Libri,  Riflessioni personali

“I miti del nostro tempo”, Umberto Galimberti

Umberto Galimberti è una figura del mondo della cultura piuttosto discussa. Non è un mistero che gli sia stato rimproverato d’essersi appropriato di stralci di libri altrui nella scrittura dei propri, e che tale vicenda si sia poi più volte ripetuta dando origine ad un dibattito, non malsano in fondo, sulla trasmissione del sapere umanistico e del rapporto con gli originali. Il testo stesso che sto per prendere in esame, “I miti del nostro tempo”, secondo la rivista “L’Indice dei libri del mese”, sarebbe costituito per tre quarti da testi da lui già pubblicati e per il restante da riprese di testi altrui.

Nonostante tale premessa molto disarmante, di quelle che personalmente tendono a rovinare il mio rapporto con un libro, non esito a dire che, in questo caso, poco mi interessa delle vicende editoriali di Galimberti, e considero “I miti del nostro tempo” un libro da leggere e su cui riflettere seriamente. Ringrazio pertanto Galimberti, sia che l’abbia scritto che in caso l’abbia “compilato”, e tutti i pensatori e i filosofi che hanno ispirato la molteplicità di ragionamenti di cui il libro è tessuto.

Come recita il titolo, l’opera è una riflessione sui miti del nostro tempo, dove per miti si intendono “idee che ci possiedono”, quelle idee radicate così profondamente in noi da far non solo fatica a sradicarle, ma anche a riconoscerle per quello che sono, ovvero delle idee, criticabili e giudicabili. Un’idea diventa mito quando si rinuncia a metterla in discussione perché in fondo la si trova comoda e rassicurante. L’opera di Galimberti si pone pertanto l’obiettivo di procedere ad una sorta di de-mitizzazione di tali idee, che l’autore individua nel numero di diciotto, distinguendo tra miti individuali (amore materno, identità sessuale, giovinezza, felicità, intelligenza, moda, potere, psicoterapia, follia) e miti collettivi (tecnica, nuove tecnologie, mercato, crescita, globalizzazione, terrorismo, guerra, sicurezza, razza).

A ben guardare però i capitoli del libro sono accomunati da un tema dominante, che risulta essere il nostro tempo, la nostra cultura, intendendo per tempo un’epoca segnata da enormi squilibri economici e sociali, e per cultura quella occidentale, nell’ambito della quale sono nati e prosperano tali miti. Ed è proprio per questo che la scrittura torna sulle stesse tematiche, lega i capitoli gli uni agli altri, cerca di trovare una visione di fondo che permetta di guardare questi miti per quelli che sono, ovvero idee, tramite l’ausilio di scrittori e filosofi di ogni tempo, di persone che hanno prodotto idee talora antiche eppure ancora valide. Così, nell’analizzare e smontare il mito dell’amore materno, consacrato dalla retorica dei buoni sentimenti, Galimberti non teme di ricordare come già il mito greco ci avesse consegnato personaggi femminili dilaniati tra l’amore per i figli e il rifiuto nei loro confronti; e non teme di scavare in un argomento delicato, verso cui il nostro desiderio di rimozione e sicurezza pone continue obiezioni, per mettere in luce la solitudine odierna dell’istituzione famigliare, il cui nucleo è, secondo Galimberti, asociale, perché quanto accade nella famiglia non è condiviso all’esterno, è tenuto nascosto all’interno delle mura domestiche, e nascondere il problema impedisce la comunicazione, il confronto, la presa di coscienza. L’essere umano – la donna in questo caso – serba dentro di sé emozioni incomunicate, pressioni e dolori, che poi esplodono. Il ragionamento di Galimberti approda ai macromeccanismi della vita occidentale, in cui sembriamo parcellizzare, quasi fossero compartimenti stagni, i vari aspetti del quotidiano, e ci ricorda quanto dei nostri miti sia illusione, inclusa la pretesa di essere liberi e incuranti degli altri.

Privatizziamo tutto, liberiamoci il più possibile dal sociale che sa di stantio, e per molti puzza persino di comunismo, assaporiamo fino in fondo quella distorsione del concetto di libertà, per cui “in casa mia faccio quello che voglio”, e poi ci accorgiamo che quello che “voglio” finisce con l’essere quello che “posso”, anzi quello che da solo “non posso fare”, perché senza sociale non si può gestire l’handicap, non si può gestire la vecchiaia, e neppure l’infanzia, se non con il sacrificio totale di un componente della famiglia, che a questo punto può veder chiusi i suoi orizzonti di vita e, in un momento di disperazione, fare il gesto che uccide.

