Cinema

“Il raggio verde”, Eric Rohmer (1986)

Ero convinta che su questo blog vi fosse già una recensione dell’ottimo film di Eric Rohmer “Il raggio verde”, ma presa dal desiderio di rileggerla, ho scoperto che è rimasta solo nella mia fantasia. E forse non è un male. Qualche anno fa avrei tentennato un po’ nel valutare il peculiare carattere della protagonista Delphine, e sono felice di poter scrivere questa recensione oggi che sono più vecchia e più testarda. È un film che ho sempre amato molto, forse il mio Rohmer preferito, e trovo che invecchi benissimo.

La pellicola, del 1986, fa parte del ciclo “Commedie e proverbi”, un totale di sei film ispirati a motti popolari. “Il raggio verde” tuttavia non è ispirato ad un proverbio, ma ad un verso del poeta Rimbaud che recita “Ah! Venga il tempo in cui i cuori si innamorano!” Né è l’unica derivazione letteraria del film, il quale sin dal titolo richiama il romanzo omonimo di Jules Verne, citato in una bellissima scena del film in cui Delphine indugia per strada intenta ad ascoltare una matura comitiva di conversatori che discorrono del libro. Non poteva che entrare in empatia con loro, Delphine; con un gruppo di adulti, molto più grandi di lei, che parlano di libri, di rari fenomeni di rifrazione ottica, di ricerca del senso dell’esistenza. L’inquieta Delphine ne è catturata, ed è ovvio: sin dall’inizio del film la vediamo in lotta con la vita e con sé stessa per venir fuori dal periodo di tristezza in cui si è impantanata. Delphine è un tipico personaggio rohmeriano, attraversa la quotidianità con le piccole grandi circostanze che la contraddistinguono. Interagisce con altri personaggi, si muove in un universo abituale, le sue giornate sono fatte di piccoli eventi sostanzialmente irrilevanti. Nei film di Rohmer si ha sempre l’impressione che i veri eventi siano quelli fuori scena, e che davanti alla macchina da presa ci sia il resto.
Eppure Delphine è un personaggio che, a discapito di questa apparente ordinarietà, ci mette impegno per vivere: scaricata a pochi giorni dalle ferie dalla compagna di viaggio, che frattanto si è trovata un uomo e parte con lui, rifiuta una comoda alternativa in Irlanda al seguito della famiglia per rischiare una vacanza da sola, in cerca di qualcosa che nemmeno lei sa bene cosa sia. Per le amiche definire la situazione di Delphine è molto semplice: chiusa da due anni la relazione con Jean Pierre, Delphine “è un po’ depressa” e stanca di essere sola. Per questo piange così spesso. Nulla da stupirsi se poi Delphine, ascoltando questi commenti, si senta sempre più sola, sempre più triste. Le amiche le dicono di flirtare, di prendere con più leggerezza le situazioni, di divertirsi. Ma Delphine è diversa da loro, e per quanto ascolti i loro consigli, e loro ascoltino i suoi sfoghi, non possono vicendevolmente comprendersi. Le amiche però sono in maggioranza e la pensano allo stesso modo. Delphine invece è sola, e sola deve difendere le proprie idee, il proprio sentire. Emblematico il pranzo presso i conoscenti che la ospitano al mare, in cui deve spiegare le proprie scelte alimentari, unica presso la tavolata, interrogata e osservata con curiosità come un animale raro, mentre motiva le proprie convinzioni e si trova costretta ad aprire agli altri la propria sensibilità; come a dire che chi la pensa diversamente ha bisogno di giustificare agli altri il proprio pensiero.
Delphine invece è una persona che ascolta; ascolta un anziano tassista raccontare la propria storia, la propria concezione di “vacanza”; ascolta la sorella e il cognato che le spiegano come si organizzino nei loro viaggi; dagli altri però non si sente realmente ascoltata, si sente giudicata, dalle loro risposte intuisce che credono meriti la sua tristezza, che sia solo colpa sua. E quindi Delphine preferisce la natura, le lunghe passeggiate vicino al mare, o in montagna; la solitudine che è rigenerante ma che a lungo andare, tornando tra persone con cui non si ha molto in comune, finisce per diventare opprimente.

