Cinema

“La guerra di Mario”

Mario ha 9 anni. Nato e vissuto a Ponticelli, figlio di una sbandata tossica e promiscua, viene affidato ad una coppia borghese senza figli, Giulia e Sandro. Ma la vita per Mario continua ad essere una guerra, in cui lui è il capo che deve sporcarsi le mani di sangue e polvere da sparo; e il mondo è un luogo da attraversare solo quando il semaforo è rosso.

In “La guerra di Mario”, il regista partenopeo Antonio Capuano esplora il rapporto complicato e sofferto tra Giulia, piacente e desiderata docente universitaria di storia dell’arte, e Mario, il ragazzino che le è stato affidato e che non sa fidarsi di nessuno, se non di Mimmo, un randagio cagnolino che diviene presto la sua ombra e per cui suonerà il flauto.
A contrapporsi sono due mondi, quello ricco, colto e sensibile di Giulia e Sandro, e quello popolare, povero e complesso, e spesso delinquenziale, da cui proviene Mario, il bambino che scherza dicendo di essere Shad-sky ma che dentro di sé vive un perpetuo monologo tragico in cui il mondo è solo sangue e violenza.
Capuano, anche sceneggiatore, vola nella definizione della complessità di questo piccolo personaggio, che continua ad attraversare la strada con il rosso anche dopo aver perso il suo miglior amico, perché la vita è una sfida rabbiosa e come tale va affrontata; che racconta realtà diverse a Giulia e alla psicologa, realtà a volte contigue ed altre no, a volte affini ed altre no; che a scuola ripete continuamente di essere indietro perché è arrivato su questo pianeta solo da cinque anni, e quindi deve recuperare; che segue e desidera la presenza di Giulia e a volte la chiama “mamma” per compiacerla, ma che poi tiene a specificare agli amici che lei non è niente per lui, perché non gli appartiene.

E Giulia confusamente intuisce la contraddittorietà del mondo interiore di Mario, il suo non voler essere accarezzato da lei perché memore di altre carezze e altri desideri conosciuti nella casa materna. Ma l’esaltazione per il senso di responsabilità provato verso questo ragazzino, il vedere la vita come un’opera d’arte di un azzurro d’Yves Klein, la spingono a sognare di “unificare il cielo e il mare”, di conciliare il mondo sofferto e degradato della famiglia originaria di Mario con il suo fantasioso e borghese, e le fanno riconoscere in Mario le fattezze del bambino che fugge spaventato ed inorridito dinanzi al martirio di San Matteo nell’omonimo splendido dipinto (presenza, quella caravaggesca, sempre illuminante e filosofica nel percorso cinematografico di Capuano). E non è dato fino alla fine di sapere quanto sia utopistico e idealistico il desiderio di rispettare l’animo ribelle e creativo del bambino senza imbrigliarlo nelle regole comportamentali richieste dalla società.

La banalità della realtà, fatta di bugie, gelosia e grettezza, porta all’inevitabile epilogo un film tra i più intensi del regista napoletano, di cui andrebbe comunque recuperata l’intera filmografia.

 

La mia valutazione:

[rating=8]

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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