Cinema

“L’appartamento”, Billy Wilder (1960)

Billy Wilder è uno dei maggiori registi della commedia americana, nonostante le sue origini risalgano a Sucha Beskidzka, cittadina polacca che nel 1906, anno della nascita di Wilder, apparteneva all’impero austroungarico. Uno dei suoi maestri fu il grande Ernst Lubitsch (anche lui di origini europee, per la precisione tedesco con ascendenza russo-ebraica), per cui scrisse il copione di “Ninotchka” nel 1939. L’intesa tra i due sembra avere il suo maggiore collante nell’ironia dispiegata per il copione, ma la commedia di Wilder non è più spensierata come quella del maestro.

“The Apartment”, che nel 1960 ebbe grande successo al botteghino, è la storia di un modesto impiegatuccio che effettua la scalata nell’azienda in cui lavora grazie al suo appartamento, prestato ai propri capi per portarvi le amanti. La chiave dell’appartamento da scapolo di C.C. Baxter fa su e giù per il grattacielo, mentre Baxter si mostra sempre più interessato alla bella e inaccessibile ascensorista Fran Kubelik.

Wilder scrive il copione assieme a I.A.L. Diamond, suo collaboratore di fiducia dai tempi di “Love in the Afternoon” (1957), e realizza una pellicola di oltre due ore che non stanca, non perde ritmo e compattezza, non ha smagliature e non cerca mai la risata plateale. Perché a conti fatti quello di Wilder è un film sulla prostituzione della propria dignità, e l’unica cosa di cui si possa ridere è la piccolezza dell’essere umano.

Che Wilder abbia alle spalle una solida competenza di scrittura è evidente non solo nel plot, ma nel personaggio di Baxter, l’apice di perfezione di un film già assolutamente riuscito.

Baxter è un piccolo uomo mediocre, adorabile nella sua debolezza quanto nei suoi difetti. Un impiegato anonimo, che non sa mai dire di no e che forse cede quella chiave più perché il mondo va così e lui non è nessuno per cambiarlo, che per vero desiderio di scalata sociale. E quando scoprirà la verità su Kubelik, non sarà la delusione amorosa a spezzargli il cuore, ma la delusione su una persona ritenuta superiore alle altre, ritenuta più dignitosa. Quella dignità che in fondo manca anche a lui, ma che tuttavia non gli impedisce di essere, suo malgrado, diverso dalla aggressiva intraprendenza che lo circonda: “buddy boy” Baxter non sa ferire, non sa discolparsi da responsabilità che non ha, e non sa nemmeno suicidarsi, finendo per colpire il ginocchio anziché gli organi vitali. Il dottore che vive nell’appartamento adiacente lo crede un donnaiolo impunito; invece Baxter è solo un uomo buono che raccoglie i cocci delle vite altrui senza pretendere nulla in cambio.

 

The Apartment 2

 

Ad interpretarlo non poteva che essere il viso di gomma del grande Jack Lemmon, uno degli attori preferiti da Wilder. L’interpretazione di Lemmon ammanta di malinconia l’amarezza del film. Baxter, solo mentre di spalle guarda la sua nuova posizione sul diagramma aziendale, quasi fosse uscito da un celebre scatto di Cartier Bresson, con quella bombetta in testa è un po’ Charlot un po’ Totò, buffo e triste, immerso senza rendersene conto nell’idea capitalista di usare le persone come oggetti. Non è un dettaglio di poco conto che la progressiva maturazione di buddy boy Baxter avvenga tramite il confronto con il medico Dreyfus (ovviamente ebreo, come la famiglia di Wilder e come il Dreyfus del famoso affaire) e l’ascensorista di origini ceche Fran Kubelik. Attraverso le parole e le azioni di due personaggi che portano con sé il vissuto di minoranze rappresentate ancora parzialmente estranee alle regole non scritte del vivere americano, Baxter impara cosa siano la responsabilità e la dignità. Lo impara dalla fatica fisica con cui il dottor Dreyfus salva una vita, lo impara dalla garbata ostinazione con cui Fran Kubelik evita di mescolarsi alla massa e tiene con sé uno specchietto rotto, perché rappresenta bene il modo in cui si sente, persino quando finge di illudersi.

È così che Baxter impara di avere un amor proprio. È così che diventa un essere umano.

