Libri

I stepped from plank to plank

483px-Emily_Dickinson_daguerreotypeQuesto articolo nasce dal desiderio di rileggere con completezza le poesie (e le poche lettere pubblicate in Italia) di Emily Dickinson, scrittrice da me molto amata sin dai tempi dell’università.

Indico qui di seguito bibliografia e sitografia che mi sono state di riferimento nello stendere queste righe.

Per i testi poetici mi sono rifatta a Emily Dickinson, “Tutte le poesie”, Arnoldo Mondadori Editore, 2005, Milano, fondamentale anche per le note biografiche e l’introduzione di Marisa Bulgheroni.

Per le lettere, Emily Dickinson. “Lettere. 1845-1886”, X, 2006, Einaudi, Torino, curato da Barbara Lanati.

Sempre di Barbara Lanati, “Vita di Emily Dickinson”, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2006.

Vi è poi il sito www.emilydickinson.it curato da Giuseppe Ierolli, in cui l’autore ha tradotto tutte le poesie e le lettere della poetessa – e su di lei cura anche una rubrica sulla rivista Fili d’aquilone.

Una fonte inesauribile di informazioni è il sito del Museo di Emily Dickinson, qui.

Le citazioni delle lettere sono riportate dal sopraccitato testo curato da Barbara Lanati (quindi sua è la traduzione).

L’articolo sarà sicuramente rivisto, corretto, arricchito. Scrivendo ho dimenticato migliaia di spunti, suggestioni e idee sfuggite dagli appunti che ho preso nelle settimane in cui mi sono dedicata alle letture dickinsoniane.

 

Qui di seguito le tematiche in cui è suddiviso l’articolo.

“A LOSS OF SOMETHING EVER FELT I” – Biografia

“I’M NOBODY! WHO ARE YOU?”

“THAT PRECARIOUS GAIT SOME CALL EXPERIENCE”

“MI SPIACE CHE SIATE VENUTI, PERCHÉ VE NE SIETE ANDATI”

“TO SEE TO THE END”

DICONO DI LEI


 

“A LOSS OF SOMETHING EVER FELT I” – Biografia

Emily Dickinson nasce ad Amherst, nel Massachusetts, il 10 dicembre 1830; la famiglia discende dai coloni puritani giunti in America nel 1620 ed è una famiglia austera, importante, di personalità maschili di rilievo, in una comunità a sua volta austera e severa – nelle apparenze, perlomeno.

Ha un fratello maggiore, Austin, e una sorella minore, Lavinia (Vinnie). Il padre è un giudice molto conosciuto, anche per la sua attività di deputato a Washington. Gode di grande autorevolezza, fuori come all’interno della sua famiglia, e questo lo rende una figura amata ma anche molto autoritaria. La madre invece non pare avere un legame particolare con le figlie (in una lettera la poetessa scrive “Non ho mai avuto una madre”) se non quando, in seguito alla morte del marito, si ammala e necessita delle cure e dell’assistenza di Emily e Vinnie.

Nel 1840 la poetessa inizia il percorso scolastico all’Amherst Academy (alla cui fondazione aveva contribuito lo stesso nonno di Emily), che frequenterà per sette anni studiando letteratura, grammatica, retorica, latino, botanica, geologia… discipline che – tutte – hanno una forte eco nella sua voce lirica. Tra le peculiarità della sua poesia, infatti, vi è l’attenzione verso la scelta delle parole (e l’etimologia spesso ha un forte peso, in ciò); la riflessione sulla lingua che si tramuta in riflessione sull’uomo e sulla vita, come se la lingua fosse emanazione dell’animo umano e al contempo strumento duttile e giocoso; la perpetua presenza del mondo naturale, specchio di quello interiore della poetessa, che si diverte anche ad esaminarlo con la precisione e l’attenzione di un’entomologa.

