Cinema

“La Religieuse”, Jacques Rivette (1966)

Negli anni ’60 Jacques Rivette sceglie, come secondo lungometraggio, di adattare per il cinema il romanzo di Denis Diderot “La Religieuse“, pubblicato nel 1796. Un’opera di quasi due secoli prima, impregnata della cultura settecentesca, che sembra però straordinariamente affine al cinema del regista, il quale palesa il suo debito creativo sin dal titolo originale del film, “Suzanne Simonin, la Religieuse de Diderot”.

Suzanne è la figlia minore di nobili, costretta a prendere i voti appena diciottenne per mancanza di dote. La donna prova per tutto il film a ribellarsi a questa imposizione, ma la libertà è qualcosa a cui sembra non poter ambire.

Rivette, a dispetto di certa critica che considera la sua riduzione calligrafica ed illustrativa, realizza un’opera che parla allo spettatore moderno. I tipici suoni del suo cinema, in particolare i colpi fuori scena che sempre lasciano la pellicola sospesa tra una dimensione metateatrale ed una onirica, sono qui sostituiti dall’incessante sibilo del vento freddo. L’atroce freddezza con cui si decide della vita altrui attraversa il film rendendo glaciale e spietato. Non c’è calore nel rapporto tra alcun personaggio, e persino quando sembra esservi dell’affetto si tratta di un rapporto morboso e malato. Suzanne vive il suo destino precocemente sola, alla mercé di una società rigidamente articolata in cui le regole culturali e sociali non lasciano spazio alla vera libertà, la sola alla quale la protagonista aspiri. A Suzanne non è lasciata nemmeno la libertà di desiderarsi libera per amore della libertà stessa, per non sentirsi soffocata in una vita scelta da altri per lei: la battaglia di Suzanne è una battaglia per l’aspirazione suprema della propria anima, ma dall’esterno ciò è frainteso come desiderio di vita sociale e sentimentale.

Il film di Rivette evidenzia bene come l’attenzione della vicenda non sia solamente sulla vita monastica e sulle consuetudini dell’epoca ad esse legate (in qualche maniera è speculare ad essa, per codesti aspetti, la storia di suor Gertrude narrata da Alessandro Manzoni), ma sulla sorte stessa a cui è destinato un essere femminile che ambisca alla libertà e alla facoltà di scelta, e, ancora oltre, sull’impossibilità stessa della libertà nelle restrizioni sociali che impongono all’uomo una determinata visione dell’altro, impedendogli una oggettiva valutazione dei fatti – come ben dimostra l’atteggiamento della protagonista nei confronti di Mme de Chelles nell’incapacità di riuscire a discernere il medesimo pregiudizio culturale da lei stessa subìto in precedenza. Le grate che minano la libertà di pensiero e di scelta sono ovunque, anche nei luoghi più ameni, meno rigidi e claustrali: anche lì, tra lussi e sorrisi, presto il freddo vento della ferocia dei rapporti interpersonali prende a spirare.

Anna Karina, interprete prediletta da Godard, presta il suo volto per questo film estremamente classico ma anche davvero rivettiano, in cui i gesti, gli sguardi e la spazialità hanno l’efficacia del gesto teatrale ma non la sua enfasi, scegliendo una sobrietà e una misura che rendono la messa in scena incisiva e inquietante. Inquietante come può essere una storia che pare la controparte del lavoro del marchese de Sade “Justine o le sventure della virtù” – e del resto l’humus sociale e culturale da cui entrambi nascono è il medesimo. Nessun campionario di atrocità erotiche per Suzanne; ma stesso ineluttabile destino di oggetto nelle mani dei desideri egoistici altrui.

 

 

La mia valutazione: 8/10

 

 

Un film di Jacques Rivette. Con Francisco Rabal, Anna Karina, Micheline Presle, Liselotte Pulver, Francine Bergé.

Titolo originale La religieuse (Suzanne Simonin, la religieuse de Diderot).

Durata 135 min. Francia

 

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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