Regia insinuante di Wilder e macchina da presa brillante e acuta che a volte diviene cupa come la fatica di risvegliare un animo che vorrebbe dormire per sempre.

Uno dei suoi migliori film.

 

 

La mia valutazione: 9/10

 

 

“The Apartment”, di Billy Wilder.

Con Shirley MacLaine, Jack Lemmon, Fred MacMurray, Ray Walston, Jack Kruschen.

Commedia, b/n.

Durata 125′ min.

USA 1960

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

12 Comments

  • Antonietta

    Non è un caso che questo film mi faccia pensare agli spaghetti.
    E alle racchette da tennis.

    Ma Daphne rimane la mia preferita.

    P.s.
    Sei passata?

  • Antonietta

    P.s.
    Sei passata?
    Sì. E tu?

    P.p.s.
    Ovvio
    che
    no.

    Mi hanno rimandata al mittente.

  • Antonietta

    Oroscopo del giorno 30 giugno 2014.

    Segno: Asaka nel metrò
    Domani, uscendo di casa, inciamperai in un mastino napoletano.
    Inciamperai in un mastino, anche se non esci di casa.
    Attenta ai mastini fino al 3 luglio.
    Del 2018.

    • Asaka

      Straordinario: ho una costellazione a me dedicata e, nonostante i Cavalieri dello Zodiaco e Stellarium, non l’avevo mai saputo.

      Si direbbe quasi che qualcuno ce l’abbia con me. Qualcuno vendicativo, rancoroso, astioso, livoroso.
      Chi potrebbe essere?

    • Asaka

      Pensavo piuttosto a qualcuno che era stato rimandato al mittente.

      P.S. Come sempre la discussione ha molto a che fare con l’articolo.

  • Antonietta

    Cara Ciccia,
    non è mica colpa mia, se, ogni volta, prendi la tangente, ti fai i tuoi voli pindarici e noi, qui, ad aspettare, come la serva di Talete.
    Io (cfr. primo commento) mi sono attenuta strettamente al tema, mentre tu esci regolarmente fuori traccia.
    La prossima volta, ti azzecco un quattro, così vediamo se rifai quest’errore.
    Cordialità e disegni cucciolosi.

    Sempre tua,

    Antonietta Elisa da Livorosa

    p.s.
    si può ordinare un post su Fassbender?
    Fassbender, non Fassbinder, eh!

    • Asaka

      Non so chi sia la “Ciccia” a cui ti ostini a rivolgerti, ma faresti bene a rileggerlo tutto il primo commento:

      P.s.
      Sei passata?

      E poi a spiegarmi cosa c’entri tale domanda con il film di Wilder.

      Il post su Fassbender da te richiesto non posso redigerlo in quanto:
      1 – se desideri un post discorsivo e critico, ho visionato pochi film interpretati da lui.
      2 – se (e credo sia l’ipotesi maggioritaria) desideri un post corredato di immagini, nel mio sito ne uso il meno possibile.
      Spiacente, ma le tue fantasie dovrai esercitarle in privato. Magari sul tuo famigerato blog segreto.

      Le forme onorifiche basate sugli aggettivi possessivi sarebbe bene evitarle.

      Saluti,

      Carmel… Asaka

  • Altair

    Sarà anche una commedia, ma convengo con te sul fatto che non faccia ridere; non per un difetto di sceneggiatura, le doti narrative di Wilder sono evidenti, ma per via della simpatia (in senso etimologico) che si finisce per provare per il protagonista.
    Quel non saper dir di no, non sapersi opporre…

    Comunque anch’io preferisco Daphne. 😛 Anzi, tra tutti, preferisco la MacLaine. 😉

    P.S. Come mai in qusto post è emersa una delle primissime firme? Credo fosse di agosto 2012. 😛 Converrai con me che l’avverbio d’esordio del periodo conclusivo sia piuttosto inappropriato. 😛

    • Asaka

      Figuramoci se Altair potesse evitare di simpatizzare con il protagonista e con la MacLaine e il suo specchio rotto…
      [tanto lo so che è anche perché ti ricorda “The turning Point” =) ).

      P.S. Non ne ho onestamente idea. Non me ne ero nemmeno accorta.

      P.P.S. Bentornata su questi lidi, Altair.

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