Cinema

“Il deserto dei Tartari”, Valerio Zurlini (1976)

Immagine tratta dal film.

Non è semplice mettere in scena un racconto dalle atmosfere sospese e ambigue, narrativamente statico come “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati.

Libro contro film è una disputa che non ha nemmeno senso; trattasi di linguaggi diversi, e ogni regista che si cimenti in una trasposizione da libro a pellicola non può semplicemente limitarsi ad un taglia e cuci del soggetto originale.

Questo Valerio Zurlini lo sapeva bene, e del suo film, realizzato nel 1976, sei anni prima della sua morte, non si può certo dire che sia privo di suggestione; eppure la mancanza di originalità del soggetto sembra frenargli un po’ il cammino, e fargli preferire la strada del film didascalico e privo di una regia decisa e personale.

Nel passaggio dalla carta stampata alla pellicola, la storia perde qualcosa dell’indeterminatezza che custodiva nel libro; Drogo, sottotenente dell’impero austro-ungarico, viene inviato alla Fortezza Bastiano (Bastiani nel romanzo) per ricoprire il suo primo incarico. La fortezza, baluardo nel confine desertico con lo Stato del Nord, accentra in sé il fascino dell’ignoto, del Tempo, dell’attesa verso il proprio momento di riscatto, di divenire, di essere, simboleggiato dall’arrivo del Nemico, i Tartari. Nemici misteriori, fisicamente vigorosi, in contrapposizione ad una vita fatta di suggestioni, sfumature, speranze, e sostanziale immobilismo.

Drogo, giovane, ricco e viziato, arriva alla Fortezza Bastiano da osservatore esterno, affascinato ma distaccato. Le meravigliose mura di Arg-e-Bam, che sembrano quasi emergere dalle sabbie del deserto, in netto contrasto con la pulizia, la raffinatezza e la freddezza degli edifici mitteleuropei, conquistano lo sguardo di Drogo, pronto a vivere la propria missione come un privilegiato cui tocchi vivere la più straordinaria delle avventure della giovinezza. Un privilegiato che fatica a comprendere l’innamoramento che sembra possedere tutti i suoi colleghi, anche i più maturi, elusivamente attratti dall’orizzonte lontano che si staglia di fronte alla fortezza. Non trascorrerà molto che anche lui vivrà, forse anche non volendolo, l’ineluttabile attrazione di quell’orizzonte.

Il mondo militare creato da Zurlini è un mondo ottocentesco, aristocratico, raffinato, in cui la dignità passa per il soffrire fino al consumarsi ma senza mai lamentarsi, in nome di un ideale che è il deserto, da cui sicuramente arriverà il Nemico vagheggiato.

La suggestione elusiva che di tanto fascino impregna il romanzo di Buzzati, nel film perde la propria impalpabilità, e di conseguenza la pellicola si tinge di un’atmosfera a volte inutilmente misteriosa, a volte complottistica, a volte artefatta, perdendo la naturalezza e l’indeterminatezza, l’ambiguità, della narrazione originaria.

Gli stessi protagonisti, privati dei tocchi con cui erano stati resi da Buzzati, si tramutano in tipi, maschere connotate da una fissità che, se da un lato propone una riflessione sul potere e sulla violenza, dall’altro costituisce anche il limite narrativo non solo della storia ma della riflessione stessa, che non ha la forza di scavare nell’insensatezza della violenza e della sopraffazione.

La vera protagonista del film è Arg-e-Bam, la cittadella di Bam, in Iran (distrutta poi dal terremoto del 2003), che, con le sue linee morbide e sinuose, proprie dell’architettura persiana, conferisce al film la suggestione di un mondo altro che l’occhio del regista non sempre è riuscito a dare. Perché i silenzi, le ombre che si stagliano, il trotto dei cavalli nel deserto, i fuochi di lontano dalla fortezza, gli sguardi in tralice, i discorsi allusivi, la fotografia di Luciano Tovoli, con i suoi grigi ed i suoi azzurri, non riescono comunque a far dimenticare allo spettatore la Rimini cupa e ambigua de “La prima notte di quiete“.

Eppure, rimane in chi guarda la sensazione di opprimente attesa dell’arrivo del Nemico, simbolo del momento di riscatto, di svolta e di catarsi della vita di ogni essere umano, destinato forse a non giungere mai.

