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“Guendalina”, di Alberto Lattuada (1957)

L’estate volge al termine, e non potrebbe esservi film migliore, per celebrare il profumo delle vacanze ormai consumatesi, di “Guendalina”, pellicola forse tra le più riuscite di Alberto Lattuada. Il film si apre con un’ultima giornata di vacanza di un gruppo di adolescenti in Versilia. Tra balli, spiaggia e biciclette, le ore scorrono velocemente ed in fretta arrivano la sera e il treno che condurrà a casa i ragazzi sfaldando la compagnia.
La bella e viziata Guendalina invece rimane a Viareggio, complice l’ennesimo litigio dei genitori che fa saltare il viaggio in Europa programmato per la fine dell’estate. Quella di Guendalina è una vacanza a tempo indeterminato… uno, due, forse tre mesi nella casa in Versilia con la madre, mentre il padre, facoltoso ingegnere, viaggia e si diverte tra lavoro e donne. E mentre il sole lascia il posto alle nubi e al vento, mentre il mare s’ingrossa e l’acqua diviene più gelida, sola e senza i suoi amici dell’estate, Guendalina si lega ad Oberdan, un mesto coetaneo del posto che vive di lavoretti e aspira a divenire architetto.
Valerio Zurlini, autore e regista del cinema italiano che fu, firma un soggetto su cui poi mettono mano quattro sceneggiatori, tra cui lo stesso regista Lattuada. Ne vien fuori un film che ha la freschezza e la malinconia dolente dell’adolescenza. Il decadere dell’estate, gioiosa stagione di schiamazzi e risate spensierate, lascia al posto all’introspezione difficoltosa e sofferta, eppure dolce, dell’autunno, latore di nuove inquietudini. La delicata storia d’amore tra Guendalina e Oberdan si dipana tra i vezzi capricciosi dell’una e i bronci intristiti dell’altro. A furia di respingersi nelle loro diversità, Guendalina e Oberdan arrivano infine a toccare quell’affinità che profondamente condividono e che li aveva tacitamente attratti. Entrambi orfani, lui di un padre amato e deceduto, lei di un padre amato e assente, esprimono il loro patimento in modi diametralmente opposti ma ugualmente evidenti, fin quando non colmano l’uno nell’affetto dell’altra quel bisogno di comprensione ed amore che con loro convive. La realtà adulta li dividerà cinicamente in un finale amaramente indovinato.

Di certo quando si parla del cinema italiano negli anni Cinquanta e Sessanta, non si parla di “Guendalina”. Troppi capolavori hanno segnato la storia filmica di quegli anni, troppi registi ormai irraggiungibili e attori di enorme spessore recitativo. Può parere il solito lamento nostalgico di chi non apprezza abbastanza l’oggi, ma basta metter mano ad una qualsiasi storia del cinema per scoprire titoli e registi con cui i film di oggi non possono purtroppo condividere molto, neppure quando blasonati. Fellini, Visconti, Risi, Rossellini, Monicelli, De Sica, Germi, De Santis, e potremmo continuare a lungo. Lattuada è valutato un regista “minore”, rispetto a tali autori, pur avendo, tra le altre cose, co-diretto “Luci del varietà” assieme al giovane Fellini. Ma se il suo davvero è un cinema minore, rimane comunque un cinema vero, autentico, fatto di suggestioni, sguardi, letture interpretative della realtà. Nel mettere in scena la storia di un amore adolescenziale, peraltro con una vividezza oggi difficile da raggiungere, Lattuada coglie, come nello spirito del cinema del tempo, la provincia italiana, coglie una società in rapido mutamento, in cui i semi del  consumismo e del benessere materiale si sono già imposti a discapito della solidità affettiva, del senso di responsabilità, del mutuo aiutarsi. Adoro il cinema di quegli anni perché è un cinema di dettagli dietro cui si rivela un mondo antropologico. Un soprabito che passa di mano per tutto il film, come la valigia di Claudia Cardinale in “La ragazza con la valigia” (guarda caso, di Zurlini); un gruppo di bimbi biondissimi con la sola madre, stranieri, sulla spiaggia ormai disertata dai turisti italiani, che acclamano Guendalina mentre impavida affronta un mare ormai agitato e autunnale; una bimba sorda e sempre sorridente che ha solo la madre come fosse scontato non esista un padre (ancora una volta); una confidenza lasciata attraverso le mura di un gabbiotto sulla spiaggia; una danza sensuale e intima che avvicina improvvisamente chi la osserva e chi la pratica più di quanto potrebbero fare le parole; una battuta duramente fulminante, “Io sono il 31”; delle gocce di pioggia che scivolano inesorabili come le lacrime.

Jacqueline Sassard, splendida quasi-esordiente che recita in francese ed è doppiata in italiano, è la bella e insopportabilmente capricciosa Guendalina. Raf Mattioli, anche lui esordiente, presta il volto ad Oberdan, iniziando una carriera che purtroppo sarà stroncata da un’ischemia fatale dopo pochi anni. Completano il cast due star del tempo, Raf Vallone e Sylva Koscina, nei panni dei genitori di Guendalina. A tali personaggi dedico le mie ultime riflessioni sul film. Essi, lungi dall’essere vaghe comparse, ingombrano la scena e la vita della figlia. E Guendalina, lungi dall’essere una ragazza ricca che dalla vita ha avuto troppo, inclusi regali di ogni genere e una vacanza prolungata quando tutti i coetanei sono a scuola, è una bambolina alla mercè delle decisioni litigiose dei genitori, che colmano con gli oggetti l’incapacità di essere responsabili per lei, di prendere decisioni in funzione di lei e non di loro stessi, inclusa il mandarla o meno a scuola. Visto da quest’ottica, il film si mostra come una commedia che in realtà cela uno spaccato amarissimo di un cambiamento generazionale, costituito di adulti che non sanno più essere genitori, osservazione di un regista che ha saputo cogliere una dinamica oggi ancora più attuale che sessant’anni fa. Il sapore autunnale, conferito anche dalle musiche tenui ed introspettive, è insomma non solo il sapore di un’estate terminata, di un’adolescenza ormai superata, ma anche di un’Italia che sta lentamente dissolvendosi in altri usi, altri modi di vivere.

Film “minore” fino ad un certo punto, quindi. Dolce, scorrevole e nient’affatto anonimo, “Guendalina” è un film che non rimarrà ascritto tra i capolavori di quegli anni, ma che merita la visione e la riflessione, e che in definitiva io trovo adorabile.

 

La mia valutazione: 7/10

 

 

  • GENERE: Sentimentale
  • ANNO: 1957
  • REGIA: Alberto Lattuada
  • SOGGETTO: Valerio Zurlini.
  • SCENEGGIATURA: Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Alberto Lattuada, Jean Blodel
  • CON Jacqueline Sassard, Raf Vallone, Sylva Koscina, Raf Mattioli, Leda Gloria, Lilli Cerasoli, Enzo Cerusico, Giancarlo Cobelli, Antonio Mambretti, Carla Gravina, Antonio Cianci, Titti Fabiani, Fiorella Lavelli, Fanny Landini, Patrizia Lari, Decimo Cristiani, Fiammetta Lovatelli, Leonardo Botta, Loretta Capitoli, Pietro Malo’, Nadia Scarpitta, Flavia Solivani, Patrizia Tosi, Geronimo Meynier, Emanuele Pantanella
  • FOTOGRAFIA: Otello Martelli, Idelmo Simonelli
  • MUSICHE: Piero Morgan (Piero Piccioni)
  • PAESE: Italia
  • DURATA: 103 Min

 

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Published in Cinema

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