A scuola Emily pareva trovarsi davvero bene, i suoi insegnanti diventano i suoi mentori, e lei stessa scrive “you know I am always in love with my teachers”. La scuola offre anche l’occasione di stringere le prime forti amicizie, in modo particolare fa gruppo con quattro ragazze (“our circle of five”): Abiah Root, Harriet Merrill, Sarah Tracy e Abby Wood. Negli anni il legame perde d’intensità, e questo anche in seguito al revival religioso del 1846, durante cui Sarah e Abiah professano pubblicamente la loro adesione alla Chiesa Congregazionale (la stessa Abby Wood, l’amica speciale della poetessa, vi aderirà nel 1850). Nonostante ciò segni una svolta nelle loro vite e nella loro amicizia, strade ulteriormente allontanate dai diversi percorsi di vita scelti ed intrapresi, Emily e Abby rimarranno in contatto fino alla morte della poetessa per via epistolare; Abby sposerà un missionario protestante con cui vivrà in Siria, e il fascino per l’Oriente e per i mondi esotici che spesso impregna le parole della poetessa nasce probabilmente proprio dalle suggestioni delle lettere dell’amica.

Il padre la ritiene troppo cagionevole di salute per la scuola e la trasferisce nel rigido Mount Holyoke Female Seminary, dove rimarrà negli anni 1847 e 1848. Anche qui ha l’occasione di studiare materie scientifiche quali astronomia, botanica, storia naturale. Ma anche qui è esposta alle pressioni religiose della cultura in cui viveva. La direttrice dell’istituto organizza revival per incoraggiare le studentesse a professare la loro fede, e le ragazze sono divise in tre gruppi: chi si converte, chi forse si convertirà, e chi non ha speranza di riuscirci. Emily “non ha speranza”, all’inizio del suo percorso nell’istituto come alla fine (inizialmente rifiutò assieme ad ottanta compagne, alla fine si ritrovò con sole ventotto di loro). Anche questa esperienza scolastica dura poco giacché nello stesso 1848 Emily torna a casa. Per rimanervi. Sul fatto che il padre la ritiri, per motivi di salute, dalla scuola, si è detto tanto. Si intuisce che non è favorevole a concedere troppa indipendenza alla figlia, e che il frequentare la scuola gli sembra un’eccessiva libertà; probabilmente è la lettura stessa a sembrargli un’eccessiva libertà (lo scrive lei stessa anni dopo a Higginson, raccontando che il padre le acquista molti libri pregandola poi di non leggerli). È pur vero che sembra documentata una certa predisposizione della poetessa alla tristezza già nella primissima giovinezza. Alla sofferenza interiore. La morte di un’amica coetanea, nel 1844, l’aveva fortemente colpita e lasciata in intensa e silenziosa prostrazione. E sempre, anche negli anni successivi, nelle lettere ai vari amici, è ricorrente il tema della vacuità della vita, della paura di perdere le persone più care, di non poter rivivere gli istanti di felicità assieme a loro. Di non aver più occasione di colmare la distanza con loro. Nella sua poesia come nelle sue lettere permane, fino alla fine, l’ambivalenza tra una solitudine desiderata, amata, assaporata, e uno struggente bisogno di compagnia delle persone amate, che la porta ad invitare costantemente, assiduamente, i suoi amici a casa.

1848-1854: vive con ardore la sua giovinezza, tra amicizie, salotti culturali, scherzi letterari, forse amori. Conosce Susan Gilbert, e nasce un’amicizia di intimità maggiore alle altre. A Susan si interessa presto anche il fratello Austin, e si crea una sorta di triangolo tra la poetessa e due delle persone a lei più care, che, a lungo andare, dopo il matrimonio di Austin e Susan (seguito ad un tormentato fidanzamento) le provocherà delusione da entrambi. Anche se Austin rimarrà sempre il fratello carissimo, come pure Susan godrà sempre di un affetto privilegiato, seppur mutato dal tempo e dalla delusione. Ma la complicità giovanile che ha con lui, e il cieco totale e fiducioso abbandono che ha con lei, non si conserveranno assieme al suo affetto.

È in questi anni che inizia ad esprimere ufficialmente a sé stessa la propria voce poetica. Il suo corpus poetico, quello non accluso alle lettere e ai doni che inviava, è stato trovato solo dopo la sua morte da Vinnie, e la sua elaborazione seria e intenzionale risale proprio alla fase in cui la poetessa è venticinquenne.

