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“Il più grande crimine”, Paolo Barnard (2011)

Il saggio di Paolo Barnard, “Il più grande crimine”, non è un testo con cui Barnard sperava di far soldi, quanto con cui sperava di risvegliare la coscienza critica dei lettori e renderli maggiormente consapevoli della crisi che all’epoca della composizione aveva appena iniziato ad investire l’Europa. Il testo è scaricabile gratuitamente sul sito dell’autore, a questo indirizzo:

http://paolobarnard.info/salva_cittadini.php

Barnard si può amare o odiare. Nel suo blog, e anche nei suoi tanti tentativi di costruire una forza civile dotata di mente e conoscenze tecniche, strumenti di base per contrastare la follia dell’attuale politica economica sovranazionale, assume con una certa frequenza comportamenti che possono parere eccessivi, se non disperati.

Io però qui non voglio parlare di Barnard personaggio, ma de “Il più grande crimine” che è un saggio perfettamente equilibrato, scritto con uno stile rigoroso, sobrio, controllato. Ha un chiaro intento divulgativo, ed usa una lingua semplice, dove con semplice non si intende banale, ma si intende la ricerca di termini giusti e puntuali sempre spiegati, se poco diffusi, e mai sostituiti con un lessico che insulti l’intelligenza del lettore. Poi, certo, l’economia è l’economia. La prima volta che lo lessi, per me che ero totalmente a digiuno di tale disciplina e del suo gergo, persino la linearità di Barnard mi fu, in alcune pagine, ostica. Ciò accadde tre anni fa. Da pochi giorni ne ho terminata una rilettura, che ho trovato scorrevolissima ed illuminante, sebbene già conoscessi i contenuti del saggio, riletto a stralci in questi anni durante i quali quella prima lettura mi ha spinto ad approfondire, a cercare notizie, a verificare, a pormi domande, a mettere in discussione il mio modo di vedere le situazioni, a chiedermi se il mio modo di vedere le situazioni fosse veramente mio.

Insomma, Barnard mi ha costretto a mettermi a studiare, e a rivalutare le situazioni guardandole con occhi nuovi.

Il saggio è diviso in due parti: una introduttiva e tecnica in cui si offrono dei concetti di base sulla moneta, dopo la quale segue il saggio vero e proprio. Barnard spiega al lettore che è possibile evitare la parte tecnica, qualora egli se ne senta già ferrato o voglia andare al cuore dell’opera, ma ad una lettura integrale del testo il vero cuore sembra essere proprio l’introduzione, che smantella uno ad uno tutti i concetti che ci sono stati inculcati relativamente alla moneta e al suo funzionamento e ci obbliga a mettere in moto il ragionamento e cogliere le contraddizioni che, alla luce di quanto apprendiamo, riscontriamo nella vita di tutti i giorni, nell’economia “reale” e nel modo in cui essa pesantemente influisce sulle nostre vite.

Barnard spiega cosa sia una moneta, a cosa serva (no, la risposta non è banale come si potrebbe pensare), come si sia evoluta nel corso del tempo, e cosa si intenda per moneta sovrana. Spiega come funzioni una moneta sovrana, e di conseguenza uno Stato che possegga moneta sovrana, e cosa invece accade quando lo Stato non possiede moneta sovrana, come nel caso dell’euro. Spiega cosa sia una Banca Centrale e come essa funzioni, e di conseguenza ci aiuta a comprendere meglio il funzionamento della BCE.

Non basterebbe già solo questo a meritare la lettura? Chi mai sui giornali o sui libri ad uso didattico spiega queste cose se non, quando va bene, con definizioni irrisorie e preconfezionate che non esauriscono affatto l’argomento? Chi sa veramente come lavori la FED americana o che senso abbiano le dichiarazioni di Draghi o le sue “manovre” spesso applaudite dai media e dai commentatori? Non diventa facile, poi, se non si hanno gli strumenti per valutare, applaudire assieme agli altri fidandosi del giudizio di chi certamente ne sa più di noi?

