho letto il commento tutto d’un fiato, come il tuo post Asaka!
    Ti ho già scritto tutto per mail, ma condivido il pensiero di riuscire a sforzarsi di vedere il bicchiere “mezzo pieno”e forse dovremmo tutti recuperare quegli slanci giovanili per cui erano inaccettabili non solo certe situazioni e soprusi, ma anche la pronuncia di certe parole! Ehehe! Il problema è che solo una minoranza si sente ancora “scossa” da certe situazioni.
    Credo che manchino alcune cose fondamentali in generale: la vera condivisione dei problemi, reale intendo. E forse gli spazi come i blog, siti e forse alcuni forum, dove si può parlare apertamente stanno diventando delle nuove piazze in cui condividere i propri pensieri liberamente, ritrovando quegli slanci del passato.. nel caso fossero andati perduti o si fossero messi al sicuro in qualche cantuccio della nostra anima. E di conseguenza manca il coraggio di agire, ma sta aumentando una strana rassegnazione mista ad autocommiserazione. Occorre tenere d’occhio i propri valori e principi, la propria situazione materiale e allenarsi fin da piccoli a sapere gestire insieme le due cose. Si può fare mantenendo la spinta ottimistica al di sopra di ogni cosa e ogni situazione. Perché se manca quella, se la rassegnazione prevale, è sicuro che le cose andranno peggiorando.. perché non ci sarà la molla del cambiamento, qualunque esso sia, ma solo immobilità. I pensieri, le idee devono per forza trasformarsi in azioni altrimenti sono inutili. Posso avere mille idee ma se non ne concretizzo neppure una, non ci provo nemmeno più, è inutile che mi lamento che la società mi impedisce di raggiungere i miei obiettivi..
    Il problema è che parlare, agire in una società dove prevale il silenzio, significa sicuramente solitudine e isolamento, come è successo ad Altair con il suo esempio della scuola. Ma se tutti, se tutti avessero detto :”cavolo che schifo!” allora l’isolato sarebbe stato l’altro! E’ questo il punto!
    E soprattutto agire per il bene comune, non per interesse personale o almeno far collimare l’interesse personale con il bene comune.. 😛 bella questa vero!?! Perché se una persona cerca di cambiare in meglio una situazione tutti sono contro? Magari la stessa cosa per cui ci si lamentava un momento prima? E magari ottiene tradimenti dalle persone vicine, allontanamenti etc? Il cambiamento vero necessita di molta forza d’animo, di testardaggine, di volontà, di spregiudicatezza e infine di indifferenza verso i giudizi degli altri.
    All’uomo di quarant’anni gli direi: ehi sorridi, vivi il tuo presente. Non darti pena inutilmente, le cose non cambieranno dall’oggi al domani, ma progetta e cerca di realizzare pochi passi alla volta. Una piccola cosa al giorno. Così ce la puoi fare!
    So che può sembrare riduttivo, ma per me è essenziale avere qualcuno che tifi per noi e se non c’è nessuno be’ allora conviene che diventiamo i fan di noi stessi! Megalomane al 100%!!! :)))
    A presto, Ximi.

  • Asaka

    @ Ximi
    Sostanzialmente concordo su tutto quanto hai detto.
    Io credo che i libri, la musica, il cinema, l’arte in generale, e il contatto con la natura, abbiano un ruolo fondamentale per mantenere lo sguardo al futuro, la “spinta ottimistica” di cui parli. Primo Levi racconta – mi pare in “Il sistema periodico”, ma potrei sbagliarmi – che recitare il XXVI Canto dell’Inferno dantesco, i versi dedicati all’impresa di Ulisse, lo aiutava a ricordarsi di essere un uomo, e non una bestia, come l’ambiente lo stava convincendo di essere.
    Avere una passione per la musica, per i libri…o semplicemente saper apprezzare una passeggiata di sera, equivale a respirare, quando si soffoca. E mi rendo sempre più conto che riconoscere il valore di un film, di una musica, è un privilegio, perché si è perso il senso della cultura, e l’opinione pubblica tende ad associare la parola “cultura” a ciò che è noioso e inutile. Anche per questo me la prendo tanto per il fatto che un Paese come l’Italia, che ha una Storia artistica e culturale di primo livello, getti alle ortiche da anni un patrimonio preziosissimo e invidiato ovunque.