Di questo periodo sono forse anche le tre lettere al Maestro, al “Master”, che sembrano testimoniare una passione amorosa per un uomo difficile da identificare – forse Samuel Bowles, forse il reverendo Wadsworth, forse il giudice Otis P. Lord (verso cui rimangono comunque lettere – non si sa se spedite o meno, non si sa se ricambiate o meno – che testimoniano un amore molto intenso da parte della poetessa negli anni della sua maturità); in tutti e tre i casi si tratta di un uomo molto più anziano di lei. Ed è sempre in questi anni che sceglie l’isolamento. Siamo nel 1861.

L’anno seguente intraprende una corrispondenza epistolare con Thomas Wentworth Higginson, che sarà uno dei primi curatori delle sue poesie. Higginson, oltre ad essere un politico e un uomo d’armi (fervente abolizionista, prese attivamente parte alla Guerra Civile americana), era anche uno scrittore, e la Dickinson lo contattò dopo aver letto un suo articolo sull'”Atlantic Monthly” intitolato “Letter to a Young Contributor”. Attratto e spaventato dalla potenza e dall’anarchia delle sue parole, nelle poesie come nella prosa (lei si era rivolta a lui nella prima lettera chiedendogli se fosse troppo occupato per dirle se i suoi versi fossero vivi), rimase però completamente affascinato dalla Dickinson. Un fascino puramente intellettuale che si tradusse in un’amicizia piena di stima, costante e duratura; alla morte della poetessa, sarà lui, assieme a Mabel Loomis Todd (amante di Austin), a curare la pubblicazione delle prime raccolte di poesia di Emily. Higginson inizia subito a dare consigli alla giovane e irruente voce della poetessa, che a sua volta li accoglie con interesse, rispetto ma anche impertinenza. La rispettosa amicizia tra i due personaggi porterà Emily a reclamare spesso una visita di Higginson, e Higginson a presentarsi in casa Dickinson per conoscere la scrittrice.

A questi anni risalgono i primi problemi agli occhi, la fotofobia, e forse fu anche questo problema di salute a rendere le sue uscite, le sue esposizioni alla luce e all’esterno, sempre più rare. L’isolamento diventa reclusione, nei leggendari abiti bianchi che la trasformano in un mito già quando era in vita, seppure la reclusione non fosse un evento poi così raro; un altro esempio celebre all’epoca fu la madre di Nathaniel Hawthorne, la quale, rimasta vedova, smise di uscire di casa. Tuttavia la reclusione della Dickinson ebbe dei caratteri che la trasformarono in leggenda quando era ancora viva. Già allora era soprannominata “il mito”; si narrava che non scendesse mai in salotto se vi erano ospiti, che ricevesse nella sua stanza solo i bambini – e solo di rado – e che fosse uscita l’ultima volta di notte, sgusciando fuori casa per non essere vista da estranei. Sui motivi della reclusione non vi sono risposte certe. Una biografia recente della scrittrice Lyndall Gordon (“Lives like Loaded Guns”) suggerisce l’ipotesi che la Dickinson soffrisse di epilessia, che alla sconvenienza sociale del male fosse dovuta la reclusione, e che anche l’abito bianco fosse dovuto a motivi igienico-sanitari; la dipinge come una donna in un certo senso dura, cinica e scandalosa.

Invece, probabilmente, quegli anni furono di grande solitudine e di grande delusione nei confronti dei suoi affetti più profondi.

Nel 1878 la poetessa è presa da passione per il giudice Otis P. Lord di Salem. Una passione su cui all’epoca si chiacchierò molto, anche nelle parole della cognata Susan, rendendo difficile stabilire se si sia trattato di un amore veramente corrisposto e veramente vissuto (ammesso che abbia importanza, per noi, stabilirlo). Rimane certo il fatto che questa passione è stata improvvisamente interrotta per la morte repentina dell’anziano giudice, colpito da infarto a 72 anni nel 1884. Un altro colpo, l’ennesimo, per la poetessa che negli anni aveva perso prima il padre, poi la madre, poi l’amato nipotino Gilbert, e molti fra gli amici più cari.

