Cinema

“Hereafter”, Clint Eastwood, 2010

L’aldilà secondo Clint Eastwood. Non un luogo sovrannaturale, non uno spazio ultraterreno, ma il confronto di un’anima con il proprio dolore. Questo è il tema dominante di “Hereafter”. Il dolore.

George Lonegan ha la facoltà di creare un contatto tra il mondo dei morti e il mondo di chi è ancora qui. Solo, triste e silenzioso, la sua grande passione è Charles Dickens, di cui ogni sera ascolta “David Copperfield” letto da Derek Jacobi (storia di un orfano solo, triste e silenzioso in cerca della sua strada nel mondo). Non meno soli sono Marie, giornalista francese passata dal successo all’oblio dopo aver sfiorato la morte durante uno tsunami, e Marcus, un ragazzino inglese che ha perso quanto di più caro aveva al mondo.

Film che all’epoca suscitò diffidenza nella critica e nel pubblico, anche nei fan del regista. Prevedibile, visto il tema trattato e l’approccio possibilista (medesima diffidenza ha messo in scena Eastwood nei numerosi tentativi di Marie di condividere la propria esperienza). Scontata la rappresentazione delle “visioni” di Lonegan, trasmesse con il semplice tocco, spesso involontario, dell’altro. Qualcosa di poco originale, forse di superfluo, all’interno del film, non tanto nell’atto in sé, ma nel modo in cui è rappresentato, in cui sembra di vedere l’intervento del produttore Steven Spielberg.

Se fosse da considerare come una riflessione sul post-morte, “Hereafter” sarebbe un film nato stanco, già visto, risaputo e banale. E con una tesi rappresentata senza supporto di alcun argomento. Fallimentare.

Ma se si prova a cambiare prospettiva e a riflettere su quale sia il baricentro della pellicola, essa assume un altro significato. Se si smette di pensare all’aldilà, e ci si sofferma sul qui, ora, e su quanto sia difficile convivere con la presenza della morte in senso lato, “Hereafter” diventa un film sul dolore presente nella vita dell’uomo. Nessun sensitivo potrà mai mettere in pace un individuo con la propria angoscia – la bugia detta a Marcus ne è prova evidente.

Ambientato in tre location diverse – USA, Francia, Inghilterra – è apprezzabile lo sforzo di mimetismo nel ricostruire, in particolare, la vicenda inglese, che inizia richiamando – consapevolmente o meno – il cinema di Mike Leigh (la sequenza davanti al fotografo riporta alla memoria una delle prime sequenze di “Secrets and Lies”), prosegue battendo il cinema impegnato britannico (accento da working class, droga, infanzia tradita, servizi sociali) e sfocia poi nel dramma. Un dramma molto meno accattivante di quello narrato da Dickens; non ci sono i bottoni che saltano dal vestito di Peggotty a rendere un addio melanconico e dolce. Ci sono solo sangue e vuoto.

Ognuno dei personaggi è messo di fronte ai propri fantasmi, alle proprie paure. I sogni, che Lonegan ammira nel quadro “Dickens’ Dream” di Robert William Buss e che lui stesso riesce ad evocare nel finale, sembrano lontani e impossibili per la presenza di quella morte che attraversa l’intero film – perché la si è vissuta, perché la si vede, perché la si è subìta, non cambia il fatto che c’è, e non è vita, secondo Lonegan, se si guarda continuamente la morte. La morte di sé in primis, il considerare come una maledizione ciò che tutti considerano come un dono, di cui Lonegan si sbarazzerebbe volentieri. È su questo percorso di difficile superamento del dolore, accettazione della morte e del proprio essere, che si muove “Hereafter”; sui legami che nascono tra chi non riesce più a osservare la realtà con il medesimo sguardo degli altri, e l’aldilà a questo punto non è più riferito alla morte, ma alla vita e a ciò che davvero si sta cogliendo di essa.

Girato con lo stile classico che contraddistingue Eastwood – classico come le parole di Dickens, un classico che rende universale una storia già ascoltata, una vicenda già raccontata – omogeneo nell’intersecare le differenti vicende dei protagonisti, anche se a volte pare di percepire delle cesure nello stile, come fosse un patchwork di generi diversi non sempre assemblato con la dovuta accortezza, la pellicola procede, in maniera scorrevole tranne qualche sbandamento, verso un finale elegante ma convenzionale, in linea con parte dell’assunto precedente ma al contempo perdendone la carica profondamente esistenziale.

Le interpretazioni di Matt Damon (attore fortemente voluto da Eastwood dopo l’esperienza di “Invictus”) e di Cécile de France, pur se non particolarmente significative, sono sobrie e funzionali alla narrazione. Marthe Keller, interprete per Sidney Pollack in “Bobby Deerfield”, appare brevemente illuminando di presenza scenica la pellicola, e la voce suggestiva e affabulatoria del grande attore inglese Derek Jacobi attraversa il film narrando di infanzie abbandonate, solitudini e malinconia.

Pellicola, a mio avviso, imperfetta ma sottovalutata (o mal valutata), emozionante nello sguardo con cui penetra e partecipa al dolore dei personaggi.

 

La mia valutazione:

[rating=6]

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

2 commenti

  • Ximi

    Ciao Asaka,
    bellissima recensione soprattutto la tua disamina sul dolore e la morte, di come possa cambiare la prospettiva di tutto in un solo minimo istante…
    un carissimo saluto…

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