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Jane Austen: opere minori e perfidia da salotto

Per intenderci: quando parlo di “opere minori” di Jane Austen mi riferisco ai racconti giovanili e a quelli incompleti; nella fattispecie qui parlerò di Lady Susan, I Watson e Sanditon.

Tre esperimenti della Austen recentemente tradotti e raccolti da Ornella De Zordo per i tipi della Newton Compton.

Mi sembra innanzitutto doveroso precisare che, tra i sogni irrealizzabili della mia vita, da molti anni figura quello di una bella spettegolata con Jane Austen. Per mia natura, essendo schiva e riservata, del gossip tende a non importarmene nulla, ma ho l’impressione che la grande scrittrice inglese avrebbe potuto farmi cambiare idea. E questo, lungi dall’essere un’attribuzione di superficialità nei suoi confronti, è anzi uno dei migliori complimenti che mai potrei farle. Virginia Woolf definiva la Austen

“a mistress of much deeper emotion than appears upon the surface. […] Think away the surface animation, the likeness to life, and there remains, to provide a deeper pleasure, an exquisite discrimination of human values.”(da Virginia Woolf, “The Common Reader – First Series”).

Una prosa, quella della Austen, arguta (“wit” è un sostantivo che torna continuamente nel saggio della Woolf), razionale, manierata, e tuttavia vivace, e amante dei suoi personaggi, che viviseziona con l’occhio esperto di chi non conosce divertimento migliore dell’osservazione del genere umano.

Potrà apparire forse inusuale la forte ammirazione della Woolf per una scrittrice di cui più volte, con la rigorosa finezza linguistica che le compete, l’autrice di “To the Lighthouse” individua i punti deboli e le difficoltà; una scrittrice molto più pragmatica e razionale, nelle parole come nei soggetti, rispetto alla Woolf, aristocratica esponente del Modernismo inglese, impegnata sin dagli albori della sua avventura letteraria a ricercare ciò che l’occhio non vede e la lingua non può esprimere.  Eppure è innegabile l’ammirazione che pervade ogni scritto woolfiano sulla Austen, dai saggi per il “Common Reader” alle frequenti citazioni in “A room of One’s Own”; ne estraggo una particolarmente esemplificativa:

“Quale ricchezza d’ingegno, quale integrità dev’essere stata necessaria per fronteggiare tutta quella critica, nel cuore di quella società totalmente patriarcale, per tenersi saldamente attaccate alle loro convinzioni senza deflettere. Soltanto Jane Austen riuscì a farlo, e poi Emily Bronte. Il che aggiunge un’altra piuma, la più bella forse, al loro copricapo. Scrivevano come scrivono le donne, non come scrivono gli uomini.” (“Una stanza tutta per sé”, Giulio Einaudi Editore, 1995)

E non sono sfuggiti all’ammirato controllo della Woolf nemmeno questi “sketches”, queste prove di scrittrice (ché tali, purtroppo, sono rimasti “I Watson” e “Sanditon”) che mi accingo ora a presentare.

 

LADY SUSAN

L’unico dei tre testi ad essere completo; scritto in gioventù dalla Austen, che scelse di non darlo alle stampe, è un vero e proprio testo di sperimentazione; lo si deduce anche dal fatto che non è portato regolarmente a compimento, ma sceglie una soluzione narrativa rapida per la chiusura. A parte il finale, infatti, l’intero testo è basato sulla forma epistolare. Non una singola volta si ode la tipica ironica voce del narratore austeniano; in compenso, sarcasmo e ironia grondano da ogni angolo delle lettere proposte, a partire da quelle dell’eroina eponima, Lady Susan. A lei l’onore di aprire il valzer di pettegolezzi, intrighi da salotto, ruffianerie, falsità e perbenismi gesuiti. Un ping pong letterario ad alto potenziale di divertimento.

Imperdibile.

I WATSON

Si rientra nei ranghi delle tipiche narrazioni austeniane. Emma Watson, eroina di questo incompiuto romanzo, è la minore dei Watson, numerosa famiglia di ceto medio-basso residente nel Surrey. Al contrario dei suoi fratelli, Emma ha avuto la fortuna d’essere cresciuta ed educata a casa degli altolocati zii, e il racconto inizia nel momento del ritorno della ragazza, ormai giovane donna, nella famiglia originaria. Si sviluppa il classico tema austeniano dell’eroina di bassa estrazione sociale ma di mente e gusti molto più fini rispetto ai suoi famigliari (vedi Elizabeth in “Pride and Prejudice” o Anne in “Persuasion”, il mio Austen preferito). A questo tema sembra affiancarsene un altro parecchio interessante, quello del ricongiungimento della ragazza con una famiglia che le è completamente estranea, e dei rapporti positivi e negativi che si creeranno con i vari componenti. Purtroppo l’abbandono del testo da parte dell’autrice non permette l’evoluzione di questa sottotrama, anche se segnali molto chiari, soprattutto in merito alle relazioni tra sorelle, sono forniti sin da subito (la Austen non è di quegli scrittori che nascondono le proprie carte per colpire a tradimento il lettore).