Il 15 maggio 1886, dopo due anni, Emily Dickinson muore, per una malattia che si suppone sia nefrite, e dall’ultima lettera inviata alle amate cugine di Boston Loo e Frances Norcross – recante solo il laconico annuncio “Called Back” – si intravede nell’avvicinamento alla morte quella consapevolezza mostrata nelle numerose liriche in cui immagina il proprio trapasso o familiarizza con il gentiluomo dalla falce a mezzaluna.

Le chiavi di lettura del corpus poetico della Dickinson sono molteplici. Quelli che proporrò di seguito sono alcuni percorsi, che non hanno alcuna pretesa filologica, ma sono stati semplicemente assemblati da me come lettrice appassionata della poetessa americana.

 

“I’M NOBODY! WHO ARE YOU?”

Quasi tutti i saggi e le biografie dedicate ad Emily Dickinson la definiscono una donna libera, ribelle, anticonformista. Paradossalmente, a renderla tale nella memoria dei posteri è soprattutto quella reclusione nel perimetro della sua stanza a cui si costrinse dall’età di 31 anni. E davvero quella reclusione dà una sensazione di ribellione, se si pensa a quanto il sangue si agiti dentro di lei.

 

[77]

I never hear the word “Escape”
Without a quicker blood,
A sudden expectation,
A flying attitude!

I never hear of prisons broad
By soldiers battered down,
But I tug, childish, at my bars
Only to fail again!

(1859)

 

La poetessa ha 29 anni. Al solo sentire la parola “fuga” l’intero corpo ha un moto di ribellione, il sangue pulsa più velocemente, ed è pronta a volare… per poi trovarsi a scuotere le barre della prigione come una bambina a cui la fuga è preclusa. Il riferimento al mondo infantile lascia la sensazione che fosse forse anche la casa, la prigione da cui era impossibile fuggire. La presenza ingombrante del padre, autorità rispettata e stimata nell’universo locale di Amherst, faceva sì che il suo potere coercitivo sui figli fosse più forte del consueto, in una società già molto rigida e maschilista. In diverse biografie si avanza l’ipotesi che il ritiro di Emily da entrambe le scuole (dall’Amherst Academy prima e dal Mount Holyoke Female Seminary) non fosse veramente dettato da problemi di salute dell’adolescente, e che il padre non avesse piacere che la figlia avesse un’istruzione scolastica. Come pure è riportato l’episodio secondo cui la reclusione della poetessa sarebbe stato un atto di ribellione nei confronti del padre che non tollerava di saperla fuori dalle mura domestiche a parlare con estranei. Comunque siano andate le cose, non è solo la vita famigliare ad essere prigione (e salvezza, al contempo), ma anche una società chiusa, moralistica, puritana, in cui, sotto le parvenze del decoro, della dignità e del rispetto reciproco, si malignava reciprocamente, si dava scandalo, si intrecciavano relazioni adulterine con grande disinvoltura (e gli uomini Dickinson non ne furono esenti). Allargando l’ottica, si può pensare anche ad una cultura in cui la donna potesse scegliere solo tra il ruolo di angelo del focolare domestico (in veste di moglie, madre, figlia) o quello di intrattenitrice brillante nelle serate salottiere e superficiali, accompagnata, spesso e volentieri, da uno strascico di chiacchiere e dicerie maliziose quando non maligne. E non potesse scegliere di viaggiare, scoprire, sperimentare, studiare, provare, sapere, vivere.

 


 

[384]

No Rack can torture me –
My Soul – at Liberty –
Behind this mortal Bone
There knits a bolder One –

You cannot prick with Saw –
Nor pierce with Cimitar –
Two Bodies – therefore be –
Bind One – The Other fly –

The Eagle of his Nest
No easier divest –
And gain the Sky
Than mayest Thou –

Except Thyself may be
Thine Enemy –
Captivity is Consciousness –
So’s Liberty.

