Musica,  Riflessioni personali

Io, la mia città e PJ Harvey

Poche cose al mondo hanno il potere di calmarmi quanto le passeggiate solitarie nella mia città, che è povera, degradata e triste, ma è pur sempre la mia città, intrisa di ricordi e del vissuto mio e dei miei cari. Conosco ogni sua strada e ogni muro. Se non li percorro per troppo tempo, iniziano a mancarmi. Insomma, le voglio bene, anche se parlarne male è tra i miei hobby preferiti.

Mi capita spesso di vedere ragazzi che si isolano totalmente con le cuffie, e che portano la loro musica in ogni luogo in cui vadano. Io invece, quando cammino per la mia città, non ho bisogno di alcun apparecchio, perché la musica è tutta nella mia testa, come diceva Tim Robbins in The Shawshank Redemption. E non è raro che nella totale rilassatezza della passeggiata, prenda a suonarmi nelle orecchie qualche brano che giaceva sepolto da tempo immemore in qualche meandro della mia memoria.

Ed è stato così che pochi giorni fa mi sono ritrovata a cantarellare tra me e me “Passionless pointless”. Inizialmente nemmeno ricordavo in quale disco l’avessi sentita, poi ho ricordato: “A Woman a Man walked by”, PJ Harvey e John Parish, 2009. Riprendere il disco e farlo suonare nello stereo il prima possibile è stato ovvio. Impossibile frenare le solite considerazioni che sempre mi sfuggono se c’è di mezzo Polly Jean Harvey, con la sua voce ineffabile, i suoi testi minimalisti, la sua musica sempre più difficile da raggiungere, sempre più ostile, in cui però si aprono inaspettatamente squarci di lirismo che sconquassano l’animo. Ho sempre avuto un debole per il brano di apertura del disco, “Black Hearted Love”, uno di quei brani rock trascinanti che solo Polly Jean e John Parish insieme sanno tirare fuori. Da ascoltatrice superficiale e passiva, mi è difficile innamorarmi subito degli ultimi dischi di PJ Harvey, e mi è difficile non rimpiangere che non vi siano altri brani come “Black Hearted Love” nel disco. Ma riascoltando tutto “A Woman a Man walked by”, è saltata fuori una perla che solo ora, a distanza di tre anni, mi ha inaspettatamente colpito: “California Leaving”, un brano dall’attacco quasi ironico e beffardo che improvvisamente si apre poi ad una nostalgia quasi straziante verso la Terra Madre, l’Inghilterra.

E mentre la voce sublime della cantante recita…

Oh England come soon

How could I’ve believed that I could live and breathe in you

(versi dinanzi a cui il fan harveyano finge di non ricordare il tradimento statunitense perpetrato da Polly Jean ai tempi di “Stories from the city, stories from the sea”), io sento improvvisamente con chiarezza lancinante il legame indissolubile con questa mia città che vorrei vedere migliore, ma che non posso fare a meno di amare.

Qui è possibile vedere una versione di “California Leaving” ai tempi della promozione del disco, nel 2009.

I quattro stoccafissi che stanno intorno alla Divina sono in realtà abili musicisti e compositori: John Parish (alla sinistra di PJ), Eric Drew Feldman (suonava per Captain Beefheart, uno dei musicisti ispiratori per PJ Harvey), Jean-Marc Butty e Giovanni Ferrario.

La Divina qui è in versione “brava  e compita bambina” appena uscita dalla fase tardo-ottocentesca delle immagini di “White Chalk” (che, sarà una mia suggestione, ma mi riportano sempre alla mente Emily Dickinson). Per me che la seguo da decenni, so che è solo una delle sue fasi mimetiche, rispetto a ben altre pose provocatorie assunte negli anni passati.

Rimane una voce, uno stile, un modo di concepire la musica, assolutamente inimitabile.

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

6 Comments

  • luda

    Io PJ ho avuto la fortuna di sentirla dal vivo, a Imola. Dopo c’erano i Cure, prima di lei Ben Harper :). Davvero indimenticabile. Non sapevo di questa tua predilezione… Questo post mi piace tanto tanto. Baci.

    • Asaka

      Sì, me lo raccontasti… All’Heineken Jammin Festival, giusto?
      Io non l’ho mai vista dal vivo, ma l’ho spesso ascoltata in live trasmessi in radio o scovabili su internet, e devo dire che dal vivo rende anche più che in studio, per la voce che ha. La seguo da “Is this desire?”….15 anni? Mi sento vecchia!!

      • nostalgico foggiano

        Asaka, stupisci sempre con la tua poesia.
        Che profondità i tuoi articoli, sembra un viaggio nel tuo profondo…
        Davvero è un piacere leggere quanto scritto in questo sito ed il forte legame che unisce anche i tuoi più fedeli “critici-commentatori”

        • Asaka

          Grazie…mi metti in imbarazzo 😳 😉
          Del resto so che comprendi appieno questo amore-odio verso la terra d’origine…
          I miei lettori sono un’élite scelta… Pochi ma buoni! 😆
          Grazie per essere passato, a presto!

  • Ximi

    Ciao! Hai decisamente gusti ricercati.. Ho ascoltato la canzone di sottofondo mentre leggevo il tuo post.. con traduzione del testo perché mi perdo le parole per strada.. seguendo la melodia.. :))) Il link che hai aggiunto è rotto.. sigh! A presto e grazie per i tuoi mex!!!

    • Asaka

      Ops! Grazie di avermelo segnalato, ho sistemato il link con i quattro stoccafissi 😛
      Grazie Ximi!

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