 

Con uguale lucidità Galimberti, trattando del mito della sessualità, osserva che la sessualità, sin dai tempi più remoti, si è fatta segno di qualcosa che non ha realmente a che fare con essa. Qualcosa che ha più a che fare con società e cultura. A partire da tale ottica, in poche righe compendia la storia dell’omosessualità dalla Grecia classica, in cui non era vissuta come una criticità in quanto la cultura antica considerava l’amore come un insieme di dimensioni di cui faceva parte anche quella sessuale, all’alto Medioevo, in cui non costituiva ancora un problema, fino alle Crociate che invece inasprirono l’atteggiamento verso ogni forma di diversità, arrivando poi, attraverso secoli in cui la chiesa detiene sempre un ruolo di grande influenza, all’Ottocento, il secolo della scienza, che considera come patologia ogni diverso uso di quanto preposto ai singoli organi. Da peccato l’omosessualità diviene patologia e perversione. Anche qui Galimberti approda ad un’altra grande tematica, quella del primato attuale della scienza che tuttavia, come egli ci ricorda, non può conoscere l’anima e riduce lo stesso corpo ad organismo. E pretende di ridurre la vastità delle manifestazioni affettive umane a pulsione, “e la pulsione un prodotto ormonale”, operazioni riduttive grazie alle quali gli eterosessuali si sentono “normali” mentre gli omosessuali si sentono liberi da colpe, il tutto in un contesto in cui scienza e fede vanno a braccetto giacché la seconda trova nuovamente radici per le proprie “verità” nella scienza.

Non si può non notare quanto vasta ed estesa sia la riflessione di Galimberti, e come cerchi di ampliare la propria ottica abbracciando la varietà di manifestazioni della realtà quotidiana occidentale pur provando a comprendere le dinamiche e i meccanismi profondi in cui siamo immersi e che a tali manifestazioni conducono. I media e la pubblicità, ad esempio, sono protagonisti assoluti del nostro mondo. Sono essi, secondo Galimberti, a consegnarci quel mito della giovinezza che lascia poco o nessuno spazio alla vecchiaia, al suo bisogno di affettività, di idee, di dignità, e di vita. Alla vecchiaia si concede nulla, o quasi, perché è improduttiva, perché ci hanno insegnato in ogni modo che è un peso (è di pochi mesi fa la “geniale” dichiarazione di Christine Lagarde, a capo del Fondo Monetario Internazionale, secondo cui la longevità nei paesi occidentali è un rischio sistemico), e poi perché la cultura occidentale ha deciso che alla vecchiaia non si confanno i valori della bellezza, della sessualità e della salute, che sono i valori dominanti dell’odierno Occidente. Un Occidente alla costante e ossessiva ricerca della felicità, non più legata a conoscere ed esprimere sé stessi, ma a raggiungere quei valori, impossibili, che creano un gap sempre più profondo tra il possibile e il non possibile, che legano il riconoscimento di sé ad un indispensabile riconoscimento degli altri, e che affermano l’individualità di ciascuno e della propria felicità anche a spese del prossimo. L’avere dei modelli impossibili da raggiungere, e l’alto tasso di omologazione che tale cultura ci impone, aumenta la sofferenza della maggior parte degli individui occidentali. E laddove proprio l’individuo non riesce a conformarsi e ad omologarsi,

vengono in soccorso quelle che possiamo chiamare le “psicologie dell’adattamento”, il cui implicito invito è di essere sempre meno se stessi e sempre più congruenti al modo conforme di vivere.

Che poi tali correnti di pensiero assumano come ideale di salute il conformismo, che dal punto di vista esistenziale è un tratto tipico della malattia, è una contraddizione che Galimberti rileva con una certa lucidità, e mi pare che le parole di Frank Furedi, riportate da Galimberti, siano ancora più esplicite in tal senso:

[…] È allarmante che tanti cerchino sollievo e conforto in una diagnosi. Si può individuare, nell’istituzionalizzazione di un’etica terapeutica, l’avvio di un regime di controllo sociale. […] La terapia, infatti, come la cultura più vasta di cui fa parte, insegna a stare al proprio posto. In cambio offre i dubbi benefici della conferma e del riconoscimento.