(1862)

 

La poetessa rivendica con fierezza la propria indipendenza di pensiero, la libertà della propria anima. Quella che per ben due volte le fece rifiutare pubblicamente di convertirsi religiosamente; quella che l’aveva spinta a cercare un isolamento che presto si trasforma in reclusione. Quella che non si piega a niente, ai vincoli fisici, ai divieti, alle convenzioni sociali. Un’anima che, a differenza del corpo, soggetto alle leggi fisiche, è talmente impenetrabile che nulla può scalfirla. Un’anima che però può diventare schiava di sé stessa, per l’incessante porsi domande a cui dare risposta non è possibile. Ma forse è proprio questa la Libertà.

 


 

[1124]

Had we known the Ton she bore
We had helped the terror
But she straighter walked for Freight
So be her’s the error –

(1168)

 

Per essere ancora più chiara, la poetessa assume il punto di vista della morale comune, della piccola gente che non comprende la dignità di una donna che, oppressa da un peso gravoso, lo sopporta ancora più fieramente e dignitosamente. L’errore dunque è il suo, che ostinandosi a difendere la propria dignità, non ha mendicato l’aiuto altrui. Non certo della voce narrante, incapace di immedesimarsi nell’altro e di immaginare ciò che non sia esternamente visibile. L’assumere il punto di vista della persona piccola e meschina, implicando poi l’esatto contrario, come messaggio finale, è, dal punto di vista narrativo, un interessante espediente di straniamento.

 


 

[1453]

A Counterfeit – a Plated Person –
I would not be –
Whatever strata of Iniquity
My Nature underlie –
Truth is good Health – and Safety, and the Sky.
How meagre, what an Exile – is a Lie,
And Vocal – when we die –

(1879)

 

Contro ogni ipocrisia. Meglio svelarsi per quello che si è, con il proprio carico di difetti e malvagità, che essere contraffatti, falsi. Aggettivi così detestati da essere sbattuti in primo piano, nel primo verso, tanto per chiarire che lei non voleva essere così (secondo verso che coincide con una frase isolata dal resto, a sigillo e suggello del suo modo di essere). Verità e sincerità – naturalezza e autenticità – portano con sé la grandezza del cielo, e ciò che ne consegue – il sentirsi a proprio agio, la sicurezza di essere sé stessi. Senza vestire i panni disagevoli della finzione e dell’ipocrisia, privi di dignità. La finzione, la bugia, è definita meagre, piccola, scarsa, e quindi meschina; qualcosa che rende piccolo e meschino anche chi la pronuncia, la indossa. E la meschinità è qualcosa che lede la dignità. Alla base di tutto, nelle parole della poetessa, prima ancora delle convinzioni, vi è un’esigenza di sincerità, di trasparenza, di onestà. Qualcosa che appartiene alla propria natura, e da cui scaturisce il resto. Qualcosa che non può essere soffocato.

 

 

“THAT PRECARIOUS GAIT SOME CALL EXPERIENCE”

La vita come un lento avanzare di asse in asse, con il rischio di annegare nel mare sottostante appena si perde l’equilibrio. Nessuna rete di protezione, nessun appoggio presso cui sostenersi. Nessun dio, dispettoso spione che imprigiona l’irrequieto animo della scrittrice in un noiosissimo regno dei cieli. Nessuna casa presso cui tornare, presso cui sentirsi a proprio agio, a cui attribuire un significato che vada oltre la struttura di legno e cemento e indichi anche un rifugio e un porto sicuro e pieno di calore.

 

[410]

The first Day’s Night had come –
And grateful that a thing
So terrible – had been endured –
I told my Soul to sing –

She said her strings were snapt –
Her Bow – to atoms blown –
And so to mend her – gave me work
Until another Morn –

And then – a Day as huge
As Yesterdays in pairs,
Unrolled it’s horror in my face –
Until it blocked my eyes –

My Brain – begun to laugh –
I mumbled – like a fool –
And tho’ ’tis Years ago – that Day –
My Brain keeps giggling – still.

And Something’s odd – within –
That person that I was –
And this One – do not feel the same –
Could it be Madness – this?

