Serie TV

“Rescue Me”, serie simbolo dell’11 settembre

Io e le serie televisive abbiamo un rapporto molto conflittuale e difficile. Essendo che da fanciullina ne sciroppavo una dopo l’altra senza perdermene mai una puntata, alla veneranda età di 20 anni giunsi alla conclusione che fosse necessario porre fine a codesto andazzo, o lo studio universitario sarebbe andato a farsi benedire, con conseguente rinvio alle calende greche della mia laurea.

Pertanto mi imposi duramente un periodo di disintossicazione dopo il quale giurai solennemente che giammai avrei più posato i miei occhi su un prodotto seriale. Ovviamente andò tutto a farsi benedire quando mi imbattei con i dorama giapponesi, e così, dopo aver ceduto alle lusinghe delle serie orientali, cedetti, ancora una volta, ad una serie americana…

Il tutto accadde nel settembre scorso, dopo che da anni mi si parlava in maniera eccelsa di “Rescue Me”, il vero telefilm che avesse affrontato il trauma americano dell’11 settembre senza retorica e reticenze. Ora, non è che io proprio muoia dalla voglia di assistere a visioni serie, impegnative, e soprattutto lunghe 93 episodi, soprattutto dopo il famoso giuramento prestato a 20 anni dinanzi al testo di Letteratura Latina, che tanti bei sonni mi ha conciliato. Ma quando mi si parla troppo bene di un qualcosa, prendo ad amarla anche prima di conoscerla.

Tutta questa prosopopea, insomma, per dire che in 2 mesi mi sono sciroppata le sette stagioni di “Rescue Me”.

La cosa più divertente è che in questa serie TV sono presenti tanti di quegli stereotipi da TV americana che io davvero detesto, ovvero:

– Caterve di bellocci super-palestrati e super-pompati come fanservice per il pubblico femminile;
– Caterve di donne perfette, disponibili e super-dotate come fanservice per il pubblico maschile;
– Nessuna frase di senso compiuto priva di una parolaccia o di un blaterio informe;
– Evoluzioni delle storie con colpi di scena direttamente provenienti da “Dallas” e “Dinasty”.
– Continui e disinvolti cambi di letto dei personaggi.

Ma nonostante questo, “Rescue me” per me è una serie straordinaria, e quando l’ho terminata ne ho avvertito fortemente la mancanza. Direi anzi che la grandezza del telefilm sta proprio nel riuscire a veicolare emozioni e riflessioni di una certa profondità pur sotto la patina da classico intreccio americano seriale.

Trasmessa dal canale FX dal 21 luglio 2004 al 7 settembre 2011, la serie ha per protagonista Tommy Gavin, un vigile del fuoco di New York dalla vita alquanto problematica. Tre anni prima ha partecipato alle operazioni di salvataggio a Ground Zero, e da quella tragedia la sua vita ha subìto una svolta. Mollato dalla moglie che non ne sopporta più il peggioramento di carattere, Tommy mostra una certa propensione alla bottiglia (genetica nel DNA della famiglia Gavin, Irish 100%), alle scazzottate e alla promiscuità fisica.
Il resto del suo gruppo di lavoro non se la cava molto meglio, tra il portoricano Franco, amante delle belle donne e soprattutto di se stesso, il tenente e amico fraterno Lou, che scrive poesie di cui si vergogna come un ladro (anche perché in effetti fanno piuttosto pena) e i due fessi patentati Mike e Sean, di cui lo spettatore si chiede perennemente come abbiano fatto a superare i test per diventare vigili del fuoco.
Eppure i veri protagonisti di questo serial sono proprio la Squadra 62 e la disfunzionale (trattasi di eufemismo) famiglia Gavin. In entrambi i casi, tra liti, tradimenti, riconciliazioni, vicissitudini varie, emerge però sempre e prepotente quel sentimento, o meglio, quel bisogno di solidarietà tra esseri umani che nel gruppo della Squadra 62 diventa vera e propria fratellanza.
Il percorso dei personaggi, in primis di Tommy, visionario accompagnato spesso e volentieri dai fantasmi dei cari perduti (che peraltro danno fastidio pure da morti ) non trascura niente, e in un mare di battutacce e parolacce però si interroga sempre e continuamente sul senso della vita e sull’esistenza di Dio, vero e proprio filo conduttore del telefilm che passa per sentieri iconoclasti e spassosissimi senza riuscire ad approdare a verità certa, come è umano che sia.
Il parterre di personaggi ricorrenti e guest vanta peraltro Tatum O’Neal, ex ragazzina adorabile e prodigio in “Papermoon”, Michael J. Fox, Marisa Tomei, Susan Sarandon in ruoli che spesso e volentieri ricalcano in modo sarcastico e grottesco vicissitudini reali degli attori. Ma il personaggio guest più riuscito è interpretato da Maura Tierney che in poche apparizioni lascia il segno nel cuore dello spettatore e la svolta nella vicenda.

93 episodi son tanti, il ritmo indiscutibilmente cala ma poi si riprende. Vi sono punti deboli in alcune stagioni, di cui non parlo per non indulgere in spoiler, e se è vero che ci sono state delle sottotrame davvero spudorate nel modo in cui sono state risolte, vi assicuro che la serie merita davvero. Un unico vero neo ho da rilevare, ed è il trattamento riservato alle teorie complottiste circolate dopo l’11 settembre. Sostanzialmente per “Rescue Me” si può fare lo stesso discorso di autocensura trattato nel post dedicato a “Margaret” (ve lo linko nel caso vogliate recuperarlo).

In Italia è passata in chiaro su Italia 1 ad orari notturni davvero improponibili. Decisamente avrebbe meritato maggiore attenzione, ma come molte perle del cinema e della televisione, sta allo spettatore scoprirle e aiutarle a diffondersi.

Se qualcuno di voi lo ha visto, mi piacerebbe molto conoscerne l’opinione ~

 

La mia valutazione: 7/10

 

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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