Libri,  Riflessioni personali

“La Persuasione e la Rettorica”, Carlo Michelstaedter

Un peso è per definizione destinato a non essere persuaso… Un peso pende, e se pende dipende. E se dipende ha un impedimento, la sua stessa natura di peso, che non gli permetterà mai di soddisfare la sua attrazione verso il basso, un basso che non ha una fine perché vi sarà sempre un punto inferiore rispetto al precedente. Non potrebbe mai trovare soddisfazione, mai raggiungere il punto infimo, mai essere indipendente. E qualora dovesse essere soddisfatto, semplicemente smetterebbe di esistere, perché in quella insoddisfazione consiste la sua vita.

È con l’esempio del peso che pende che Carlo Michelstaedter introdusse la sua tesi di laurea intitolata “La Persuasione e la Rettorica”; tesi mai discussa, giacché la mattina dopo aver terminato la scrittura delle appendici critiche al testo, si tolse la vita con un colpo di rivoltella. Era il 1910, e Michelstaedter concludeva a soli 23 anni la sua vita. Nato a Gorizia nel 1887, di famiglia italo-ebraica colta ed importante, le sue biografie lo dipingono come giovane irrequieto e assetato. Iniziò a studiare Matematica a Vienna; lasciò Vienna per trasferirsi a Firenze, dove frequentò l’Accademia di Belle Arti e i corsi di Lettere. Amò profondamente la musica, Beethoven in particolare, e nei suoi studi universitari l’approccio con la poesia e la filologia lo portò a deviare il suo interesse verso la filosofia. “La persuasione  e la rettorica” è un testo filosofico in cui il dramma dell’esistenza umana è portato alla luce con l’oculatezza delle parole e lo spessore della tragedia antica – “So che faccio cose inopportune e a me non convenienti”, recita l’Elettra sofoclea nei versi scelti da Michelstaedter a introduzione della sua tesi. Inopportuno e non conveniente. Come il lettore infastidito potrebbe giudicare i suoi ragionamenti mentendo a sé stesso.

Affronta la questione dalla radice dei mali dell’uomo, Michelstaedter. La solitudine. Gli uomini, soli con sé stessi, si sentono soli, si sentono con nessuno. Ma vorrebbero disperatamente sentirsi in compagnia di sé stessi, essere padroni di sé stessi, e quanto più cercano questo possesso tanto più esso sfugge, rendendo la vita sempre più passiva, insensata, affamata. E “il dio”, quell’entità misteriosa e beffarda presente in ogni essere umano, lo distrae proiettando nel futuro e nei bisogni la felicità dell’uomo, in un domani di speranza che è destinato a non realizzarsi.

 

Per tal modo adulando l’animale ogni volta con argomenti della sua stessa vita, il saggio dio lo conduce attraverso l’oscurità delle cose con la sua scia luminosa perché egli possa continuare e non esser persuaso mai, – finché un inciampo non faccia cessare il triste gioco. –

 

L’illusione di vivere ed esser persuaso è rafforzata dal sapore delle cose… sapore, da “sapio”, io so. So che qualcosa è buono per me. Ma lo so perché me lo dice la mia coscienza, e la mia coscienza parla per me sola, mentre il vero persuaso guarda agli altri, non solo a sé stesso. Differenza sostanziale tra il persuaso di Michelstaedter e il superuomo nietzschiano.

Ma è un’illusione che si svela nei sogni e nelle paure dell’uomo, nei ghigni e nei timori, in quella voce beffarda che gli ricorda continuamente…

 

… perché non sei niente, e non puoi niente, io so che non puoi niente, niente, niente…

 

E da questa continua percezione d’impotenza, dal sapere (questa volta vero) di vivere pur essendo morto, nascono rimorso, malinconia, noia, ira, dolore, paura… Sensazioni che avvincono l’uomo, lo costringono a non scegliere, e quindi ad obbedire, perennemente, a non avere alcun controllo della sua “piccola vita”. Ad essere una persona non persuasa.