Rohmer costruisce un personaggio che solo apparentemente è petulante e incontentabile. La patina di leggerezza dei film del maestro francese potrebbe confondere lo spettatore, ma la storia della protagonista è evidente. Così come è lampante che non si tratti di una storia sulla ricerca dell’amore, come spesso viene banalmente interpretata, ma di altro. Per tutta la pellicola Delphine sembra triste per la mancanza di un fidanzato, incapace di superare l’ultima relazione, incapace di intraprenderne un’altra nonostante lo desideri molto. Ma il senso della pellicola è un altro. Verne, nel suo romanzo, recupera una (presunta?) leggenda scozzese secondo cui chi riesce a vedere il raggio verde, riesce a vedere con chiarezza nel proprio animo e in quello degli altri. Vedere il raggio verde non è semplice: si tratta di un raro fenomeno di rifrazione della luce per cui, al termine di un tramonto in un cielo completamente limpido, l’ultimo raggio del sole calante si mostrerà di un verde meraviglioso. La metafora del raggio verde spiega quale sia il vero motivo di irrequietezza di Delphine: trovare sé stessa, comprendersi e comprendere gli altri, quegli altri con cui per tutta la pellicola vive un rapporto conflittuale. Si comprende così come, attraverso l’aspetto della commedia realistica, che contraddistingue lo stile e la poetica del maestro francese, si veicoli una storia esistenziale. Rohmer si diverte a tratteggiare la sua protagonista come un Capricorno testardo e incontentabile, ma quella che a una visione superficiale può sembrare la storia di una giovane donna viziata e capricciosa, si rivela la vicenda di una trentenne irrequieta che non riesce a trovare un posto nel mondo, a far collimare la propria peculiare sensibilità con quella, altra dalla sua, dominante nella cultura in cui è immersa. E per far comprendere che non è solo una questione di coordinate geografiche, Rohmer inserisce l’episodio dell’incontro tra la protagonista e Lena, una giovane turista svedese che si mostra molto più sicura e disinibita di Delphine. Anche lì, come in altri episodi, qualcosa infastidisce Delphine; forse la superficialità dell’approccio, l’aggressività insita (e socialmente accettata) nei ruoli recitati dalla preda e dal cacciatore. Significativo però che quando l’approccio cambierà, quando Delphine troverà qualcosa che fino a quel momento non aveva incontrato, sarà lei stessa a muoversi, a diventare da passiva attiva, personaggio dinamico.
Rohmer dirige con il suo stile naturalistico, fatto di pochi movimenti di mdp, piani spesso fissi, e rari, inequivocabili, avvicinamenti al viso dei personaggi. La sua riflessione esistenziale diviene sociale, quindi, nel modo stesso di comporre le inquadrature e di disporre in scena i suoi personaggi. Nell’andirivieni tra Parigi e le varie località di villeggiatura di Delphine, poi, si coglie l’ironia dell’autore verso il rito sociale delle vacanze, che, secondo tutte le amiche di Delphine, sarebbe scandaloso trascorrere senza spostarsi da Parigi (ed è significativo che nelle prime battute del film appaia un anziano personaggio il quale trova naturalissimo vivere a Parigi in estate, in quanto non gli manca nulla).
E si potrebbe continuare a lungo, se non si temesse poi di sciupare la prima visione del film allo spettatore. Si preferisce piuttosto invitare alla visione di questo capolavoro del grande maestro francese, un po’ dimenticato e frainteso in questi tempi di affanno mainstream.

La mia valutazione: 8/10

Titolo originale: “Le Rayon vert”

Prod. Francia 1986. Durata 86 minuti.

Con Marie Rivière, Amira Chemakhi, Sylvie Richez, Rosette, Beatrice Romand, Vincent Gauthier.

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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