Animazione,  Cinema

“Il castello errante di Howl”, di Miyazaki

Una millenaria strega ruba la giovinezza alla docile e triste Sophie, cappellaia di una modesta bottega ereditata dal padre. L’anziana Sophie inizia a vivere la giovinezza che da ragazza non ha mai vissuto nel momento in cui mette piede nel fatiscente e cigolante castello errante di Howl, mago dalle molteplici identità in eterna fuga dalle costrizioni di uno Stato e di un mondo in cui non si riconosce.

Miyazaki riprende per questa pellicola del 2004 la materia del primo romanzo di una trilogia della scrittrice inglese Diana Wynne Jones, e come sempre la trasforma a propria immagine, donando alla storia una compattezza e linearità, un fascino e una magia, che il romanzo di origine purtroppo non possiede. Torna una protagonista femminile combattiva e determinata, seppur all’inizio del film rassegnata ad una vita passivamente subìta. Torna la presenza di personaggi anziani, carichi di una umanità mai leziosa ma sempre complessa. Torna il senso di responsabilità che ognuno dovrebbe provare di fronte a certi eventi. E tra questi eventi, torna il tema della guerra, quasi onnipresente nella filmografia del maestro nipponico.

“Il castello errante di Howl” è ambientato in una Mitteleuropa tardottocentesca che tanto ricorda l’Europa della Belle Époque sull’orlo della tragedia del primo conflitto mondiale. Una guerra è in procinto di esplodere anche nel film, il mago Howl è ricercato dal sovrano che intende servirsene per il conflitto, e la sua strada di fuga inizia ad incrociarsi con quella di Sophie fin quando la vecchina non si autonominerà donna delle pulizie del confusionario castello del mago. È un mago vanesio Howl; ad ogni apparizione in scena ha una pettinatura diversa; è curato e profumato, eternamente giovane e bello, ma ha uno sguardo fisso che sembra vedere senza realmente mettere a fuoco chi gli sta intorno: lo sguardo privo di anima di un mago che ha perso il suo cuore in una stregoneria.

Tra demoni del fuoco impertinenti ma dal cuore d’oro, battaglie notturne contro i propri demoni e apprendisti stregoni da curare e amare come ragazzini, si snoda la storia di questo mago che pur senza cuore persegue una sorta di annientamento del sé, e della stregata vecchina che per aiutarlo vive quella vita che non credeva le fosse destinata recuperando la forza, la dolcezza e la bellezza che da qualche parte celava nel proprio animo.

Funzionale e indovinato lo score del solito Hisaishi, intenso soprattutto nella sequenza più struggente del film, quella del patto indissolubile tra il piccolo Howl e il demone del fuoco Calcifer in un cielo ammantato di stelle cadenti, ispirata ai versi del grande poeta metafisico John Donne.

Disegni meravigliosi, storia a volte alogica ma dal ritmo inarrestabile, e la solita incantevole straordinaria fiducia di Miyazaki nel cantare l’eterna capacità dell’uomo di rinnovarsi.

 

Go and catch a falling star,
    Get with child a mandrake root,
Tell me where all past years are,
    Or who cleft the devil’s foot,
Teach me to hear mermaids singing,
Or to keep off envy’s stinging,
            And find
            What wind
Serves to advance an honest mind.
                                  John Donne

 

La mia valutazione:

[rating=8]

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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