    Io anche credo che l’inflessibilità giovanile dovrebbe essere mantenuta e salvaguardata. Quando riguardo a tanti episodi della mia adolescenza, però, se da un lato rimpiango quella “purezza” che crescendo ho perso mio malgrado, dall’altro non posso fare a meno di chiedermi chi è stato colpito dai miei gesti, chi ne ha subito le conseguenze. E mi rendo anche conto che il prezzo di certe scelte non voglio pagarlo più. Non ha senso, fin quando si tratta di una scelta solo mia.

  • Altair

    @Ximi
    Sì, diciamo che quando scrivo non sono per nulla telegrafica, e pensa che quella che ho pubblicato è la versione più breve che sono riuscita a sintetizzare, sapessi quante cose avevo scritto e cancellato! :mrgreen: Grazie per la pazienza che hai avuto per leggere! 🙂
    Per il resto sono d’accordo con ciò che dici riguardo la necessità di confronto, e alcune piazze virtuali sono luoghi decisamente fertili per veicolare idee liberamente (idee che nei mezzi di comunicazione ortodossi raramente troverebbero spazio). E semplicemente anche per il fatto che i mass media e i giornali hanno una caratteristica peculiarmente passiva, possiamo solo subirli e diventare spettatori, sudditi (questo non lo dico io, lo diceva Pasolini diversi decenni fa, ed è allucinante come avesse paurosamente ragione, perché è proprio quello che siamo diventati… non solo qui in Italia, ma in tutto il mondo occidentale abbiamo perso da tempo lo status di cittadini per vestire quello di “consumatori”). Quindi è assolutamente indispensabile uscire da questa spersonalizzazione indotta e cominciare a farci un’opinione propria, scambiarci idee e vivere attivamente la nostra vita… e un mezzo come il web, che permette a tutti di esprimersi liberamente, è assolutamente da salvaguardare.

    @Asaka
    Ecco, la Nutella è una di quelle cose con cui non si può scendere a compromessi, inutile opporre resistenza, si mangia e basta! =D (poi, io con la cioccolata non sono per niente choosy, qualsiasi cosa che le assomigli anche solo lontanamente non posso rifiutarla).
    Scherzi a parte.
    In sostanza ti sei risposta da sola, o semplicemente quello che hai risposto è quello che penso anch’io; quel discorso sulla solidarietà sociale lo condivido al 100%. Ed è il fulcro di molti problemi, non solo legati al lavoro. Bisognerebbe trovare una via di mezzo tra l’importanza che viene data all’individuo e l’importanza che viene data alla collettività. Per fare un esempio (ci ho preso il vizio ormai XD) in Giappone c’è una strutturazione della società fortemente gerarchica, in cui ognuno ha un determinato ruolo (derivato dallo status della propria famiglia, dal percorso scolastico…) e si è quasi praticamente ingabbiati da ciò che la società ha già prestabilito (giusto per tornare a storie di conigli e rape…). Io adoro il Giappone per tantissime cose, ma immaginandomi inserita in una società simile credo che mi troverei un po’ a disagio da questo punto di vista. Dall’altra parte abbiamo esempi di società in cui di sociale c’è ben poco e celebrano il culto dell’individuo sopra tutto e sopra tutti. E una società che va avanti per inerzia in cui ognuno mette i piedi in testa al proprio vicino in una specie di mors tua vita mea non vedo come possa sperare in un miglioramento, soprattutto quando questo atteggiamento viene perpetrato anche quando la situazione è comune a tutti e pure gli obiettivi nella sostanza coincidono. Per la serie: ci siamo ormai rassegnati al fatto che il Titanic affonderà e stiamo arrivando ad un livello di disperazione per cui l’unica cosa su cui si riesce a focalizzarsi è accaparrarsi una scialuppa e salvare il proprio orticello. Al contrario dovremmo preoccuparci di salvare la nave e salvare tutti i passeggeri prima di cozzare contro l’iceberg. Svegliamoci prima. E uno Stato non è certo una nave; le soluzioni sono molteplici e l’economia – mai lo avrei creduto – richiede molta più fantasia di quanto si possa pensare. Ma questa è un’altra storia e non voglio andare fuori tema.
    Non riesco ad affrontare questo discorso dal punto di vista prettamente esistenzialistico per il semplice fatto che le possibilità che ci offre la vita sono strettamente legate al contesto in cui cresciamo e viviamo.
    Non si può sradicare la vita di una persona dalla società a cui appartiene, la quale ha un’influenza che in gran parte sfugge al nostro controllo.
    Torno ad esempi concreti e alle possibilità di scelta del quarantenne.
    Devo specificare che è vero che ho risposto così alla donna quarantenne con figlio preadolescente che ha dato le dimissioni, ma a ben pensarci effettivamente lei una scelta ce l’aveva (infatti ora lavora). Poteva contare anche temporaneamente sul reddito del marito e aveva comunque la possibilità all’orizzonte di trovare un altro posto nello stesso settore lavorativo. Quindi ogni caso è a sé e la risposta che ho dato in quella particolare circostanza non è universalmente valida, e devo constatare che purtroppo hai ragione sulla difficoltà di re-impiego dovuta all’età e alla mancanza di alternative.
    Se non ci sono alternative ritorna il discorso del ricatto, e lì purtroppo non ho nessuna soluzione valida nel breve termine. Nessuna che permetta al quarantenne di vincere la propria battaglia da solo (sarebbe una sconfitta sia se continuasse sia se lasciasse). La mancanza di alternative però non è una questione personale tra dipendente e datore di lavoro, le cause sono strutturali e vanno ricercate a monte e per sperare di cambiare un problema strutturale comune a diversi milioni di persone è imprescindibile una presa di coscienza e una solidarietà collettiva; proprio quello di cui parlavi prima.