(1862)

 

È una poesia sul dolore, sui momenti di crisi che paiono portare l’individuo alla follia. Sul senso di sollievo sperimentato quando ci si illude che la tempesta è passata, e, grati d’aver sopportato un momento così spaventoso, si vorrebbe tornare a sentire la propria anima cantare, tornare a respirare… e si scopre invece che prima di ciò c’è da affrontare un giorno vasto come due ieri messi assieme… due ieri, con il loro carico di ricordi, rimpianti e sofferenza. L’anima non ha più strumenti per suonare e cantare, è stata distrutta e devastata dal dolore, e va riparata. Ma il non poter iniziare subito a riprendersi, il dover attendere, e vivere con la tenebrosa mole dei ricordi di quanto sofferto, e dover elaborare lo spaventoso passato, si rivela un orrore. Un orrore tale da paralizzare il viso, e spezzare qualcosa nella mente. La follia ha preso il sopravvento.

 

 


 

[413]

I never felt at Home – Below –
And in the Handsome Skies
I shall not feel at Home – I know –
I dont like Paradise –

Because it’s Sunday – all the time –
And Recess – never comes –
And Eden’ll be so lonesome
Bright Wednesday Afternoons –

If God could make a visit –
Or ever took a Nap –
So not to see us – but they say
Himself – a Telescope

Perennial beholds us –
Myself would run away
From Him – and Holy Ghost – and All –
But there’s the “Judgement Day”!

(1862)

 

È sicuramente un problema quando non ci si sente a casa né sulla Terra né nei Cieli, in un Paradiso in cui è sempre domenica, non c’è mai ricreazione, e non si può nemmeno fuggire, perché l’Onnipotente non si allontana mai né si assopisce mai… sempre lì, fisso al suo telescopio con cui spia e controlla tutti. La chiusa della poesia è irriverente: la poetessa vorrebbe tanto fuggire da tutto… ma c’è il Giorno del Giudizio! Conclusione impertinente che stempera l’amarezza della prima quartina, penosa consapevolezza di non appartenere a nulla e di non avere pertanto una casa.

 


 

[185]

“Faith” is a fine invention
When Gentlemen who see –
But Microscopes are prudent
In an Emergency.

(1860)

 

Nel 1862 la poetessa aveva ripreso l’immagine di una lente scientifica, due anni prima quella del microscopio, per tornare di nuovo sul discorso della fede… una bella invenzione se si ha il supporto concreto delle prove – se si può vedere ciò in cui si crede. Per sicurezza meglio però affidarsi al microscopio, alla scienza, a tutto ciò che è direttamente osservabile e verificabile. Soprattutto in caso di emergenza. Poggiare sulla rassicurante concretezza dei fatti è molto più prudente che credere in un’invenzione non osservabile.

 

“MI SPIACE CHE SIATE VENUTI, PERCHÉ VE NE SIETE ANDATI”

[181]

I lost a World – the other day!
Has Anybody found?
You’ll know it by the Row of Stars
Around it’s forehead bound.

A Rich man – might not notice it –
Yet – to my frugal Eye,
Of more Esteem than Ducats –
Oh find it – Sir – for me!

(1861)

Quando si dice relativismo… Con la sua inconfondibile voce poetica, spesso in bilico tra gioco impertinente e delusione profonda di un bambino, la Dickinson reclama la perdita di un Mondo. Un Mondo che può non essere apprezzato e stimato da chi sembra avere tanto, ma che vale più di un Ducato, più di tanti Ducati… un Mondo con un cerchio di stelle attorno. Qualcosa di prezioso… di autentico, sincero, trasparente. Con il suo solito approccio diretto, quasi colloquiale, ma innegabilmente raffinato, la poetessa chiede aiuto per ritrovare quanto ha perso.