SANDITON

Indubbiamente l’esperimento più interessante dei tre, e quello per cui il cultore austeniano manifesta maggior rimpianto.

Contesto inusuale, quello di “Sanditon”. Un anonimo e insipido villaggio vicino al mare è il sogno di uno dei personaggi più idealistici della Austen, Mr.Parker, il quale vorrebbe rendere Sanditon una celebre località balneare alla moda. Ovvero, Jane Austen in versione imprenditoriale. Se si pensa che questo sia solo uno cambio di scenario per le vicende raccontate dall’autrice, si è in errore. L’affare economico alla base di questo romanzo ha una sua rilevanza, nell’intreccio come nella poetica dell’autrice. È come se lo sguardo della Austen fosse uscito dal consueto salotto piccolo-borghese per affacciarsi su dinamiche più ampie e stratificate. Di qui il forte rimpianto del lettore quando giunge all’ultima, irrisolta pagina, abbandonata dall’autrice ormai malata e prossima alla dipartita (morirà quattro mesi dopo a soli 42 anni).

Il testo è un vero e proprio “work in progress”; i personaggi, le scene e i luoghi non sono tutti definiti con l’accuratezza che le è propria. Addirittura si fa anche fatica a capire chi siano i veri protagonisti del romanzo (il protagonista maschile nemmeno fa in tempo ad entrare in scena). E tuttavia questo non le impedisce di solleticare l’attenzione di chi legge, di creare personaggi minori che come sempre prendono vita al di fuori della pagina. In una parola di esercitare quel suo stile unico ed inimitabile che la Woolf tanto ammirava.

Libro consigliato, soprattutto a chi già conosce a memoria l’opera omnia ufficiale della Austen.

LA MIA VALUTAZIONE: 8/10

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

4 Comments

  • Ximi

    Posso chiamarla Jane, come se fosse un’amica blogger con cui potremmo virtualmente chiacchierare. Che dici Asaka, avrebbe mai aperto un blog!?!
    Adoro i suoi personaggi maschili: l’affascinante, incredibile modo di corteggiare ed amare che solo una donna può permettersi di sognare e raccontare..

    • Asaka

      Sì, secondo me avrebbe aperto un blog… che avrebbe fatto morire di risate tutte noi donne 🙂 Però avrebbe anche avuto un traffico esorbitante di mail e twitterate!

      Eh, un Darcy è per sempre!

  • A Lady

    Gent.ma Miss Asaka e Gent.me Lettrici,
    il mio nome non è Jane Austen, non sono una scrittrice, né mi auguro mai di avere a che fare con la letteratura, tantomeno con quelle scempiaggini che sono i romanzi di oggigiorno. Mi permetto di scrivere un commento in questo luogo solo per informarVi che Miss Austen non si sarebbe mai sognata di tenere un blog e che, se anche lo avesse avuto, questo non sarebbe stato di pubblico dominio, ché non c’è cosa maggiormente ridicola di una donna che si occupi di cose letterarie. E, per equità, dal momento che è stato citato più volte l’apprezzamento di Miss Woolf nei confronti della Austen, oso in questa sede lasciare il giudizio di un grande scrittore sull’opera di Miss Austen:

    “Non ci guadagno nulla a stroncare libri, e non lo faccio a meno che non li odii. Spesso ho provato a scrivere di Jane Austen, ma i suoi libri mi fanno diventare matto a tal punto che non riesco a nascondere la mia furia al lettore; perciò devo fermarmi ogni volta che comincio. Tutte le volte che leggo Orgoglio e Pregiudizio mi viene voglia di disseppellirla e colpirla sul cranio con la sua stessa tibia.” (M. Twain, 1898)

    Con questo, Vi porgo i miei saluti e Vi auguro di poter condurre letture più utili e dilettevoli di quelle della Austen.
    Cordialmente,

    a Lady.

    • Asaka

      Gent.ma Lady,
      o forse sarebbe più corretto Gent.mo Sir, visto che “non c’è cosa maggiormente ridicola di una donna che si occupi di cose letterarie”.
      È noto che gli scrittori sono una categoria molto solidale, e raramente uno esprima parole di ammirazione verso un collega (un po’ come la classe docente). Nondimeno, sebbene il sarcasmo di Twain mi paia un po’ macabro e aggressivo, mi riesce in effetti difficile immaginare l’autore di “Tom Sawyer” alle prese con “Orgoglio e pregiudizio”. E mi riesce anche difficile inserire i romanzi dell’autrice nel filone “romantico”, come è uso fare; mi pare più appropriato quello “aziendale”. Detto ciò, quanto prima tornerò alle mie letture inutili e non dilettevoli, e con orgoglio, per giunta.
      Saluto l’anziana pluricentenaria decrepita Lady (perché per essere tanto certa che la Austen non avrebbe mai tenuto un blog, deve averla almeno conosciuta).

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