Ed è da qui che Galimberti parte per ricordarci quanto la malattia sia impermeata di fattori culturali, quante “etichette” siano usate in un determinato contesto storico e poi spariscono una volta cambiata la temperie culturale (quante diagnosi di isteria sono certificate oggi e quante un secolo e mezzo fa?); in queste riflessioni si insinua un lungo e articolato capitolo sulla follia, sulle radici della depressione e su come essa sia valutata, giudicata e affrontata ai giorni nostri, giorni in cui la comunicazione, con il suo carattere terapeutico, diviene sempre più blanda e rara, e permette al dolore esistenziale, onnipresente nell’essere umano, di dilagare.

In questa sintetica disamina dei miti individuali ne ho saltato uno, che credo sia strettamente collegato, ancor più degli altri, ai miti collettivi: il mito del potere. Mi si scuserà se procedo ancora quotando stralci, ma si tratta di parole così pregnanti che non sono in grado di sostituirne altre degne di prenderne il posto.

Scrive Galimberti:

Oggi il potere è diventato più subdolo, più mascherato, più nascosto, ma proprio per questo più pervasivo, fino a permeare il nostro inconscio, al punto da farci apparire ovvia quella che in realtà è una sua imposizione.

E ancora, parafrasando James Hillman, suo principale punto di riferimento in questo capitolo,

Hillman parla della correità della psicologia perché oggi il potere, entro i confini dell’Occidente, governa con mezzi psicologici che non seducono o ingannano l’inconscio, ma lo costruiscono da cima a fondo.

E ancora, riportando direttamente le parole di Hillman da “Forme del potere”, secondo cui “Oggi la nostra teologia è l’economia”,

“Sembra che con un’idea sappiamo fare solo una cosa: applicarla, trasformarla in qualcosa da poter usare, per cui una buona idea è buona perché fa risparmiare tempo o denaro. E così l’idea muore proprio nel momento stesso della sua applicazione. Non più, come dicevano gli Stoici, “lόgos spermatikόs”, idea seminale e generatrice, ma idea da mettere in pratica […] come se gli uccelli esistessero solo per essere messi in gabbia.”

In sostanza, l’idea è valida se è spendibile; l’arte è arte se è monetizzabile; un talento è tale se permette di guadagnare. Altrimenti è futile e inutile. Ed è qui che è necessario parlare di quello che è il mito e il primato della tecnica. Una tecnica che non è cenerentola della scienza ma è l’essenza stessa della scienza, e anzi dell’essenza dell’uomo, giacché si può parlare di uomo dal primo gesto “tecnico” compiuto da un primate. Galimberti rileva come, nel rapporto con scienza e tecnica, l’uomo abbia rispettato il primato della natura per tutta l’età classica e medievale, e come il cambiamento sia sorto nel momento in cui l’uomo ha iniziato a considerare la scienza come strumento per dominare e manipolare la natura. Se Bacone ritiene che il fine della scienza sia sollevare l’uomo da ciò a cui egli è condannato in quanto peccatore, ovvero il dolore e il lavoro (ed in ciò è evidente la cultura profondamente intrisa di cristianesimo entro cui ci stiamo muovendo), le riflessioni di Hegel, due secoli dopo, ci dimostrano come il percorso dell’Occidente si stia evolvendo in una direzione molto diversa da quella prevista, laddove Hegel afferma che un fenomeno che cresca in modo significativo in quantità comporta un cambiamento anche qualitativo: è da qui che Marx si muove per sostenere che quando il denaro aumenta quantitativamente fino a divenire la condizione universale per soddisfare ogni bisogno e produrre ogni bene, il denaro non sarà più un mezzo, ma diverrà un fine. Ne consegue che quelli che un tempo erano fini si trasformeranno in strumenti per realizzare il fine del denaro. Un discorso analogo può essere strutturato per la tecnica, che diviene condizione universale per soddisfare qualsiasi scopo, e pertanto non è più un mezzo, ma un fine. Ed è così che chi padroneggia la tecnica ha potere rispetto a chi non è capace di farlo, la politica perde la sua connotazione di luogo della decisione per assumere quella di luogo della rappresentazione della decisione, in quanto la politica dipende dall’economia, e l’economia dalla tecnica.