 


 

[959]

A loss of something ever felt I –
The first that I could recollect
Bereft I was – of what I knew not
Too young that any should suspect

A Mourner walked among the children
I notwithstanding went about
As one bemoaning a Dominion
Itself the only Prince cast out –

Elder, Today, A session wiser,
And fainter, too, as Wiseness is
I find Myself still softly searching
For my Delinquent Palaces –

And a Suspicion, like a Finger
Touches my Forehead now and then
That I am looking oppositely
For the Site of the Kingdom of Heaven –

(1865)

 

Il senso di perdita. Una sensazione innata, con cui convivere sin dall’infanzia, quando gli altri non ci ritengono capaci di simili devastazioni interiori. Una sensazione inspiegabile, come l’essere privato di una primordiale ricchezza in un tempo di cui non è possibile avere memoria. Una ricchezza che crescendo, nonostante la disillusione, il cinismo e il disincanto, si continua ancora a cercare, come si continua ancora ad avvertire la perdita di un ignoto che pareva essere tanto prezioso. E la disillusione aumenta dinanzi alla sensazione di stare percorrendo una strada che allontana dall’agognato traguardo.

 


 

[1406]

No Passenger was known to flee –
That lodged a Night in memory –
That wily – subterranean Inn
Contrives that none go out again –

(1877)

Nonostante le delusioni, gli abbandoni, le perdite vissute nella vita, la poetessa, a 47 anni, può paragonare la propria memoria ad un albergo sotterraneo, da cui mai nessuno può fuggire via. Mai nessuno può essere dimenticato, per quanto fuggevole possa essere stata la propria presenza nella vita della Dickinson.

 


 

[1606]

Quite empty, quite at rest,
The Robin locks her Nest, and tries her Wings –
She does not know a Route
But puts her Craft about
For rumored springs –
She does not ask for Noon –
She does not ask for Boon –
Crumbless and homeless, of but one request –
The Birds she lost –

(1884)

 

Nelle ultime centinaia di poesie del corpus poetico della Dickinson, nel raccontare la natura ci sono una nostalgia e una malinconia così forti da essere strazianti. Come in questa lirica, la storia di un pettirosso che non ha più nulla da perdere, e può solo riprovare a volare. Non sa cosa cerca, non sa dove cercare. Sa che esiste la primavera, perché ne ha sentito parlare, ma non sa in cosa consista. Non si aspetta più nulla, né chiede nulla; vorrebbe solamente riavere chi ha perduto. Paiono parole in cui l’incertezza che sempre accompagna i passi della poetessa diventa più forte, più intensa, più sofferta. Il 1884 è l’anno della morte improvvisa di Otis P. Lord, l’ultimo di una serie di lutti, fisici o emotivi, della vita della Dickinson. La primavera diventa una meta sempre più indistinta, quasi esotica, vagheggiata come si vagheggia qualsiasi destinazione inesistente – o in cui non si arriverà mai. Leggendo viene quasi il dubbio che non sia la vera meta, e che il silenzio e il vuoto che pervadono i primi versi della poesia, siano ottundenti; che il pettirosso si metta in viaggio per inerzia, perché la vita è vita, e se non ci si ferma bisogna per forza camminare. Ma ciò che agogna il cuore è sempre chi è stato perduto. La morte non appare mai come qualcosa di cui la poetessa teme per sé, ma come paura che chi le è più caro le venga sottratto. Motivo fondamentale e ricorrente nella sua poesia.

 

 

TO SEE TO THE END”

[280]

I felt a Funeral, in my Brain,
And Mourners to and fro
Kept treading – treading – till it seemed
That Sense was breaking through –

And when they all were seated,
A Service, like a Drum –
Kept beating – beating – till I thought
My Mind was going numb –

And then I heard them lift a Box
And creak across my Soul
With those same Boots of Lead, again,
Then Space – began to toll,

As all the Heavens were a Bell,
And Being, but an Ear,
And I, and Silence, some strange Race
Wrecked, solitary, here –

And then a Plank in Reason, broke,
And I dropped down, and down –
And hit a World, at every plunge,
And Finished knowing – then –

(1861)

 

Un altro tema ricorrente nelle poesie della Dickinson è quello della sua morte. La poetessa la immagina in più componimenti, sparsi per quasi tutto il suo corpus poetico. Un vero leit motiv, in cui la scrittrice, lungi dal rappresentare immagini lagrimose e compassionevoli, tenta quasi di cogliere il segreto della morte, del perdere la coscienza, del non-essere. Nettamente lontano dai classici canoni lirici, la morte non è vista come via di fuga, come desiderio o come momento in cui accentrare su di sé l’affetto dei cari. È piuttosto un momento della vita, con cui la poetessa mostra di voler imparare a convivere; e per farlo bisogna coglierne il senso, in qualche maniera sperimentarlo. E non manca una componente di forte curiosità, intellettuale ed umana, per un momento che provoca dolori strazianti e che è forse il più temuto nella vita di ogni essere umano.

