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Ipazia e la persecuzione culturale: il romanzo di Petta – Colavito

“Ipazia. Vita e sogni di una scienziata del IV secolo”, a cura di Adriano Petta e Antonino Colavito, è una rielaborazione, molto romanzata, della vicenda di Ipazia, scienziata e filosofa che, fra il IV e il V secolo d.C., votò la sua vita agli studi subendo l’oppressione e la persecuzione mortale di un potere, quale quello romano, che si legava sempre più strettamente alla Chiesa fin quasi all’identificazione.

C’è da premettere che negli ultimi anni il mito della filosofa Ipazia ha goduto di rinnovata fortuna, si sono moltiplicati i romanzi e gli studi a lei dedicati, e questo anche prima che nel 2009 fosse diffusa la pellicola di Alejandro Amenàbar “Agora”. Il dibattito sulla filosofa si è intensificato, le opinioni si sono moltiplicate; ma la verità storica racconta poco. Racconta di una donna, pare molto bella, nata e vissuta ad Alessandria d’Egitto, educata dal padre Teone alla matematica, alla scienza, alla filosofia. Che erano un tutt’uno, un tempo. Se qualcuno considera il teorema di Pitagora una delle pagine letterarie più affascinanti della cultura occidentale, è semplicemente perché la filosofia greca era legata simbioticamente alla geometria, alla matematica, allo studio degli astri e della natura, recando in sé una impronta culturale che dal Medioevo in poi è andata perduta, portando alla biforcazione (nociva, a mio avviso) dei due sentieri, quello scientifico e quello filosofico. Ipazia è stata dunque una delle ultime figure intellettuali di stampo “classico”, e teneva viva la tradizione culturale del cosiddetto “Museo”, in cui proponeva lezioni a studenti che spesso si recavano appositamente ad Alessandria per seguire i suoi insegnamenti. Alessandria continuava pertanto ad essere un polo culturale di forte vitalità, nonostante avesse già subìto la distruzione della celebre Biblioteca, vero patrimonio dell’umanità, ad opera di Giulio Cesare (reiterata poi nel III secolo e nel V), nonché la distruzione del vecchio Museo, distrutto da Aureliano.
La fine di Ipazia è stata tragica: lapidata e fatta a pezzi da un gruppo di “cristiani dall’animo riscaldato”, secondo la testimonianza di Socrate Scolastico, in un contesto di forti agitazioni politiche e religiose (il discorso è lungo e complesso, ed è inoltre difficile districare politica e religione) che portano a una nuova distruzione della Biblioteca alessandrina.
Il problema della figura storica di Ipazia è che i suoi scritti sono andati distrutti, e tutto ciò che sappiamo di lei deriva da tradizione indiretta. Risulta pertanto difficile capire fin dove i suoi studi fossero effettivamente giunti, e quanto invece le ipotesi storiche siano illegittime ed infondate. Di certo c’è che la sua figura non è mai stata dimenticata, che la leggenda è andata alimentandosi con il tempo (probabile che la filosofa figuri anche nel dipinto di Raffaello “La scuola di Atene”, in cui questo volto è generalmente identificato con lei), e che di recente è divenuta appannaggio di un certo anticlericalismo, di certo femminismo, anche di stampo omosessuale.

Tornando al libro. Il testo è suddiviso in due parti: “La vita”, curata da Adriano Petta, autore di romanzi storici nonché, secondo il suo sito, studioso di storia della scienza e medievalista; “I sogni”, curato da Antonino Colavito, autore delle pagine più oniriche e letterarie del libro.

Nella prima parte il narratore è Shalim, personaggio immaginario, compagno di vita della filosofa (qui è chiaro l’intento degli autori di stornare la “loro” Ipazia dalle rivendicazioni cui accennavo sopra). Sin dall’inizio della storia Shalim e Ipazia sono attivi nel salvaguardare le più preziose opere scientifiche dell’antichità onde evitare loro una seconda distruzione. Purtroppo la storia ci insegna che la Biblioteca d’Alessandria dovrà perire nuovamente sotto il rogo dell’intolleranza, e perdere quindi un patrimonio di valore inestimabile. Ciò che la Storia non può confermarci è quanto effettivamente fosse attiva Ipazia nel lavoro di recupero e salvaguardia del patrimonio della Biblioteca, anche se questa è un’immagine che viene spesso riproposta dalle recenti rielaborazioni del personaggio. Più affidabile pare invece essere la messa a punto di sofisticati apparecchi scientifici come l’astrolabio, mentre l’insistenza degli autori sui trattati di Moco e Democrito, filosofi atomisti, a proposito degli studi sulla luce condotti dalla protagonista del romanzo sembra alludere ad un patrimonio scientifico che avrebbe permesso di mettere a punto molto prima, se non fosse stato soffocato, teorie della fisica di recente approdo.
Ipazia era una filosofa di stampo neo-platonico; pertanto la tradizione di lei sottolinea l’assoluta apertura e disponibilità nel condividere il suo sapere verso chiunque desiderasse conoscerlo, e ne fa una donna sprezzante dell’amore, ritenuto un mero processo fisico finalizzato alla procreazione. Non conosco ovviamente quale fosse, in questo senso, il vero modo di pensare di Ipazia, ma mi ha sempre fatto riflettere che questo aspetto non riesca ad essere serenamente accettato, divenendo strumento di rivendicazioni arbitrarie, a mio modo di vedere (nel senso che non sono suffragate dai testi e tradiscono gli intenti originari del personaggio), o addirittura finendo per essere interpretato secondo l’ottica freudiana, come in “Ipazia e la notte”, di Caterina Contini. La stessa tradizione è a mio avviso “falsata”, nel suo accentuare la durezza di carattere della filosofa, farne un personaggio aspro. Eppure questa concezione dell’amore non è certo nata con Ipazia; fior di filosofi antichi si erano già espressi in tal senso, ma  evidentemente se a dir questo è una donna l’effetto è diverso…
L’Ipazia immaginata da Petta e Colavito cerca di allontanarsi da questi cliché ma a mio avviso non lo fa in modo del tutto convincente:  ha un legame affettivo con Shalim, di cui cerca volentieri l’appoggio e la protezione, pare una fragile fanciulla dagli occhioni spesso spalancati dinanzi all’incomprensibile perversione del mondo, le cui leggi meccanicistiche dovrebbe conoscere molto bene, e procede senza arretrare con infinita dolcezza. Un personaggio non ben messo a fuoco.