E, sollevando per un minuto gli occhi dal testo di Galimberti, come si può non concordare con le sue parole? Da anni media e politica fanno dipendere ogni decisione dalla reazione dei mercati: dal passaggio di consegne tra Berlusconi e Monti (immediatamente salutato, guarda caso, da un abbassamento dello spread che per mesi, tramite gli appositi mezzi di comunicazione, aveva terrorizzato le case italiane) all’approvazione del cosiddetto Jobs Act al terrorismo su un’eventuale Brexit con conseguenze catastrofiche per inglesi ed europei indistintamente. Vien quasi da chiedersi se “i mercati” siano Enti che puniscono laddove non si attuino i loro desiderata e non ci si conformi (ancora tale parola) a quanto da essi espresso. E ancora, non è forse l’aggettivo “tecnico” particolarmente ridondante in questi ultimi tempi? Il governo tecnico viene preferito ad un governo politico, il politico è presentato come un incompetente dalla mano lunga e il tecnico come un esperto che sa il fatto suo e può imporre decisioni anche impopolari dall’alto della sua competenza e severa austerità – garanzia di serietà ed efficienza…

Ma una simile mitizzazione della tecnica, ci ricorda Galimberti – e torniamo alle sue pagine – è rischiosa, in quanto, come già ammoniva Platone, la politica dovrebbe sovrintendere la tecnica, in quanto la tecnica sa come si fanno le cose, ma non sa se e perché esse vadano fatte. Queste ultime risposte dovrebbe fornirle la politica, che però mai come in questi anni è svilita, depauparata del suo senso e del suo compito. Le conseguenze di ciò sull’etica e sulla democrazia nell’epoca della tecnica sono abbastanza evidenti, anche se Galimberti sembra sottovalutare lo stretto legame dell’economia con la tecnica, e in alcuni passaggi dimenticare quanto quest’ultima sia ancora dipendente dalla prima. Tuttavia, l’autore è in grado di far rilevare come l’eccesso di competenze scientifiche e di tecnicismo abbia portato ad una parcellizzazione delle responsabilità, o per meglio dire ad una deresponsabilizzazione. Quando il pilota che ha scagliato la prima bomba atomica, quando i generali delle SS, dichiarano di non sentirsi responsabili perché meri esecutori di un ordine che era loro dovere adempiere, un moto di indignazione ci coglie; perché allora non ci sentiamo altrettanto indignati quando, nella speranza di arrotondare i nostri risparmi, li investiamo in banca senza sapere per cosa saranno utilizzati quei soldi?

La questione, pertanto, è notevolmente complessa e merita una riflessione profonda e meditata, che non può non poggiare sulla considerazione di quanto sia cambiato il modo di sentire dell’uomo occidentale. Si tratta innanzitutto di un modo di sentire omologato, in quanto manca quel confronto salvifico che è fonte di crescita e miglioramento. Si potrebbe opporre che con i media attuali le distanze sono sempre meno significative e la comunicazione è aumentata; ma ammesso che quella sia davvero comunicazione, si tratta di un ripetersi addosso le stesse opinioni. Inoltre, come già ammoniva McLuhan in tempi non sospetti (anni ’60), riferendosi solo a radio e televisione, e senza immaginare cosa sarebbe accaduto qualche decennio dopo,

[…] una volta che abbiamo consegnato i nostri sensi e i nostri sistemi nervosi alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo in affitto i nostri occhi, le orecchie, i nervi e il cervello, il risultato sarà che non avremo più diritti.

Porrei una particolare attenzione a quel “prendere in affitto occhi, orecchie, nervi e cervello”: quella di McLuhan non è una polemica gratuita, ma un monito derivante dalla consapevolezza che i media, qualsiasi sia lo scopo per cui li utilizziamo, ci presuppongono spettatori e non attori di un evento.  Inoltre la loro straordinaria diffusione ha creato un nuovo paradosso: si torna a casa per vedere la televisione, usare il computer, comunicare con il cellulare. Tornare a casa è divenuto un modo per mettersi in contatto con la realtà esterna. Per conoscere e sapere c’è Google, comodamente seduti a casa propria, e ciò cambia il modo di fare esperienza, che fino a pochi anni fa voleva dire recarsi sul posto, recarsi in biblioteca, discutere a voce, acquistare un giornale in edicola, relazionarsi con il mondo esterno… Il che vuol dire che i mezzi di comunicazione ci plasmano, giacché modificano il modo in cui entriamo in rapporto con la realtà, a prescindere dallo scopo per cui li utilizziamo. Ne consegue che la definizione di “mezzi di comunicazione” è scorretta: non più di mezzi si tratta, ma di “formidabili condizionatori di pensiero”, in grado di modificare il nostro modo di pensare da “analitico, strutturale, sequenziale e referenziale” in “generico, vago, globale, olistico”; e dal momento che non riusciamo a essere consapevoli nemmeno di questo, diventa anche più difficile rendersi conto di quanto si sia annullato il nostro spazio di interpretazione della realtà, e, di conseguenza, la nostra libertà. Per esemplificare il concetto, Galimberti riporta una storia tratta dal testo “L’uomo è antiquato” di G. Anders:

Un re non vedeva di buon occhio che suo figlio, abbandonando le strade controllate, si aggirasse per le campagne per formarsi un giudizio sul mondo; perciò gli regalò carrozza e cavalli:
“Ora non hai più bisogno di andare a piedi”, furono le sue parole.
“Ora non ti è più consentito di farlo”, era il loro significato.
“Ora non puoi più farlo”, fu il loro effetto.

Dunque, mancanza di socialità, mancanza di confronto, mancanza di linfa derivante dalla scoperta dell’altro e di un pensiero diverso dal proprio. Per Galimberti è abbastanza da giustificare la difficoltà di conoscere sé stessi, nonostante la costante esposizione ed “etica della sincerità” da social network e da talent show, la stessa etica che obbliga ad esempio un omosessuale a dichiararsi tale ufficialmente dinanzi al mondo eseguendo un coming out che è in realtà una violenza su di sé, violenza che rende pubblica la propria intimità, quanto un essere umano ha di più prezioso.
Ed è abbastanza anche per rilevare quanto ci stiamo “infantilizzando”: Galimberti provoca il lettore, associando il cellulare all’orsacchiotto che un bambino porta sempre con sé per relazionarsi con il mondo. Ma forse non è una provocazione immotivata: possibile dargli torto quando scrive che non tolleriamo assenza e distanza, quando riconosce nel cellulare il mezzo tramite cui, anche a distanza, gli altri ci riconoscono il diritto di esistere? Possibile dargli torto quando ci tratteggia quell’atteggiamento tipicamente odierno con cui ci congediamo da un interlocutore al primo trillo di cellulare, maniera indiretta per dire che il cellulare è più importante di chi ci sta dinanzi?

Il nostro sentire è tanto variato che abbiamo fatto l’abitudine alle immagini tremende trasmesse dai telegiornali, e quando sentiamo parlare di migliaia di morti per fame e guerre, non ne siamo  davvero toccati: si tratta di eventi troppo lontani da noi e a cui mediaticamente siamo troppo esposti. Ma c’è un’altra verità, secondo Galimberti: il fatto che dentro di noi sappiamo molto bene che il nostro benessere, il nostro tenore di vita è possibile proprio perché c’è una povertà devastante a bilanciarlo in altre zone del pianeta. Eppure siamo ossessionati dal dogma della crescita. Dobbiamo ancora crescere, quando ci sono popoli che non hanno nemmeno l’essenziale. Dobbiamo ancora crescere, quando disponiamo, noi 18% della popolazione mondiale, dell’83% del reddito mondiale. Vogliamo ancora di più, e rifiutiamo di provare almeno a guardare criticamente la nostra storia e la storia che abbiamo sviluppato nel mondo. Rifiutiamo di chiederci se tanti orrori del presente abbiano radici nel nostro passato e non siamo disposti a cedere nulla del nostro benessere. Anche se cediamo libertà e serenità, e viviamo in uno stato di tensione permanente sapendo che il terrore può esplodere ovunque e in qualunque momento.

Il testo di Galimberti “I miti del nostro tempo” è un testo ricco di spunti, ragionamenti e riflessioni. Si tratta di circa 400 pagine, molto fitte, che io ho vergognosamente sintetizzato in questo articoletto, rendendo probabilmente piatti e pedanti ragionamenti articolati e sorretti da esempi quali quelli presentati dall’autore. Pertanto mi attribuisco tutta la responsabilità di una eventuale superficialità della recensione e rimando al testo originale che è meritevole di lettura.
È vero che in filosofia spesso le domande subissano le risposte, ma è anche vero che nel nostro Occidente non siamo più abituati a porci domande e nemmeno ad ascoltare interpretazioni della realtà che differiscano da quelle a cui siamo assuefatti. Ebbene, io credo che Galimberti e gli autori che sorreggono il suo saggio abbiano il pregio di colpirci con interpretazioni per noi inattese, e di lasciarci con molti dubbi e domande sul nostro tempo e su noi stessi.

 

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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