Cinema

“Il giovane favoloso”, di Mario Martone (2014)

Scettica – lo ammetto – sulla possibilità di realizzare un film avente per materia la vita e il pensiero di uno dei più complessi intellettuali italiani, non ho resistito alla curiosità di visionare l’ultima pellicola di Mario Martone, “Il giovane favoloso”, che ricostruisce in maniera sommaria la biografia di Giacomo Leopardi, dall’infanzia vissuta a Recanati alla composizione de “La ginestra”, capolavoro dell’intera sua opera.

Quella di Leopardi è una figura ancora oggi soggetta all’ignoranza di chi la limita ad un pensiero pessimistico, anche se almeno la critica novecentesca, come è più volte ribadito nel film, ha rivalutato questo poeta risollevandolo, in Italia, ad una degna considerazione. I suoi tempi invece gli furono più severi: come è noto, il suo pensiero, che pure si è nutrito di premesse illuministiche, e di esse ha conservato il più lucido raziocinio, fu fortemente contrastato dal secolo che vantava il progresso e le magnifiche sorti. E come se ciò non bastasse, la sua visione dell’esistenza e della Natura sono state attribuite ai malesseri di cui il poeta soffriva e alla vita che egli condusse, pregiudizio che grava ancora oggi nell’opinione pubblica la quale non riesce a tener separata l’irrilevanza dell’umanità a fronte della Natura, che il poeta vedeva con enorme consapevolezza, dalla gobba di Leopardi o dai suoi problemi di vista. Come scrive Romano Luperini in “La scrittura e l’interpretazione” (vol. 4, tomo II), “[…] anche chi non conosca per lettura diretta e meditata neppure un rigo di Leopardi, certo sa che era gobbo. Non si tratta di luoghi comuni “innocenti”: è un modo per difendersi, quasi scaramanticamente, dal peso delle sue posizioni.”

A rafforzare il peso di tali pregiudizi sulla persona fisica di Leopardi, e conseguentemente sul suo pensiero, furono anche le memorie dell’anziano Antonio Ranieri, l’amico scrittore che nel 1880 scrisse l’opera, discussa e non sempre affidabile, “Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi”, in cui raccontava la loro amicizia e la convivenza durata dal 1831 al 1837.
A tale periodo di vita è dedicata la seconda metà del film di Martone.
La prima narra invece della giovinezza del poeta, confinato in un paese, Recanati, che percepiva come chiuso ed ostile, stimolato agli studi dal padre Monaldo ma allo stesso tempo da lui represso ed esiliato tra le mura della dimora Leopardi. Uniche luci in questa grigia esistenza erano il sapere e il rapporto con i fratelli Carlo e Paolina, compagni di studio e complici nel sopportare la dura rigidità della famiglia Leopardi.

 

Il giovane favoloso 2

 

Naturalmente condensare l’intera biografia del poeta è impresa impossibile, e il film, seppur necessariamente selettivo sulle fasi della sua vita, offre comunque una certa attenzione ai dati storici della vita di Leopardi, alle figure di Pietro Giordani, suo primo vero mentore, che con lui iniziò uno scambio epistolare nel 1817, e di Fanny Targioni Tozzetti, la donna da lui amata e cantata come Aspasia; cita le critiche che gli venivano mosse dagli intellettuali del tempo, passando per il disprezzo di Tommaseo e per l’attribuzione, da parte dell’Accademia della Crusca, di un premio a Carlo Botta, la cui “Storia d’Italia” fu preferita alle “Operette morali”; segue il poeta nelle principali tappe della sua vita, tra Recanati, Firenze, Roma, Napoli e Torre del Greco. Non dimentica di ricordarci la solida formazione filologica del poeta, né le aspirazioni paterne a farne un uomo di chiesa. E naturalmente tante sono le citazioni, dirette o meno, delle opere leopardiane; anche dei “Paralipomeni della Batracomiomachia”, opera che, solo negli ultimi decenni, è stata soggetta ad una rivalutazione critica. Insomma, Martone estrapola gli elementi biografici principali con una certa precisione.

