Cinema

“Himizu”, sopravvivere al nucleare dentro e fuori l’uomo

C’è un sogno ricorrente in “Himizu”, il sogno di macerie deserte e disperate attraversate da un ragazzo che si porta una pistola alla tempia. Un sogno che racchiude l’intero film di Sion Sono, scritto durante la tragedia vissuta dal Giappone nel 2011 – il terremoto e il maremoto a cui poi sono seguiti i problemi di contaminazione nucleare – e fortemente influenzato, nei temi e nelle immagini, da tali eventi.

Sumida è un quattordicenne che vive in una baracca isolata campando dell’esigua rendita dell’attività di noleggio di barche. La madre non lo cura; il padre torna solo per esigere denaro e rinfacciargli di essere vivo. Sumida però rimane calmo, inviolabile, punto di riferimento per alcuni poveri disperati che nel terremoto hanno perso tutto e vivono accampati accanto alla baracca; oggetto di irrefrenabile attrazione per Chazawa, compagna di classe che vive della saggezza precoce ed immacolata del ragazzo.
La calma di Sumida è però solo apparente, e l’abbandono della madre, e i guai causati dal padre, lo faranno sprofondare in una crisi nerissima.

Sono torna a lavorare con i suoi temi prediletti – l’adolescenza come ricerca della propria identità, il mondo come violenza e follia in cui va ricercato un proprio senso che permetta di sopravvivere. Le macerie nuclearizzate del film sono le macerie di una società priva di sanità, grandemente messa in scena da Sono nel contrasto tra una baracca povera ma quasi idilliaca per il senso di comunità che lega Sumida e i suoi ospiti, e il resto del mondo, folle, privo di regole, scioccante, in cui c’è più colore ma è solo un’illusione che nasconde cadaveri, pazzia, alienazione. Il volto contratto e irrigidito di Shozo (il sempre ottimo Watanabe Tetsu) al primo incontro con il ladro è una perfetta esemplificazione della discontinuità tra due mondi apparentemente inconciliabili. Ma la follia dell’uno trascina con una forza a cui nulla può opporre resistenza la sanità dell’altro, e il desiderio di Sumida di diventare “un adulto rispettabile” parrebbe un’utopia senza speranza, se non vi fossero la determinazione di Chazawa, e pochi versi di François Villon (altro poeta dalla vita dannata), a frenare la vertigine distruttiva di Sumida. Vertigine in cui, come in uno specchio scheggiato, si riflettono una molteplicità di personaggi minori, in una continua osmosi tra il mondo interiore di Sumida e il mondo esterno sfrenato a cui la contaminazione nucleare sembra davvero aggiungere ben poco.

“Fragoroso, fracassone, sovraccarico…” è l’opinione che alcuni hanno di questo film (qui); in una parola, direi io, è Sono. I suoi film sono sempre così, prendere o lasciare; anzi, “Himizu”, con il suo protagonista alla ricerca di una vita ordinaria, rispettabile e lontana dai riflettori, come quella di una talpa (himizu, appunto), rappresenta un Sono meno disperato e violento del solito. Non cambia invece l’acume con cui l’autore coglie il terremoto della crescita e della maturazione, e la visionarietà che sa imprimere alle sue immagini. Né cambia la densità di una forma che condensa in sé tanti contenuti, non tutti poi svolti e in parte abbandonati a se stessi. Solo accennata, per dirne una, la specularità tra Sumida e Chazawa, entrambi figli non desiderati, entrambi spinti al suicidio dai loro genitori, entrambi metafora di una modernità in cui i genitori si rifiutano, o non sono capaci, di essere freudianamente uccisi dai figli per permetterne la crescita, entrambi metafora di un disfacimento tutto moderno a cui tocca trovare una individuale e personale soluzione.
Il senso di incompletezza, soprattutto nella storia di Chazawa, non renderebbe imperfetta questa pellicola, se a questo non si aggiungesse anche un uso stavolta troppo azzardato delle musiche, generalmente cavallo di battaglia dei film di Sono per l’ottima commistione tra immagini e brani di musica classica pur abusatissimi – in questo caso si sfiora e si oltrepassa il livello di guardia del pathos e della retorica, in più punti del film, e non solo per la colonna sonora. La commistione tra la contaminazione dell’animo di Sumida e quella di un Giappone nuovamente prostrato dalla natura e dall’uomo è incostante e disomogenea, a volte paiono corpi a sé stanti che il regista non è riuscito a fondere.
Sono pochi appunti ma hanno impedito a questa visione di devastarmi.

La pellicola, passata a Venezia 2011, ha visto premiati con il Premio Marcello Mastroianni i due giovani protagonisti, Shôta Sometani (Sumida) e Fumi Nikaidô (Chazawa), punte di diamante di un cast come sempre eccellente.

Visione difficile ma consigliata.

 

Per approfondire:

– Recensione su “Sentieri Selvaggi”

– Intervista a Sono sempre su “Sentieri Selvaggi”

– Recensione su “Ondacinema”

– Recensione su “Asian World”

 

La mia valutazione: 7/10

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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