La paura della morte imputridisce tutto, a nulla valgono gli affetti, i piaceri, la fiducia in dio. Tutto è inutile, privo di senso. L’uomo non fa che subire una continua violenza, e compito del persuaso è eliminare questa violenza alle radici: liberare l’uomo dalla paura della morte – tacito rimando al Lucrezio del “De Rerum Natura” che elogiava Epicuro per aver compiuto un’opera immensa: l’aver mostrato all’essere umano che la morte non va temuta.

Fin qui Michelstaedter si concentra sul concetto di persuasione, inevitabilmente espresso nella sua contrapposizione alla non persuasione, al non possesso di sé. Poi indaga i modi e gli strumenti con cui si fa di un uomo un essere passivo, schiavo delle paure e della non-volontà: la “rettorica”, concetto ripreso nei suoi studi filologici su Brunetto Latini, maestro di retorica di Dante, per indicare l’illusione di pienezza e di possesso del Sé. Il fattore scatenante è sempre la solitudine…

 

.. gli uomini si stancano su questa via, si sentono mancare nella solitudine: la voce del dolore è troppo forte.

 

Al nessuno con cui si sentono disperatamente soli preferiscono il compagno a cui dare la mano e con il quale ripetersi vicendevolmente e continuamente “tu sei, io sono, noi siamo”.

 

Così si stordiscono l’un l’altro.

 

E questo stordimento li porta a cercare sicurezze illusorie. Sicurezze che sono catene alla radice della violenza. La violenza sulla natura… il lavoro. La violenza verso l’uomo… la proprietà. Si formano i ruoli, le gerarchie. Lo schiavo è tale perché ha bisogno di vivere; se lo schiavo non avesse “bisogno del futuro” sarebbe libero e sciolto dal vincolo con il padrone. Invece lo schiavo ha bisogno del padrone quanto il padrone di lui. Entrambi acquistano sicurezza se insieme; la perdono se allontanati. Concetto che i padroni moderni forse non hanno molto chiaro.

L’uomo nasce e vive in una società che lo rende schiavo di regole stabilite che nessuno osa mettere in discussione – capolavoro della rettorica…

 

… e per questo povero lavoro della mia povera macchina mi adula dicendo che sono una persona, che ho diritti acquisiti pel solo fatto che sono nato.

 

L’uomo è reso sociale; gli vengono inculcate, fin dalla famiglia, fin dalla scuola, regole e modi di sentire che ne fanno un membro della società e che appaiono ovvie nella loro sensatezza; invece sono come paraocchi di un cavallo, condotto non dove lui vuole e sa, ma dove vuole e sa il padrone. E l’uomo con i paraocchi non solo non sa cosa fa e dove va, ma nemmeno vuole. E se non vuole interrogarsi su nulla, potrà mai mettere in discussione i fondamenti stessi della società?

 

L’ottimismo sociale dice al singolo: “Chi compie il suo dovere verso la società ha diritto di viver sicuro”. Ma chi ti dà il diritto di reputar tuo dovere quello che la società dice tale?

 

L’apertura finale di Michelstaeder alle religioni orientali e a Cristo, lungi dall’essere indice di una conversione o di un rifugio in un Ente metafisico che stonerebbe con il discorso logico e razionale sino qui condotto, è l’incoraggiamento, la speranza di un’apertura del persuaso a dare senza chiedere nulla. Ciò che Michelstaedter considera un dovere da instillare come antidoto di una violenza sempre più pervasiva e tentacolare in ogni struttura e fondamento sociale.

Per molto tempo si è sostenuto che il suicidio sia stato un atto di coerenza con il ragionamento sostenuto nella sua tesi. Ma questo atto di coerenza sarebbe poco coerente con le continue aspirazioni ad una persuasione che forse potrebbe, in qualche modo, redimere l’uomo.

Il testo rimane quindi incerto ed oscilla tra speranza e disperazione. Forse è stata questa oscillazione ad essere fatale ad un giovane che a 23 anni sentiva molto più intensamente e chiaramente di molti altri uomini, in un periodo in cui le certezze si sfaldavano sotto l’inconsistente benessere emergente e si appropinquava l’infausto Novecento.

