Cinema

“La recta provincia”, Raoul Ruiz (2007)

Presentato al Festival del Cinema di Roma nel 2007, “La recta provincia”  ha ricevuto dalla critica un’accoglienza tiepida. Eppure si tratta di un’opera che riflette pienamente lo stile e la poetica di Raoul Ruiz; in essa il regista cileno riversa tutto il proprio affetto per una terra amatissima, da cui fu costretto a partire in esilio dopo il colpo di stato di Pinochet.

Nata come miniserie per la televisione, l’opera è stata poi montata come unico film della durata di oltre due ore (anche se altri montaggi dichiarano durate maggiori arrivando a toccare i 180 minuti). Probabilmente la qualità televisiva della pellicola (nel senso prettamente materiale) ha influito sul parere di una critica che non ha saputo guardare oltre i limiti di produzione, e non ha saputo cogliere la magia e l’arte di cui vive il film, il quale si pone l’ambizioso, e a mio avviso riuscito, progetto di dare forma al folklore e alla cultura popolare del Cile. Per far ciò Ruiz racconta il viaggio di un’anziana madre e del proprio figlio, più che adulto ma ancora bambino nell’animo, alla ricerca delle ossa di uno scheletro da ricomporre e a cui dare sepoltura e pace eterna. Il viaggio diventa un’occasione di esperienza, insegnamento, divertimento: non solo per donna Rosalba e Paulino, ma anche per lo spettatore, incantato dall’estro con cui Ruiz lo sorprende e lo trasporta in un mondo immaginifico e onirico, in cui la fantasia popolare si trasfonde con il piacere infantile delle storie e dei racconti.

Eppure non è un mondo così felice, il Cile di Ruiz; nonostante diavoli e diavolesse che incutono simpatia più che paura, gli incontri pericolosi minacciano Rosalba e Paulino ad ogni passo, e il sangue è versato con tale copia da far pensare che forse, dietro quelle storie, non ci siano solo leggende e miti popolari, ma anche il vissuto tragico di un Paese che ha un duro passato alle spalle, e che necessita di conservare quelle origini e quella cultura che l’Occidente, dalla colonizzazione spagnola all’aiuto statunitense a Pinochet, sembra voler cancellare.

Non è dunque un mistero che parte del senso del film rimanga enigmatico ad un pubblico occidentale; sarà forse per questo motivo, e per la struttura narrativa adoperata da Ruiz, che l’opera si è invisa il favore di larga parte della critica. La quale forse, come segno dei tempi, mostra di non apprezzare più il cinema affabulatorio di Ruiz, un po’ come ha apprezzato gli ultimi film dell’infaticabile Manoel de Oliveira solo per rispetto di un regista centenario di cui sembrava attendere la morte da un momento all’altro, più che per sincero interesse.

Invece la struttura del film è quantomeno affascinante. Sarà una suggestione dovuta alla recente lettura del “Manoscritto trovato a Saragozza”, ma mi ha richiamato più volte il capolavoro di Jan Potocki, e più in generale i tradizionali libri di novelle collegate da una cornice. In “La recta provincia”, infatti, il viaggio di Rosalba e Paulino è interrotto, modificato, suggestionato dai racconti che i due personaggi ascoltano, richiedono quasi all’interlocutore, con l’interesse e la curiosità di quel mondo popolare in cui parlare era confrontarsi, scambiarsi aneddoti, incuriosirsi dell’altro. Sono quei film che ci lasciano più acutamente l’amarezza e la nostalgia per un piacere che forse non siamo più in grado di provare, anestetizzati da uno schermo asettico e ipnotico che ci fa dimenticare l’esistenza del prossimo accanto a noi. Tutto il contrario di Rosalba e Paulino, che a volte quasi trascurano la loro missione per poter ascoltare una storia da cui se ne dipana un’altra da cui se ne dipana un’altra, fino a mescolare realtà e fantasia, sogno e apparizioni, mettendo in discussione l’utilità del loro stesso viaggio.

Un cast perfetto – fra essi ovviamente spiccano l’adorabile Belgica Castro (la madre) e il regista di documentari Ignacio Agüero (il figlio) – personaggi irresistibili quali la Vergine Maria che organizza collette di lacrime, e lampi di genio cinematografico – posso mai definirli altrimenti? – quali la danza della madre e del figlio al suono del flauto maledetto, la cena al cospetto di una Morte sfuggente e inquietante, e il viandante in cerca di storie popolari cilene nonostante la modernità e i media che sradicano la storia delle genti.

Un film pieno di “corazon”, la parola gridata da un altro viandante per non dimenticarla; una grande opera, a dispetto delle opinioni di una critica a cui meglio si adeguerebbe il motto del povero e semplice Paulino: “no tengo cabeza”.

 

La mia valutazione: 8,5/10

 

 

“La recta provincia”

Un film di Raoul Ruiz

Cile/Francia 2007

160′

Con Belgica Castro, Ignacio Ignacio Agüero, Angel Parra, Javiera Parra, Camila Rodriguez, Hector Aguilar, Lia Celeste, Arturo Rossel, Mario Miller, Francisco Reyes, Alejandro Trejo, Carlos Flores, Ernesto Malbran. Pablo Schwarz, Macarena Teke, Loren Prieto, Carolina Cuturrufo, Maca Silva, Paz Martinez, Elvis Fuentes, Sebastian Layseca, Alejandro Sieveking.

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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