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“Hakuchi”, Dostoevskij secondo Kurosawa

Solo Akira Kurosawa poteva mettere in scena una versione fedele, filosofica e complementare de “L’idiota” di Dostoevskij, romanzo da me molto amato e di cui avevo già parlato qui. Traslata la storia dalla Russia ottocentesca al Giappone novecentesco, “Hakuchi” (1951) scansa le insidie della riduzione su pellicola avvalendosi dello straordinario sguardo registico di Kurosawa, della fluidità della sua macchina da presa, della messa in scena silenziosa ed espressionista, e di un gruppo di attori eccellenti, tra cui spiccano per intensità e dolore Masayuki Mori (Kameda, corrispettivo nipponico del principe Myskin) e Setsuko Hara (Taeko, in origine Nastas’ja Filippovna).

Kameda, un uomo malato di epilessia di ritorno dall’isola di Okinawa dove era stato ricoverato durante la guerra contro gli Americani, incontra nell’affollatissimo treno il giovane e irruente Denkichi (il grande Toshiro Mifune), uno scapestrato follemente innamorato di Taeko, donna affascinante e intelligente ma di dubbia reputazione. Non passa molto che Kameda si ritrovi diviso tra la passione per la delicata e capricciosa Ayako (Yoshiko Kuga), e l’attrazione per il dolore espresso da Taeko.

La materia del romanzo è ampia e complessa. Kurosawa e Eijirô Hisaita, alla sceneggiatura, la sfoltiscono tramite ellissi e cartelli narrativi, e le lasciano i momenti essenziali: il candore di quest’uomo buono più che ogni altro, il rispetto rubato a Taeko da bambina che la rende adulta folle per il dolore, la lacerazione di Denkichi tra l’affetto per il suo rivale amico e la passione inesausta per Taeko, il concetto di “idiozia” come separatore tra i personaggi normali e Kameda. Tolte le ambiguità sul carattere di Ayako e sulla storia di Taeko, la vicenda diventa sempre più sfrondata e sostanziale.

La regia è visivamente espressionista nell’utilizzo del montaggio di alcune sequenze, nell’improvviso muoversi e allontanarsi della macchina da presa, nel cogliere l’agghiacciante corteo di maschere di una sorta di carnevale sul ghiaccio, nelle luci tremolanti che contrastano sul volto e sulle spalle agitate dei protagonisti. Kameda, personaggio insicuro di sé ma non della propria capacità di “sentire”, cammina per le strade innevate e per i salotti buoni con il passo lento, incerto, impaurito, dell’uomo che ha vissuto poco perché è nato tardi, e le mani che porta costantemente raccolte sul petto, sotto il collo, sono ad un tempo tentativo di proteggersi quando è spaventato e segno di una concentrazione emotiva così forte da mozzargli quasi il respiro. E se non vi fossero quelle mani ad esprimerlo vi sarebbero gli occhi, quegli occhi così tristi, così eternamente sbarrati per lo stupore di quanto dolore l’uomo può contenere dentro di sé, così simili agli occhi dei diseredati di Chaplin.

Il dolore infuria anche negli occhi di Setsuko Hara, che in questa interpretazione abbandona la solarità e la dolcezza proprie di molti suoi personaggi intercettando le corde oscure di una donna a cui la violenza ha sottratto la dignità e la capacità di perdonarsi. Taeko si muove come un’ombra di morte, in lutto eterno per una sé stessa persa da bambina, coperta da un mantello nero, latrice di gesti drammatrici ed incomprensibili, e di uno sguardo sempre più alterato e deformato dal dolore, sino a rendersi irriconoscibile.

Questa versione del romanzo coglie perfettamente lo struggimento delle anime dei protagonisti, e ne amplifica il dolore, anche tramite i riti, i gesti, l’eleganza espressiva della cultura nipponica. E una neve gelida che ovatta il grido straziante delle anime dei personaggi.

Non considerato tra i capolavori di Kurosawa, per me è imprescindibile.

Da vedere assolutamente.

 

La mia valutazione: 10/10

 

 

 

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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