Pietra miliare della filosofia italiana, vicino e lontano allo stesso tempo a Nietzsche e Schopenhauer, estimatore di Leopardi e profondo conoscitore della cultura greca, il suo testo rimane di un’attualità e di una potenza indicibili.

Ai miei lettori la parola…

 

*PRECISAZIONE DELLA MATTINA SUCCESSIVA*

C’è a mio avviso una contraddizione in quest’opera, che la fa oscillare in maniera continua tra un pessimismo disperato ed uno più aperto. Contraddizione che avverto fortemente ad ogni lettura dell’opera. Per questo motivo, e per il fatto che è un’opera talmente complessa da necessitare di studi approfonditi per renderne una disamina dignitosa, ho tentato di limitarmi ai concetti chiave del discorso di Michelstaedter. Un giorno probabilmente integrerò queste parole, o ne scriverò altre completamente diverse.

Frattanto, segnalo questo articolo che mi pare piuttosto esauriente, anche se non lo trovo del tutto convincente in quella contraddizione di cui parlavo.

Il Contributo italiano alla storia del Pensiero – Filosofia (2012)

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

11 Comments

  • Altair

    “sapore delle cose… sapore, da “sapio”, io so”

    Che significa “sapio”? Puoi argomentare?

    “.. gli uomini si stancano su questa via, si sentono mancare nella solitudine: la voce del dolore è troppo forte.”

    Che sia davvero il duale, la dimensione ideale? Il punto mediano tra sociale e individuale?

    “Entrambi acquistano sicurezza se insieme; la perdono se allontanati. Concetto che i padroni moderni forse non hanno molto chiaro.”

    Non sono d’accordo con l’ultima frase. I padroni moderni (non parlo di quelli interni al tessuto sociale, mi riferisco a coloro che hanno in mano il potere di indirizzare e quindi determinare le sorti del popolo che fingono di rappresentare e, per sineddoche, della popolazione mondiale tutta) hanno questo concetto fin troppo chiaro; siamo noi a non rendercene conto. Il punto è che destrutturando questo “noi” troveremmo delle matriosche sempre più piccole, replica di legami padrone-schiavo, in cui le società si sono articolate per distribuire diverse porzioni di potere… a partire dal nucleo più piccolo: la famiglia.

    “L’uomo è reso sociale. […] potrà mai mettere in discussione le fondamenta stesse della società?“

    … non posso tirarmene fuori, nemmeno facendo la stilita, vero? … ho diverse riflessioni per la testa, ma non riesco ancora a metterle in ordine come vorrei (mi riservo di integrare in seguito)…

    • Asaka

      Che significa “sapio”? Puoi argomentare?

      Il verbo italiano sapére deriva dal latino sàpere; sapio è la prima persona singolare dell’indicativo presente di sàpere, che significa “avere il sapore, sentire il sapore”, ma anche “avere senno, avere intelligenza”, e ovviamente “ho conoscenza di qualcosa”. Quindi sapio vuol dire “io so, io avverto il sapore”, e anche “io conosco”. Michelstaedter utilizza questo verbo proprio per rendere l’ambiguità del nostro concetto di conoscenza, che è legato ad una dimensione soggettiva. Quello che io so perché ne ho avvertito il sapore per te può essere diverso, perché diverso hai avvertito il sapore di quell’esperienza.
      [Parentesi linguistica: da sapio derivano anche saggio e saccio, la forma dialettale di sapére di molte zone meridionali]

      Che sia davvero il duale, la dimensione ideale? Il punto mediano tra sociale e individuale?

      Probabilmente sono stata ambigua nello scrivere. Michelstaedter non parla di dimensione duale. Quando parla di “compagno” indica, per sineddoche, il resto dell’umanità. In sostanza, si sta riferendo al concetto di “maggioranza”… Se faccio parte di una maggioranza ci facciamo eco a vicenda, convincendoci di esistere…
      Ho i miei dubbi sul duale… ma probabilmente non mi è chiaro cosa intendi.