Ciò che più colpisce è invece la ricostruzione storica, che offre una prospettiva decisamente poco agiografica su Agostino d’Ippona, Ambrogio, il vescovo Cirillo. Niente di nuovo per chi abbia studiato la storia medievale; qualche titubanza difficile da superare, invece, per chi conservi di questi personaggi l’immagine classica positiva e idealizzata. L’intreccio tra potere politico e potere religioso, che diventa davvero una discriminante nella storia dei popoli del tardo impero/alto Medioevo, è innegabile, materia oscura e affascinante al tempo stesso. Il libro ne offre diversi accenni, imprescindibili per capire la figura di Ipazia e la sua orribile morte.

La seconda parte del libro presenta invece i “Sogni” della filosofa; si tratta di pagine più riflessive e liriche. Qui il livello della scrittura (fin qui piuttosto comune) si innalza decisamente, per la penna ispirata e poetica di Antonino Colavito, scomparso cinque anni orsono. L’ultimo sogno restituisce la voce narrante a Shalim, che continua per la sua strada nella speranza di poter, un giorno, e in qualche forma, ricongiungersi con Ipazia.

Qual è dunque la mia opinione sul romanzo?
Per la documentazione storica, per le tesi portate avanti, per i “Sogni”, per l’amore che traspare nei due autori verso la protagonista, direi che il libro merita una lettura, soprattutto per chi fosse incuriosito del personaggio (anche se per l’aspetto filosofico preferisco decisamente il romanzo della Contini). Rimangono i molteplici dubbi già esposti sulle verità storiche, ma questo è un problema di qualsiasi opera che tenti la ricostruzione del personaggio. Per le qualità prettamente letterarie si poteva forse sperare in qualcosina di più, avvertendosi con forza il divario tra la prima e la seconda parte.
Circa il personaggio…l’Ipazia che personalmente preferisco è quella della pellicola “Agora”, sebbene il film, rivisto a distanza di tempo, mi abbia deluso. Non so quanto abbia fondamento la celebre sequenza del cerchio e dell’ellisse, ma indubbiamente Amenàbar trasporta sullo schermo una Ipazia né intransigente né leziosa, né sprezzante nei confronti degli uomini né timorosa di essi; l’Ipazia di Amenàbar è semplicemente un’intellettuale colta, lucida, umana, che vive in maniera coerente ai valori in cui crede.
Materiale sovversivo, di questi tempi.

 

La mia valutazione:

6/10 (per la prima parte)

7/10 (per la seconda parte)

 

Per approfondire (e rendersi conto di quanto sia plasmabile la Storia di Ipazia):

– L’articolo “Ipazia, 16 secoli di bugie” di Luisa Muraro

– L’articolo di Moreno Morani su ilSussidiario

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

4 Comments

  • Altair

    Basta, ho deciso, do le dimissioni e mi metto a studiare a tempo pieno.
    (D’altronde sono coetanea della Minetti, ergo posso chiedere il pensionamento anticipato! XD ).
    Comunque è sempre un piacere leggere le tue considerazioni (qualunque sia l’argomento), e tutti gli spunti di approfondimento che proponi.
    Riguardo Ipazia la conoscevo sommariamente ma ora mi hai incuriosita, cercherò sicuramente altro su di lei. Al giorno d’oggi ci sarebbe estremo bisogno di una figura femminile come la sua (al contrario di ben altri esempi che ci propongono i media) e più in generale c’è bisogno di intellettuali veri (uomini o donne non ha importanza, non è una questione di genere, è una questione di coerenza e integrità morale).

    • Asaka

      Ma Altair…la Minetti ha delle doti inestimabili che le permettono, in maniera giusta e sacrosanta, di godere di questo meritato diritto… XDDD
      Il problema dei nostri tempi è la mancanza di intellettuali. L’intellettuale una volta era guida della società, nell’interpretare il Potere. Ora è zittito o connivente con il Potere, ergo non è più un intellettuale.
      E comunque…la parola “dimissioni” è meglio che non me la fai sentire! 😉

      Grazie a te che mi leggi sempre con pazienza 😳

  • Ximi

    Questo tuo approfondimento me lo aspettavo.. non so perché.. 🙂
    Esiste un progetto di una biblioteca on line che dovrebbe emulare la grande biblioteca alessandrina, si tratta di http://www.wdl.org/en/
    qui invece c’è tutta la storia => http://www.wdl.org/en/background/
    forse già la conoscete.. 😉
    merita una sbirciatina.
    Ipazia era bella, intelligente e fuori del comune.. Come noi, insomma!! Eheehe!!!

  • Asaka

    @ Ximi
    Davvero non capisco come mai ti aspettassi il mio approfondimento su Ipazia… 😀
    Il WDL è un progetto bellissimo, in cui a volte capita di trovare vere e proprie perle.
    Certo è anche un progetto molto molto ambizioso… e resta difficile non pensare a quante opere dell’antichità abbiamo perdute, con la vera biblioteca alessandrina. Vero? 🙁

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