Il componimento [280] è probabilmente il più celebre della serie; l’incipit “I felt a Funeral, in my Brain” porta il lettore in medias res durante il funerale della poetessa nei suoi ultimi barbagli di coscienza, ovattati e ad un tempo acutizzati dall’eccezionalità del momento. Indistinti, dall’esterno giungono i suoni del lutto, della confusione del rito, sommesso e insistente come un tamburo che batte incessantemente, quasi ipnotizzando la mente della protagonista e conducendola in una nebbia.

E nella quartina di passaggio tra le prime e le ultime due, le percezioni sensoriali improvvisamente si allargano in uno spazio interiore, in cui, nemmeno nel momento della morte, manca il consueto senso di estraneità e dualismo tra un mondo di suoni e il silenzio della poetessa: tra lei e tutto il resto: “And I, and Silence, some strange Race/Wrecked, solitary, here – “

All’improvviso qualcosa si spezza nella Ragione – un’asse, a Plank, come quelle su cui cammina con cautela in [875] – e l’abisso si apre per la poetessa che, precipitando contro tutti i suoi mondi interiori, Finished knowing. La morte come fine dell’atto del conoscere, del sapere. Morte come fine della razionalità, della consapevolezza.

 

[465]

I heard a Fly buzz – when I died –
The Stillness in the Room
Was like the Stillness in the Air –
Between the Heaves of Storm –

The Eyes around – had wrung them dry –
And Breaths were gathering firm
For that last Onset – when the King
Be witnessed – in the Room –

I willed my Keepsakes – Signed away
What portion of me be
Assignable – and then it was
There interposed a Fly –

With Blue – uncertain – stumbling Buzz –
Between the light – and me –
And then the Windows failed – and then
I could not see to see –

 

(1862)

 

Ancora una volta la Dickinson prova ad immaginare il momento della propria morte; il ronzio di una mosca rende tutto più concreto e a tempo stesso pare desacralizzare il momento della morte… senza riuscirci, perché l’abilità della voce poetica della Dickinson riesce ad amalgamare i due diversi piani, a fondere gli opposti.

La poetessa sta morendo e avverte il ronzio di una mosca nel silenzio profondo che ricorre in questa poesia come in [280]. Nella precedente lirica, il momento della perdita di coscienza coincide con il funerale; qui invece la poetessa sta per esalare l’ultimo respiro tra occhi che assistono quasi in attesa della dipartita vera e propria. E proprio in quel momento, una mosca si interpone fra lei e la luce, ultimo sussulto di concretezza che diviene anche mezzo per la morte.

 

 

DICONO DI LEI

“Non inganniamoci: quando scrive Questa è la mia lettera al mondo che non ha mai scritto a me, non è una fanciulla afflitta perché non riceve posta, è un fiero cervello che dà al mondo il voto: insufficiente. Per questo si è insediata in quell’opera, che è parallela ad esso, ed è la cultura; e di là conduce tutti i dialoghi, o, in mancanza di meglio, sicuri monologhi.”

Rossana Rossanda (riportato da Barbara Lanati in Emily Dickinson. “Lettere. 1845-1886”, X, 2006 Einaudi, Torino).

 

“Mi è davvero difficile capire come lei riesca a vivere così sola, in compagnia di pensieri di tale intensa qualità, e senza neppure la vicinanza del suo cane. Ma mi rendo conto che una persona che spinga il proprio pensiero oltre un certo punto, che si illumini come lei, è sola comunque e il luogo in cui si trova, non fa alcuna differenza.”

Thomas Higginson (idem, XXVII).

 

“Non ho mai conosciuto nessuno che mi prosciugasse tanta energia nervosa. Senza che la toccassi, me la sottraeva. Sono felice di non viverle vicino.”

Thomas Higginson (idem, XXVII)

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *