Cinema

“La vie d’Adèle”, Abdellatif Kechiche (2013)

Abdellatif Kechiche è l’autore di quel grande film che si intitola “L’esquive”, ovvero “il gioco dell’amore e del caso” ordito dal drammaturgo francese Pierre Carlet de Chamblain de Marivaux, nume tutelare del regista tunisino il quale apre anche “La vie d’Adèle” con un simbiotico rimando allo scrittore, autore de “La Vie de Marianne” riecheggiata fin dal titolo e letta, con trasporto ed emozione, da Adèle, studentessa in un liceo francese, in una delle sequenze migliori del film.

È sempre tra i banchi di scuola che avviene la spinta alla crescita. In “L’esquive” un gruppo di studenti metteva in scena il testo di Marivaux “Le jeu de l’amour et du hasard” replicando sul palco e nella vita reale i rapporti e i contrasti socio-culturali messi in scena dal commediografo 300 anni prima. In “La vie d’Adèle” i corsi di letteratura frequentati da Adèle sviscerano un romanzo, “La Vie di Marianne”, appunto, con la quale la protagonista entra in forte empatia, non capendo come i coetanei non riescano ad appassionarsene. Ed è durante una di queste lezioni che Adèle impara l’ineluttabilità della tragedia.

Adèle avverte nella Marianne di Marivaux lo specchio dei propri sentimenti, della propria irrequietezza e della propria ricerca di qualcosa. Un qualcosa che Adéle non trova nei ragazzi che la corteggiano, nelle amiche con cui passa gran parte del tempo, nei locali gay che, mossa da insofferenza, decide di provare. Lo trova in Emma, studentessa di pittura dalla chioma azzurra, ed è ineluttabile che esploda una passione totale.

Gli anni passano. Adèle è diventata maestra, come desiderava. Emma espone presso importanti galleristi. Subentrano le incomprensioni, il disagio di appartenere a mondi differenti, le ambizioni dell’una si sovrappongono ai desideri e all’identità dell’altra, lo spazio attorno a sé diventa più stretto e soffocante. La tragedia sta per compiere il suo ineluttabile atto conclusivo.

O forse no, visto che il titolo originale della pellicola recita “La vie d’Adèle – chapitre 1 & 2”, lasciando aperta la strada ad una nuova evoluzione della vita della protagonista.

 “La vie d’Adèle” è un film per taluni versi inaspettato. La durata di tre ore, il ritmo lento, da vero tranche de vie, le insistite scene erotiche tra le due protagoniste, gli hanno inviso parte del pubblico. Il vero erotismo è in realtà latente nell’intero film, e si esprime nell’apertura fisica di Adèle ad ogni esperienza sensoriale, dal gusto e dalla voracità con cui assapora il cibo preparato dal padre, all’abbandono con cui scoppia a piangere per quel tormento invisibile che la perseguita, al preferire leggere da sola i libri piuttosto che a lezione con i professori, per poter dare una propria concretezza alle situazioni e ai personaggi, alla tendenza a dormire con le labbra sempre aperte, come se fosse sempre pronta a cogliere, a provare, a sperimentare.

È qualcos’altro, a mio avviso, a non funzionare. La naturalezza della storia a volte lascia il posto ad un certo compiacimento. Alcune soluzioni di scrittura paiono innaturali. Altre prevedibili. Il battage pubblicitario basato sulle sequenze amorose delle due protagoniste, poi, insinua dei dubbi sulla trasparenza dell’operazione (un autore non dovrebbe aver cura dell’integrità morale della propria opera?).

Molto lontano dalla incisiva riuscita di “L’esquive”,“La vie d’Adèle” lascia però un sedimento di forte amarezza, che permane nello spettatore a distanza di giorni. L’amarezza di una tragedia che si è compiuta: l’amarezza del crescere, dell’essere delusi, e del tornare a cercare altrove qualcosa che si credeva d’aver trovato.

 

La mia valutazione: 7/10

 

AGGIORNAMENTO. Ho scritto una seconda recensione del film, a distanza di quattro anni in seguito ad una seconda visione. La potete trovare qui:

Re-visioni#2 – “La vie d’Adèle”

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

4 Comments

  • Jules

    Dopo mesi di faticosa attesa sono riuscito ad agguantare “La vie d’Adèle” e sono contento di poterlo commentare anche sul blog di Asaka! ^__^

    – “….tendenza a dormire con le labbra sempre aperte, come se fosse sempre pronta a cogliere, a provare, a sperimentare.”

    Queste tue parole riassumono perfettamente il personaggio di Adèle, potrei anche non aggiungere altro.
    Ho provato ammirazione per questa sua continua ricerca dell’appagamento, sia esso fisico o psicologico. Mi riferisco proprio all’abbandonarsi completamente (a suo rischio e pericolo), questo lanciarsi senza troppi problemi in nuove esperienze con l’ingenuità tipica della sua età. Non poteva essere altrimenti. Un’autentica spugna pronta sempre e comunque ad assorbire ciò che la circonda incurante delle conseguenze.

    – Emma poi è stata adorabile nell’accogliere una giovane ragazza caratterizzata da una forte sete di conoscenza e da un’irrefrenabile curiosità. Avrebbe potuto tranquillamente prenderla in giro….. invece anch’essa ha preferito lasciarsi andare pur di raggiungere quella pienezza, quella soddisfazione mai raggiunta nelle sue precedenti relazioni.

    Asaka, tu hai scritto:

    – “L’amarezza di una tragedia che si è compiuta: l’amarezza del crescere, dell’essere delusi, e del tornare a cercare altrove qualcosa che si credeva d’aver trovato”.

    Mi vedo d’accordo con questo tuo pensiero a parte che per l’espressione “l’amarezza del crescere”.
    Ecco, al massimo “l’amarezza dell’invecchiare”. XD
    Credo che sia fondamentale provare quell’amarezza, sbattere contro un muro forse già intravisto in precedenza ma col quale ci si scontra più o meno volentieri al fine di evolversi, per accrescere la propria consapevolezza del mondo circostante.

    L’hai detto anche tu:

    – “Un qualcosa che Adéle non trova nei ragazzi, locali gay, amiche… (…)
    Lo trova in Emma (…) ed è ineluttabile che esploda una passione totale.

    – “Ed è durante una di queste lezioni che Adèle impara l’ineluttabilità della tragedia.”

    Ecco, credo che Adèle sapesse in parte ciò che le sarebbe capitato proprio per questi motivi. Pur conoscendo il concetto di “ineluttabilità della tragedia”, ha fatto ciò che ha fatto…..
    Di primo acchito direi che si sia comportata in una certa maniera per il semplice desiderio di trovare qualcosa che realmente la appagasse… ma tuttavia credo che volesse solamente ‘crescere’ a costo di apparire quasi masochista. Dico masochista perché avrebbe potuto accontentarsi di una relazione qualunque, qualcosa che fosse accettato dalla collettività (spesso ipocrita). Invece ha scelto di intraprendere una via davvero sconosciuta facendosi del male… ma non so quanto inconsciamente.

    Quindi più che “amarezza del crescere” preferisco “necessità del crescere”, che comporta chiaramente la fase del dolore seguita poi dalla consapevolezza di ciò che si è vissuto, percezione che risulta comunque positiva col senno di poi (almeno credo… O__O’).

    Insomma, alla fine della fiera, era ineluttabile. 😉
    A presto!

    Jules

    • Asaka

      … ero certa che, appena la Criterion avesse pubblicato il blu-ray, l’avresti recuperato. 🙂

      Non sono pienamente d’accordo con te, sai?
      Quel discorso sull’ineluttabilità della tragedia, che è un po’ il filo conduttore della prima parte “scolastica” (che peraltro a me piacque molto, mentre a molti è piaciuta più la seconda parte), penso fosse rivolto più allo spettatore che alla protagonista. Come quando, all’inizio di un romanzo, lo scrittore lancia segnali per far intuire al lettore che qualcosa sta per accadere.
      Adèle ha bisogno di vivere, per sapere se la tragedia è davvero ineluttabile, mentre lo spettatore lo capisce subito.
      La bellezza del personaggio di Adèle sta proprio nel bisogno di sperimentare, di sapere, di conoscere. Nel fatto che è irrequieta.
      Non potrebbe mai accontentarsi di ciò che gli amici e il mondo attorno a lei le indicano; anche se volesse uniformarsi, non potrebbe.
      Perché è viva.
      Perché ha qualcosa che la agita.
      E che gli altri non lo capiscano, poco importa. Lei lo sente, lo vive… e lo deve rispettare.
      E allo stesso tempo sa accontentarsi di quello che ad altri pare poco, e per lei è importante.
      Secondo me è questo il senso del personaggio di Adèle. Questa la sua bellezza.
      Concordo con te sul fatto che fosse ineluttabile (anche per vie traverse, siamo arrivati alla stessa conclusione :))

      Un’altra cosa che mi è piaciuta molto è stata il fatto che il regista abbia snodato la vicenda conducendola sempre su un doppio filo, quello socio-culturale e quello interiore. Questo accade sia nella parte ambientata a scuola che nella seconda parte, quando…
      [spoiler] … Emma preferisce la “normalità”, la sicurezza di un rapporto meno autentico ma più stabile, più “comodo”, perché in qualche modo non è più la stessa ragazza con i capelli azzurri che dieci anni prima portava scompiglio ovunque andasse, si è imborghesita, sono emersi in lei valori che pareva rifiutare e che invece poi ha accettato… [/spoiler]
      Non so tu, ma io non ho trovato affatto banale e piatto il modo con cui il regista ha gestito la seconda parte.

      A presto, e grazie per aver condiviso la tua opinione. 🙂

      Asaka

  • Jules

    Grazie a te per avermi risposto, Asaka.
    Sicuramente devo rivederlo….. quando ricevo tanto da un’opera (sia essa un film, un libro, un brano musicale), sento la necessità di riprenderlo proprio per essere sicuro di cogliere qualcosa che forse mi era sfuggita in un primo momento.
    “La vie d’Adèle” ha tanto da offrire e magari avrò modo di approfondire l’evoluzione dei personaggi ora che ho la possibilità di riguardarlo da una prospettiva diversa, in maniera più distaccata (ma non meno coinvolta).
    Tralasciando ciò che mi è arrivato subito, i dettagli che già conosco, avrò forse modo di recepire qualcos’altro.
    Peace. 😉

    • Asaka

      Una decina di anni fa ero come te. 🙂
      Rivedevo lo stesso film anche più volte nel giro di pochi mesi.
      Ora mi piace riviverlo per mesi e anni nella mente; quelli veramente belli rimangono e macerano, macerano, ti avvolgono nelle loro suggestioni e ci ripensi dopo tanto tempo. È allora che mi diventa bello rivederli; per scoprire se hanno ancora lo stesso potere di incantare Asaka sulla soglia dell’ospizio. 😉
      Probabilmente rivedrò anche io “La vie d’Adèle”, ma non ora; devo ancora pensarci per lungo tempo…
      A presto, Jules

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