La mia valutazione: 7/10

“Il deserto dei Tartari”

Regia di Valerio Zurlini

Italia 1976

Drammatico

Durata 150′

Con Jacques Perrin, Vittorio Gassman, Philippe Noiret, Francisco Rabal, Giuliano Gemma, Jean-Louis Trintignant, Max Von Sydow, Laurent Terzieff, Fernando Rey.

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

12 Comments

  • Altair

    Hai letto il romanzo e non mi dici niente?! 😛
    Non ho mai visto il film, c’è l’ho pronto da anni, ma non mi sono mai decisa ad iniziare la visione. Assolutamente d’accordo, invece, con le riflessioni sull’opera di Buzzati. … per tua informazione, è stata una lettura risalente al periodo di un certo Album… quello gradito a certi scandinàvi…

    • Asaka

      L’ho letto dopo che certi scandinàvi espressero, anni fa, la loro predilezione per questo libro.

      Non sapevo di doverti notificare tutti i libri che leggo. 😛

  • Altair

    Infatti non “devi”; solitamente li notifichi tu stessa senza il bisogno di chiederlo. 😛

    P.S. Ovviamente “c’è” è chiaramente un refuso e avrei dovuto scrivere “ce”. Avanti, che penitenza vuoi che faccia? 😛

    • Asaka

      Cos’è che notifico? 😀 I libri di cui parlo sono una piccola parte di quelli che in genere leggo. 🙂

      Avanti, che penitenza vuoi che faccia? 😛

      Dunque, vediamo… Se venissimo alle mani…?

  • Altair

    E questa sarebbe una “penitenza”? 😀

    … quindi non mi hai mai notificato nemmeno i libri che rileggevi e nemmeno quelli che stanno sugli scaffali…

    … appena torno a casa temo proprio che dovrò riprendere in mano quel volume, mannaggia…

    • Asaka

      Quindi tu non consideri una penitenza il venire alle mani con qualcuno? 😛

      Non ho scritto “non ho mai notificato”, e non ho notificato tutti gli scaffali. Ma guarda con che sfacciataggine provi ad infinocchiarmi! 😀

  • Altair

    Più che penitenza, mi sembra istigazione al vandalismo! XDD [quindi stai parlando alla persona giusta] … oppure con “venire alle mani” intendevi manifestare pentimento, giungendole… 😛

    Mi stavo giusto chiedendo cosa diavolo aspetti a documentare anche gli scaffali mancanti…

    • Asaka

      Come “stai parlando alla persona giusta”?! Sei una vandala?!!!
      … non eri ostrogota scandinàva? XDD

      O forse con “venire alle mani” intendevo utilizzare lessico specialistico cardiologico…

      Non te li voglio documentare gli scaffali mancanti. Sono troppi!
      Puoi sempre prenotare una visita presso la rinomata biblioteca asakiana. 😉

  • Altair

    In tal caso prenoto una visita guidata(!) alla Biblioteca Asakiana. Posso usufruire dello sconto per over 65enni? 😀

    Quindi se (forse) stavi utilizzando un lessico specialistico cardiologico per chi sarebbe la penitenza? Per il cardiologo o per il paziente? 😛

    P.S. dimentichi Vichinga. 😀

    • Asaka

      … guidata? Guidi tu, ovviamente, giusto? E guarda avanti quando guidi, non distrarti col passeggero. 😛

      … visto che già ti tocca la “penitenza” di essere mia paziente, la visita guidata è gratuita se esibisci la carta d’identità con su scritto “vandala ostrogota vichinga scandinàva”. 😛

      P.S. Essendo i ruoli di paziente/cardiologo interscambiabili, direi che la penitenza è per entrambi o per nessuno… & & &

      [camici bianchi in arrivo…]

  • Altair

    “… guidata? Guidi tu, ovviamente, giusto?”

    Augh! XDD
    … dipende… se il passeggero è permanentemente presente accanto al conducente è arduo che l’autista non si distragga…

    Solo una domanda: “vandala ostrogota vichinga scandinàva” deve essere riportato nel campo “cittadinanza” o nel campo “professione”? 😛

    P.S. e se la penitenza la facessimo fare ai camici bianchi? 😛

    • Asaka

      E dire che è il passeggero a sperare di guardare altrove mentre l’autista guida…

      … “vandala ostrogota vichinga scandinàva” ovviamente va riportato nel campo “cittadinanza”. Sulla “professione” dell’orsetto lavoratore non so.

      P.S. e se la penitenza la facessimo fare ai camici bianchi? 😛

      … mmm… hai qualche idea in mente?

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