La seconda parte del suo saggio rilegge il ‘900 da una diversa luce, mettendo in evidenza l’intreccio inestricabile tra economia e democrazia, economia e libertà. Ci fa concretamente comprendere quanto l’economia, su cui tutti ci esprimiamo da professori ma di cui pochi veramente sanno qualcosa, sia il cuore di ogni Stato, di ogni cultura; e quanto sia privo di significato parlare di ideali e valori, anche dei più nobili, se mancano le conoscenze sul vero motore del mondo: l’economia. La sua non è una rilettura soggettiva, ma circonstanziata, fatta di nomi ed eventi, di accordi diplomatici ed economici che tutti conosciamo per averli studiati sui libri di scuola o per averne sentito parlare dalla stampa, ma che in fondo nessuno di noi, o quasi, ha mai letto da cima a fondo. E si apre un mondo, e si rilegge tanta storia novecentesca che assume un senso diverso; ci si interroga sulla società dei consumi, sui bisogni imprescindibili che un tempo non esistevano e che ora ci sembrano irrinunciabili – ci sembra folle anche solo chiederci se siano irrinunciabili. Si guarda all’oggi, al presente, alla nostra Italia, ma anche alla Grecia, al resto d’Europa. Si ragiona.

“Il più grande crimine” è un saggio, e come ogni saggio ha una sua teoria di base, supportata e retta da argomentazioni, dati e testimonianze. La teoria di fondo di Barnard io non ve la dico. Se volete scoprirla, dovete leggere il saggio; seguire i ragionamenti dell’autore, iniziare a farvi domande e a cercare risposte che potrebbero anche essere diverse da quelle che si dà Barnard, ma anche diverse da quelle che vi siete dati finora da soli. Però è un percorso che dovete compiere voi e il saggio. Leggere le recensioni, le opinioni, i commenti, è qualcosa che mai come in questo caso ha senso fare solo dopo la lettura del saggio.

Vorrei rimarcare che il saggio offre un apparato costituito da note, bibliografia e fonti, e soprattutto dalla consulenza di dieci economisti che ci mettono nome e faccia su ciò che Barnard scrive (e se vi preoccupate di fare una ricerca su uno qualsiasi di loro scoprite che non si tratta di oscuri Bartleby rinchiusi nelle loro buie stanze): L. Randall Wray, Stephanie Kelton, Bill Mitchell, Alain Parguez, Warren Mosler, John F. Henry, Mario Seccareccia, William K. Black, Olivier Giovannoni, Pavlina Tcherneva.

Zygmunt Bauman scrive che l’essere umano ha sempre una scelta, che non esiste situazione che non presenti più di un’opzione, e che tale regola riguarda persino i prigionieri dei campi di concentramento, incarnazione dell’estrema impotenza*.

Io credo che il saggio di Barnard insinui nel lettore il tarlo della scelta. La scoperta che esistono più opzioni e che nulla debba essere dato per scontato.

 

 

 

 

* Citazioni tratte da Zygmunt Bauman in collaborazione con Riccardo Mazzeo, “Conversazioni sull’educazione”, Erickson 2011.

 

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

One Comment

  • Altair

    Non aggiungo informazioni circa i contenuti del saggio poiché sarebbe inutile discuterne in assenza di una lettura accurata del lavoro di Barnard.
    Mi limito a dire che è stata una lettura che ha lasciato un solco nella mia vita, proprio perché ho iniziato a guardarmi attorno, ragionare, analizzare il mondo da altre prospettive (a cominciare dal mio lavoro).
    Nel 2011 aveva già caratteristiche profetiche, poiché la sua stesura è antecedente alla caduta del governo Berlusconi (che, ad oggi, risulta essere stato l’ultimo esecutivo democraticamente* eletto).
    Dopo circa quattro anni la direzione intrapresa dalla “nostra” società, dall’economia italiana ed europea, del nostro vivere quotidiano e dei nostri diritti (quelli che ci rimangono ancora) è sempre più degenerativa.
    Quali prospettive abbiamo?
    Quali alternative?

    *nonostante tutte le contraddizioni proprie di questa parola e dei sistemi fondati su tale principio.

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