Riflessioni personali

The Great Pumpkin

Non sono un’amante dei giorni di festa, mi fanno sentire troppo a disagio, soprattutto da qualche mese a questa parte. Abolirei la domenica, se potessi. Non amo la festa di Halloween, che non capisco, e capisco ancor meno quella di Ognissanti.

Mi piace però riflettere su come si abbina il suono di un nome ad una persona, pensare ai vari soprannomi che ci si porta dietro nella propria storia, e quindi alla storia stessa… al massimo stilo anche un elenco apposito di soprannomi ( 😛 ), ma finisce qui.

Tuttavia, ad Halloween è collegato un ricordo preciso: ogni anno, in tale data, penso al povero Linus perso nel campo di zucche in attesa di un evento miracoloso a cui solo lui crede.

La mia predilezione per i Peanuts è nota (vedere qui). Nota è anche la mia capacità di riconoscermi un po’ in tutte le “noccioline” di Schultz (generalmente vince l’imbranataggine di Charlie Brown, ma di recente pare che, pur non indossando sandali, abbia particolari legami con la pitcher Peppermint Patty).

Linus forse è tra i personaggi che meno mi sono simpatici.

Tranne quando arriva Halloween, e tutto il resto del gruppo lo prende in giro perché, anziché vagare per case in cerca di dolcetti assieme agli amici, rimane irremovibile nel campo di zucche “più sincero” ad aspettare l’arrivo di un fantomatico Great Pumpkin. Che non arriva mai.

I motivi per cui The Great Pumpkin sia stato reso in italiano come Il Grande Cocomero mi sono ignoti. Ma la sostanza della vicenda rimane inalterata: Linus ha una fiducia incrollabile in questo mitico e fantastico personaggio; una fiducia che non viene minata né dalle perpetue delusioni, né dagli scherni dei compagni che non perdono occasione per deriderlo. Perfetto esempio della stolidità con cui spesso deridiamo chi la pensa diversamente da noi pur avendo noi stessi credenze altrettanto assurde.

Un po’ lo invidio, Linus. Sono molti anni che a me manca qualcosa in cui credere fermamente. Non mi piace credere immotivatamente in qualcosa, ma è un fatto che la natura umana abbia bisogno di credere in qualcosa©.

Diversi anni fa avevo qualcosa in cui credere. Crescendo, ho perso tutto, e anche se apparentemente quel periodo di perdita pare passato, è rimasta un’andatura incerta. E impaurita, in un certo modo. Mi manca tanto quel che ho perso, anche se era giusto che lo perdessi.

Interrogo la mia analista di fiducia alla modica cifra di 5 cents.

Mi dice che non è coerente che io avverta la mancanza di qualcosa in cui non credo. Mi dice che la mia incoerenza fa di me una vera italiana. E che, in sostanza, sto crollando.

Le rispondo di badare alle sue scarpe, e dispensare un consiglio migliore.

Mi ricorda allora tutte le volte che lamento di non capire perché l’essere umano creda a qualunque cosa, tranne che a sé stesso. Mi fa notare che la naturale conseguenza di tale affermazione sarebbe che io prendessi, tanto per cominciare, a credere in me. Sono pertanto costretta a ricordare alla mia analista che ciò è impossibile, soprattutto se lei continua imperterrita a mostrarmi dettagliate diapositive di limiti e difetti del pezzo di legno aspirante burattino.

La mia analista di fiducia mi pianta allora in asso sostituendo il banchetto delle consulenze psicoterapeutiche con quello della limonata: un bicchiere, 5 cents. Tutto sommato, è abbordabile.

Mentre sorseggio, penso che è vero che, almeno in questo momento, non posso credere in ciò che vorrei, ed è vero che è difficile vivere senza certezze, ma è anche vero che mi basta aprire i Saggi di Michel de Montaigne, e leggere frasi come questa…

Se paragono tutta la mia vita rimanente a questi quattro anni che egli mi ha regalato, essa non è altro che fumo, null’altro che una notte oscura e noiosa. Gli stessi piaceri che mi si offrono, invece di consolarmi, raddoppiano il rimpianto della sua perdita.

… che Montaigne dedicò al suo caro amico scomparso, per comprendere pienamente in cosa credo, in chi credo, e in che misura immensa. E quanto sono fortunata a poterlo fare.

Nonostante i tempi di crisi, perciò, con soli 10 cents ho potuto usufruire di un consulto psicologico e di un bicchiere di limonata, ed in più ho anche capito una cosa importante. Che avesse ragione Monti ad esaltare le virtù del sacrificio e del rigore che ci vengono imposti?

 

P.S. La mia è ovviamente una domanda retorica. Il giorno in cui formulerò seriamente una domanda simile portatemi sulle rive del Gange per purificarmi o per annegarmi.

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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