      Non sono d’accordo con l’ultima frase. I padroni moderni (non parlo di quelli interni al tessuto sociale, mi riferisco a coloro che hanno in mano il potere di indirizzare e quindi determinare le sorti del popolo che fingono di rappresentare e, per sineddoche, della popolazione mondiale tutta) hanno questo concetto fin troppo chiaro; siamo noi a non rendercene conto.

      Hai ragione.
      La vedo esattamente come te.
      L’ultima frase ovviamente è mia. E sottintendeva che a lungo andare ai padroni non rimarranno più molti schiavi da sfruttare. Ma nel momento stesso in cui la scrivevo, mi sono resa conto che per qualche orrendo motivo ci sono paesi e popolazioni che sono schiave da secoli, e i padroni (noi?) continuano a disporne felicemente.
      “The Horror, the Horror…”, diceva Kurtz…

      a partire dal nucleo più piccolo: la famiglia.

      Appunto. Il duale…

      … non posso tirarmene fuori, nemmeno facendo la stilita, vero? …

      Michelstaedter con quella domanda dalla risposta implicita parla di chi è vittima della rettorica.
      Chi guarda dall’esterno i meccanismi non subisce il plagio e l’inganno della rettorica…

      *EDIT della mattina successiva*

      La chiusa del libro è di un pessimismo senza luce, di vero stampo leopardiano:

      >Ma gli uomini temo siano sì bene incamminati, che non verrà loro mai il capriccio di uscir della tranquilla e serena minore età.”

      Sono le ultime parole di un discorso che sottolinea come il giovane studioso sia indirizzato agli studi scientifici più freddi per renderlo un burattino, per non lasciargli vedere il resto, con l’illusione di fare del bene per la società.
      Somiglia molto al discorso che hai spesso condotto tu parlando delle teorie economiche che dimenticano quanti individui in carne, ossa e sofferenza vi siano dietro.

      Il motivo per cui sono stata molto sintetica nel condurre il post – lo aggiungo anche in calce all’articolo – è proprio questa continua dicotomia dell’autore tra una persuasione a cui forse si può tendere e il negarla a priori, come l’esempio del peso mostra.

      Non so pertanto se sia possibile tirarsene fuori, ma già il fatto che ne stiamo parlando dimostra a mio avviso che almeno è possibile non esservi dentro in maniera cieca…

  • Altair

    “Il verbo italiano sapére deriva dal latino sàpere; […]”

    Ora mi quadrano molte cose (sia concettuali che linguistiche); grazie per la precisazione.

    “Michelstaedter non parla di dimensione duale.”

    Non sei stata ambigua nello scrivere; quella sul “duale” è una questione su cui mi interrogavo io. L’esempio che hai portato sulla maggioranza e sul rapporto tra “io” e “resto del mondo” credo venga condotto per ipotizzare un tipo di società in cui gli uomini riescano a convivere e cooperare svincolati dalla rettorica.
    La dimensione duale la riconducevo alla parte legata alla persuasione e alla ricerca del Sé. Specificatamente, leggendo “gli uomini si stancano su questa via, si sentono mancare nella solitudine: la voce del dolore è troppo forte” mi sono tornate in mente queste parole di Galimberti: “Tutto ciò non è possibile nella solitudine dove il dolore dilaga e la gioia resta inespressa, e neppure nella gran massa che concede espressione solo all’applauso o allo slogan, ma unicamente nell’amicizia”.
    … al di là di questo, sono portata a pensare che la persuasione non possa essere pienamente raggiunta. Lo spiega l’esempio iniziale. È qualcosa a cui tendere, destinato a non essere mai raggiunto…

    “Ma nel momento stesso in cui la scrivevo, mi sono resa conto che per qualche orrendo motivo ci sono paesi e popolazioni che sono schiave da secoli, e i padroni (noi?) continuano a disporne felicemente.”