E non lo fa nemmeno con imperizia, dal punto di vista registico: la narrazione è lenta ma il film si lascia seguire; la colonna sonora originale a cura di Sascha Ring (il musicista tedesco meglio conosciuto come Apparat) non lascia il segno, nonostante i riconoscimenti ricevuti, ma la fotografia è accurata e delicata, e la Napoli rappresentata nella fase partenopea non è affatto priva di suggestione.
Purtroppo ciò non basta a redimere una pellicola che probabilmente è sbagliata a partire dalle intenzioni, a partire da quel concetto di “interpretazione” che vera interpretazione non è. Il giovane Leopardi, “giovane favoloso” come lo definì Anna Maria Ortese in “Da Moby Dick all’Orsa Bianca”, è rappresentato come un adolescente ribelle che tiene tutto nell’animo fin quando non esplode e urla e strepita e picchia le fronde. Elio Germano sarebbe anche bravo se, passata questa fase adolescenziale da Leopardi ai tempi di MTV, non subentrasse la fase del Leopardi gobbo e storpio, verità che non si vuole negare, ma la cui rappresentazione nel film ha caratteri involontariamente caricaturali. Non è un caso che la qualità della recitazione di Germano migliori nettamente durante i dialoghi e i primi piani, laddove l’attore mostra convinzione e naturalezza, non è costretto a recitare come un ragazzino ribelle delle fiction televisive né deve adoperarsi per ricordare al mondo quanto Leopardi fosse fisicamente invalidato.
Gli altri attori, chi più chi meno, sono nella sufficienza, ed in generale la recitazione tende ad aderire al canone recitativo del cinema “d’autore” attuale, condita con passaggi da fiction televisiva. Nel cast, le interpretazioni più piatte sono quella di Anna Mouglalis (Fanny) e Michele Riondino (Ranieri). Senza nerbo, anche per via della scarsa rilevanza in sceneggiatura, quelle di Isabella Ragonese (Paolina) e Edoardo Natoli (Carlo). Lo spessore maggiore lo offrono i “teatranti” del gruppo, Paolo Graziosi (Carlo Antici) e Valerio Binasco (Giordani), e soprattutto Sandro Lombardi, un irresistibile precettore inconsapevole e spaesato. E naturalmente Iaia Forte in una breve apparizione che risolleva per un minuto l’animo dello spettatore. A conti fatti, un cast discreto, azzeccato soprattutto nei ruoli secondari. Ma questo non basta, e non ne staremmo nemmeno a parlare, se il lavoro del regista fosse riuscito a farcene dimenticare con una chiave interpretativa forte ed originale. Non è però il caso di questo film, in cui Teresa Fattorini continua ad essere, come nell’immaginario comune reiterato dagli studenti di generazione in generazione, la bella ragazza amata dal poeta, e non l’immagine della giovinezza, della speranza e della gioia di vivere destinate a perire. In cui molteplici sono le allusioni indirette all’omosessualità del poeta, dato su cui si dibatte ma qui quasi pruriginoso (l’inserto nel bordello era davvero evitabile). In cui addirittura nel “Dialogo della Natura e di un Islandese”, con la sottolineatura del concetto di Natura matrigna e crudele nei confronti dei suoi figli uomini, la Natura ha le fattezze della madre Adelaide Antici, quasi a voler freudianamente sottendere che la causa dell’infelicità “cosmica” del poeta era nel gelido rapporto materno. Psicologia per dilettanti, che umilia la figura del poeta e non rende giustizia alla grandezza di Leopardi né alle tante ottime recensioni con cui il film è stato presentato. Ebbene, nonostante tale coro quasi plebiscitario, a me non solo non è piaciuto, ma vi riscontro i medesimi difetti che tante di esse ritengono il film abbia evitato. In primo luogo non ritengo che basti vedere il giovane Leopardi ribelle con musica elettronica di sottofondo per svincolarlo dai libri di testo scolastici. Anzi, mi pare che, gira e rigira, si finisca sempre per tornare ai soliti elementi: la gobba, la vita sfortunata, il pessimismo. E poi il padre reazionario, la madre gelida, la finestra con la bella “Silvia”, la siepe, il cielo, gli astri, il Vesuvio… tutto quasi calligrafico, come in un libro che illustra ciò che si è imparato sui banchi di scuola, come in un racconto in cui si possa riconoscere questo e quello, i versi dei “Canti” più studiati come le righe delle “Operette morali”. Questo è il limite del film ed il motivo per cui non decolla. La sceneggiatura voleva forse strizzare l’occhio all’età contemporanea, ma non vi è una sola battuta originale che non sia stantia e fuori tempo. La vera modernità è quella che appartiene all’opera del vero Leopardi, e che il film non è riuscito a cogliere. Paradossalmente, dopo che per tutto il film Germano non fa che ripetere che il pessimismo della sua opera non deriva dalle sue malattie, lo spettatore termina la visione convinto che il pessimismo dell’opera di Leopardi derivi dalle sue malattie. Senza nulla sapere della osmosi tra il poeta e i testi e i valori classici tanto studiati, latori di valori impregnati di dignità e civiltà; senza per nulla conoscere l’impronta sensistica e materialistica alla base della sua “teoria del piacere”; e ignorando le riflessioni del poeta sull’individuo nella società, un tutti contro tutti in cui l’uomo cerca di affermarsi sugli altri, a cui il poeta risponde con la ricerca inesausta e priva di timore del vero e di qualcosa di autentico che possa redimere l’esistenza umana. Manca il cuore del pensiero del poeta, manca quel “sistema” filosofico che tanta critica gli ha negato, accusandolo di asistematicità, ma che esiste, ed è il nerbo da cui si irradiano i suoi versi e i suoi scritti. È quasi paradossale che una figura che già all’epoca non riusciva ad inquadrarsi nel religiosismo italiano né nelle tensioni positivistiche, né nei movimenti politici patriottici verso cui, comunque, portava simpatia, e che aveva espresso riflessioni sul forte individualismo dell’età moderna e sull’incapacità dell’uomo di guardare al vero preferendo le illusioni, debba vedere ridimensionata a questo modo la portata del suo ingegno e del suo pensiero proprio in quest’epoca che fa dell’individualismo la sua bandiera e delle illusioni il mezzo con cui l’uomo vive nelle tenebre credendo di vivere nella luce.
Sarà forse anche questo il motivo per cui il film è tanto piaciuto: perché non fa che rafforzare l’immagine per noi consolatoria di un povero gobbo sfortunato le cui teorie sull’infelicità umana non erano altro che postulati della sua stessa infelicità individuale.