    Ho letto ora l’ultimo commento che hai lasciato riguardo il concetto di cultura trasformato in un disvalore.
    Anche qui c’è una manipolazione paurosa che mira precisamente a trasformarci in consumatori apatici, privi di pensiero, opinioni, e quindi facilmente controllabili. E sta diventando sempre più difficile contrastare questa progressiva involuzione tesa a farci dimenticare la nostra parte più umana.

    …mi sa che i diavoletti che hai disegnato stanno facendo comunella con i miei…

  • Alice

    Inquietante Asaka. Ad ottobre stavate parlando di me (e ancora non ci “conoscevamo”). Si, io sono quella donna fine quaranta ma più vicina ai cinquanta, con due, dico due figli adolescenti che la prossima settimana lascerà il lavoro. E nonostante provi un grande senso di sconfitta, nessuno riuscirà a convincermi che non ho fatto la scelta giusta. E so che i miei colleghi che non hanno potuto scegliere e dovranno necessariamente uscire (a me è stata data la possibilità di restare a part time) non capiranno la mia testardaggine nel voler uscire comunque a tutti i costi.
    Oggi ho perfino cercato di risollevare l’animo di una mia collega che piange da due giorni, dicendole che nello squallore della situazione possiamo contare su ammortizzatori sociali che ci faranno da rete di sicurezza e che in questo lasso di tempo vuoi che non salti proprio fuori qualcosa? Ecco, se mi fossi guardata da fuori, mi sarei sentita pure scema a parlare così, ma non posso tollerare persone di quarant’anni che si comportano come se fosse l’unico posto di lavoro disponibile. Sarà dura, ma ce la faremo (ok, adesso indosso la camicia con le maniche lunghe lunghe e salgo nell’ambulanza parcheggiata davanti a casa!!! 😉
    Concordo con le considerazioni di Altair e Ximi. Non cambieranno mai veramente le cose finché ognuno pensa per sè e non ci si immedesima nei problemi degli altri, non ci si spende per sostenerli.
    Volete sapere cosa passa per la testa di una donna nella mia situazione? Cosa ti porta a buttarti fuori dall’azienda dove hai lavorato per oltre 25 anni? La dignità e la voglia di credere nelle proprie potenzialità, stufa di veder trattare le persone come numeri e di sottovalutare le competenze acquisite negli anni. La tristezza infinita che provavo mesi fa sta lasciando il posto alla rassegnazione. Se non vogliono rendersi conto e andare avanti per questa strada, che facciano pure e mandino tutto all’aria.
    Mi dispiace solo per quei colleghi che hanno passato tutta la loro vita lì dentro e ora si ritrovano in mezzo alla strada con un calcio in culo, incapaci di pensare a un’alternativa e d’altra parte se ti mancano 5-6 anni alla pensione diventa veramente difficile essere riassunti.
    Quanto alla felicità personale, ho ingoiato tanto (senza privarmi di farne rimostranza ai diretti interessati, da buona rompipalle quale sono, eh) e il fatto di avere una famiglia è stato un motivo importante nel rinunciare a prendere decisioni definitive. Fino a oggi, che persa la speranza che le cose potessero tornare quasi come prima, mi prendo senza sensi di colpa (o almeno cerco di convincermi) tutte le tutele, anche se so che peserò ulteriormente sui costi della società civile, che a ben vedere civile non è.
    P.S. Ma vedi un po’ ‘sti 5 demonietti cosa ti combinano, eh!
    Ciao Asaka, come sempre grazie per la condivisione dei tuoi pensieri.