    Infatti. Se guardiamo alla storia dell’umanità (con la “u” minuscola), non c’è solo una violenza di tipo “sociale”, ma un tipo di violenza più brutale e diretta fatta di morti, guerre, popoli conquistatori e popoli conquistati… è un continuo mettere i piedi in testa al nostro vicino, sia che si tratti del dirimpettaio, sia che si tratti di una Nazione da invadere per “esportare democrazia”, “importare petrolio”, “scongiurare preventivamente un eventuale attacco terroristico”…

    Riguardo la parte che hai aggiunto stamattina devo ancora rifletterci su… ieri pomeriggio avevo in mente un discorso che lasciava aperte delle possibilità di cambiamento, ma non sono del tutto convinta di ciò che avrei scritto… ripasso appena avrò fatto chiarezza. Intanto grazie per la recensione e gli approfondimenti. 🙂

    • Asaka

      L’esempio che hai portato sulla maggioranza e sul rapporto tra “io” e “resto del mondo” credo venga condotto per ipotizzare un tipo di società in cui gli uomini riescano a convivere e cooperare svincolati dalla rettorica.

      Forse non ho capito a quale stralcio ti riferisci. Comunque la voce di Michelstaedter nel parlare dell’uomo che cerca l’eco negli altri è sempre amaramente sarcastica. L’uomo persuaso non dovrebbe aver bisogno di nessuno, perché dovrebbe avere pienezza di sé. E dovrebbe tuttavia guardare sempre agli altri, liberarli. Non per ricevere qualcosa in cambio, ma per dovere.
      Viceversa, ogni volta che M. accenna al concetto di “maggioranza” (anche se non mi pare usi mai questa parola) lo fa sempre con amarezza, sarcasmo… Ci si conforma al gruppo per avere l’illusione di esistere. Ed è un’illusione al pari di quella di appartenere al gruppo. È un rapporto strumentale, alla fine; utilitaristico.

      mi sono tornate in mente queste parole di Galimberti:

      Conosco bene quell’articolo di Galimberti… Quel tipo di rapporto duale non ha nulla di utilitaristico… Ma non è un rapporto semplice da trovare, da creare. Non a tutti capita di poter dare la mano a qualcuno per sincerarsi che esista veramente…

      … al di là di questo, sono portata a pensare che la persuasione non possa essere pienamente raggiunta. Lo spiega l’esempio iniziale. È qualcosa a cui tendere, destinato a non essere mai raggiunto…

      La vedo esattamente come te…

      Ma vorrei tanto capire come la pensava Michelstaedter. Nella prima parte parla continuamente del persuaso, che per definizione non potrebbe esistere…

  • Ximi

    Ad integrazione di certi discorsi..ci penso in solitudine. Grazie degli spunti, comunque rimane la mia idea che la vita vada vissuta non distrutta, a prescindere.

  • Asaka

    Ximi, ho difficoltà a pensare che qualcuno distrugga volontariamente la propria vita.

    Ad ogni modo, sul suicidio di Michelstaedter non mi esprimo, perché è un argomento troppo intimo che riguarda lui e solo lui, lui e nessun altro.

  • Ximi

    Non sono d’accordo..mi dispiace e non si tratta di giudicare, ma di rendersi conto che le azioni, anche quelle rivolte a noi stessi, scatenano delle reazioni anche sugli altri: e’ inevitabile. Ci sono sempre soluzioni o alternative o strade percorribili…

    • Asaka

      Qui non sono d’accordo io. È vero che ogni azione ha una reazione sugli altri, ma è anche vero che arrivare ad una decisione simile vuol dire non vedere più soluzioni, non sopportare più. Spesso perdere la lucidità. E quindi l’umanità.
      E io, tra chi sceglie di andare e chi rimane, non posso non entrare più in simpatia con chi se ne va, perché immagino il carico intollerabile che lo opprimeva in modo inesorabile.
      Ed evito considerazioni sul libero arbitrio, perché penso darei fastidio. 😛

  • Ximi

    ..se il carico e’ troppo pesante bisogna avere l’umilta’ e il coraggio di chiedere aiuto..prima di arrivare a “saturazione”..e’ inutile scalare una montagna se non si hanno le forze, ci sono almeno altri tre modi per superarla…;)
    ..uhmm meglio lasciar perdere davvero il libero arbitrio, sai!!! Continuiamo…!?! 🙂

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