Cinema

“Il sale della terra”, Wim Wenders (2014)

Se fotografare significa scrivere con la luce, Sebastião Salgado ha scritto con la luce catturata dall’otturatore della propria macchina pagine di sofferta testimonianza sull’uomo e sul mondo. E Wim Wenders, a sua volta, ha raccontato la storia del fotografo brasiliano gestendo una narrazione a tre voci: la propria, quella di Sebastião Salgado e quella di Juliano Ribeiro Salgado, figlio del fotografo e co-regista di The Salt of the Earth.

Non è nuovo, Wenders, a film di stampo documentaristico, trascinato dalle proprie passioni artistiche: come dimenticare Lightning Over Water, racconto degli ultimi giorni di vita di Nicholas Ray, o “Tokyo-ga” sulle orme del regista Ozu Yasujiro, o il celeberrimo Buena Vista Social Club? In “Il sale della terra” lavora sul punto di vista, rendendo Sebastião Salgado soggetto e voce della propria arte. Il cammino artistico ed esistenziale del fotografo è ricostruito dai primi scatti parigini, quando Salgado, economista con studi universitari alle spalle, lascia un lavoro sicuro e ben remunerato per dedicarsi alla fotografia, con il supporto della moglie Lélia, sostenitrice della passione del marito nonché mente collaborativa nella creazione di numerosi progetti di Salgado.

Salgado viaggia e attraversa continenti e popoli finendo per tornare spesso in Africa, richiamato dalla povertà, dagli squilibri e dai conflitti innescati da un’economia spietata che realizza orrori immaginabili. Il genocidio in Ruanda, la fame mortale in Etiopia, passando per le guerre in Jugoslavia – scenari apocalittici in un mondo capitalista, a due passi da noi Italiani – e per i pozzi petroliferi incendiati in Kuwait. Il cuore del film è un crescendo di immagini agghiaccianti che sconvolgono lo spettatore, abituato alla serialità dei filmati di sottofondo dei TG, quelli che siamo abituati a veder scorrere durante l’ora di cena come fossero parte della nostra pacifica quotidianità borghese. Per Salgado l’ennesimo viaggio in Africa è causa di crisi, e l’angoscia trasmessagli dalla realtà è in parte restituita a noi tramite il doppio filtro del suo obiettivo e di quello della macchina da presa di Wenders. La fiducia nell’umanità è definitivamente crollata. Non può più esserci speranza dopo aver assistito ad una tale barbarie. Egli stesso sente di essersi “macchiato l’anima”.

A che scopo vivere?

È la moglie Lélia, ancora una volta, a sostenerlo, proponendogli di iniziare un progetto che nemmeno lei, forse, immaginava cosa sarebbe poi divenuto. Tornare nella propria terra, in Brasile, trovarla arida e brulla dopo averla lasciata verde e florida, porta ad ideare “Instituto Terra”, il tentativo di ripiantare la Mata Atlantica che si trasforma, negli anni, nella crescita di immense distese di foreste. Ed è così che nasce l’ultimo lavoro di scatti di Salgado, dall’allusivo titolo di “Genesis”, in cui al centro dell’obiettivo non c’è più l’umanità sofferente e incatenata, ma la ricerca di quanto vi è, sulla Terra, di primordiale e incontaminato. Un ritorno alle origini della vita e della natura.

Il lavoro di Wenders è prettamente documentaristico, e inizia nel momento in cui acquista ad una mostra un ritratto scattato da Salgado. Il regista quasi si ritira dal film, lasciando spazio alla potenza degli scatti di Salgado che sul grande schermo acquistano una forza maggiore. Solo pochi accenni alle questioni pratiche legate al mestiere di reporter e di fotografo: quello su cui Wenders indugia, in un’ottica di innamoramento per il lavoro di Salgado, è l’esperienza umana ed esistenziale di un artista che, va detto, è stato anche criticato di utilizzare il dolore a fini estetici. Le sue fotografie hanno una raffinata bellezza nell’inquadratura e una singolare potenza nel continuo giustapporsi di bianchi e neri e di spazi immensi e incombenti, ma nella dimensione della sala cinematografica quello che arriva allo spettatore, con la voce off del fotografo che spiega i suoi soggetti, è il dolore dell’umanità rappresentato in tutta la sua disperata mancanza di luce e cupezza, l’abbrutimento di una civiltà che crede di essere superiore e non fa, invece, che lasciare tracce della propria ferinità bestiale. Perché se lì si muore per mancanza di viveri, è perché qui si muore per le malattie del benessere.

Prese di per sé, le fotografie di Salgado hanno una tale bellezza estetica che, in effetti, sembra a volte relegare in secondo piano la devastazione dei soggetti. Ma unite al commento di chi le ha scattate, di chi racconta le storie dietro quelle immagini per averle vissute, la loro dimensione cambia completamente.

Ed è probabilmente per questo che la regia di Wenders è quasi inesistente, per lasciare quanto più spazio possibile al percorso umano di Salgado. Se dunque il film dal punto di vista strettamente cinematografico può essere deludente, da altri punti di vista si rivela un’esperienza sconvolgente e necessaria, che ribadisce con forza la responsabilità umana di ognuno di noi.

 

 

[rating=7]

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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