    • Asaka

      Grazie a te, Alice, per aver raccontato la tua storia.
      Non ci ho più scritto sopra ma ho continuato a riflettere sulla questione, senza esito.
      Sai qual è il punto cruciale del tuo discorso? “… si comportano come se fosse l’unico posto di lavoro disponibile”. Io mi comporto così ogni volta che la mannaia dei tagli e delle “riforme” si abbatte sul mio settore, ogni volta che rimango a casa, anche se passo il tempo a dire di voler fare altro. Non so se sia una questione di localizzazione geografica, o semplicemente di scarsa intraprendenza, ma la disperazione di chi mi ha raccontato la propria storia all’epoca in cui scrissi quel post era proprio dovuta all’impossibiltà di trovare un altro lavoro.
      Quindi, ammiro doppiamente te, io non so se avrei il coraggio di farlo, di scommettere su me stessa in questo modom anche se è qualcosa a cui penso sempre, sempre, da tanto… Forse dipende, come scrisse Altair, dal limite in cui poniamo l’asticella della sopportazione. Non so veramente cosa dire, comunque la guardi mi vien da dare ragione a tutti… tranne che a chi ci mette in queste condizioni.

      Penserò molto a ciò che hai scritto… ci penserò molto, anche se ora non sono in grado di produrre un commento più significativo…
      Ti faccio un grosso in bocca al lupo per i tuoi progetti, Alice.

  • Alice

    “mi vien da dare ragione a tutti… tranne che a chi ci mette in queste condizioni.” E’ proprio così. Quello che mi fa rabbia è che persone come te temano di cambiare lavoro o di pretendere qualcosa di meglio. Mi spiego meglio. Capisco la paura nascosta dietro queste scelte, ma non sopporto il motivo che l’ha scatenata. Non è di una tristezza infinita vedere persone che sono portate a non credere nelle proprie possibilità? Mi fa imbestialire vedere generazioni con la testa bassa e con le ali tarpate.
    Io non ci sto più. Voglio cominciare a vivere e non sopravvivere. Poi, magari, tra un anno sarò qui a leccarmi le ferite e allora avrò bisogno anche del tuo conforto.
    La localizzazione geografica gioca un ruolo importante, ma ormai anche da noi trovare lavoro è diventato difficile.
    Grazie e in bocca al lupo anche a te Asaka. Sappi che per quel poco che ti conosco, io da te mi aspetto grandi cose. Un abbraccio.

    • Asaka

      Mi fa imbestialire vedere generazioni con la testa bassa e con le ali tarpate.

      Anche a me… non sai quanto mi rimprovero, per questo. E penso sia qualcosa che affligge molti miei coetanei. Rabbia, impotenza e senso di colpa stanno diventando un mix esplosivo e socialmente molto pericoloso, seppur ancora latente.
      Spesso mi ripeto parole identiche alle tue… ma identiche proprio (mi riferisco al vivere e al sopravvivere).
      Non penso avrai bisogno di essere confortata da nessuno, tra un anno, ma se proprio dovesse esserci bisogno, farò il mio dovere, se a mia volta non ne starò combinando una delle mie! XDD
      Io da me mi aspetto piccole cose, che però per me sarebbero grandi. Grazie della fiducia che hai in me. Me ne ricorderò nelle mie fasi di pessimismo cosmico…
      Grazie, Alice.

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