Le recensioni positive sul film non è difficile trovarle, sono tante e questo articolo ne propone una summa: ilsole24ore.

Offro anche una recensione che invece ho trovato maggiormente affine al mio punto di vista, quella di laulilla che riporta anche questo articolo del critico letterario Romano Luperini dal sito laletteratureenoi.

La mia valutazione, pertanto, non riguarda la confezione, quanto il contenuto. Rimango dell’avviso che affrontare un personaggio così pregnante necessitasse di una chiave interpretativa decisamente più coraggiosa.

 

 

Il giovane favoloso

 

“Il giovane favoloso” di Mario Martone

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

8 Comments

  • Lilli Laugier

    Conforta non sentirsi soli, soprattutto quando si parla di un film così osannato da una critica che ha sempre molti timori a parlar male del cinema italiano. Eppure, in nome della verità, magis amica sempre, e dell’amore per questo grandissimo pensatore poetante, bisognava e bisogna pur farlo! Grazie davvero!

    • Asaka

      Lessi la tua recensione dopo la prima visione del film (lo ammetto, ne è seguita una seconda, volevo dargli un’altra opportunità) e mi sentii rincuorata, per ciò che avevi scritto e per come lo avevi espresso. Inoltre non conoscevo la rivista online di Luperini, per cui il tuo post mi arricchì ulteriormente.
      Sono io che ringrazio te.

  • Maria Antonietta

    All’uscita dal film, nel generale luccichio di occhioni di proff per la vita del povero Giacomino, trasposta finalmente su celluloide e non più relegata alla sola cellulosa, scappando dai fiumi di bava per la ‘bravura’ di Elio Germano, io sola, da brava pulitrice di verdure qual sono, mi allontanai dalla sala un tantino scettica ed osai scrivere un commentino, che poi buttai sul FacciaLibro, sperando in una risposta dall’Universo, che ovviamente non arrivò.
    Sperando di fare cosa gradita in questa sede, oso citarmi:
    <>

    Sempre Vostra,
    l’Aragosta

    • Asaka

      Certo che puoi ricitare. Il tuo commento è comparsuto, necessitava solo di moderazione in quanto WordPress ti aveva scambiato per colei che consigliava le brioches e finì decollata, senza riconoscere il troll di fiducia del blog.
      Manca però la citazione da FacciaLibro. Vuoi riproporcela, e illuminare così di cultura questo spazio virtuale buio e angusto?
      Ovviamente quando hai finito con la rucola.

  • Blogghidee

    Ciao Adaka 😀

    come stai? Mi sono gia’ letta due post, ho un po’ di arretrato e sono sempre colpita dalle tue recensioni! Leopardi e’ uno dei miei preferiti e anche secondo me il suo pensiero sulla vita era un insieme di sfaccettature che non puo’ ricondursi solo al suo aspetto fisico. Seppure possa averlo influenzato. Sarebbe interessante porgi delle domande e vedere cosa risponderebbe, che fosse lui a fare la recensione. Credo che sarebbe d’accordo con te 🙂

    Ciao un abbraccio cara Asaka, bravissima #comesempre!!!

    • Asaka

      Ciao Ximi, che piacere rileggerti!
      Non so se sarebbe d’accordo con me… Probabilmente un personaggio come Leopardi al giorno d’oggi non riuscirebbe nemmeno ad avere visibilità (in fondo nemmeno lui l’ha avuta in maniera corretta, sottovalutato in Italia e sconosciuto all’estero). E questo può indurci riflessioni su quante menti brillanti potrebbero essere celate in questo che è, paradossalmente, il secolo dell’apparire…
      Grazie di avermi letto e di averne lasciato traccia, ricambio il tuo abbraccio!

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