Cinema

“Grand Budapest Hotel”, Wes Anderson (2014)

L’ho sempre detto che io e Wes Anderson siamo legati da un doppio filo indissolubile. Dopo aver cantato la malinconia di un’infanzia geniale sfociata in un’età adulta di fallimento, dopo aver fatto uscire di casa Gwynieth Paltrow sulle note di “Christmas Time Is Here”, e dopo aver intriso di saudade il glam-rock di Bowie (qui), Anderson omaggia con “Grand Budapest Hotel” il grande Ernst Lubitsch e le sue magnifiche commedie, da me adorate e viste non so quante decine di volte negli anni compresi tra il 1998 e il 2013. E omaggia ovviamente l’intero cinema e mondo che ruotava attorno alla commedia brillante, di cui Lubitsch era un maestro, a partire dal “Grand Hotel” del 1932 di Edmund Goulding a cui il titolo del film di Anderson ammicca e che annoverava tra gli interpreti la divina Greta Garbo, la stessa attrice che Wes Anderson richiama, all’inizio del proprio film, nelle fattezze di una giovane dallo sguardo severo, i capelli a caschetto, il basco e un severo cappotto. Tutta Greta Garbo accigliata ispettrice sovietica all’inizio di “Ninotchka”, prima di scoprire, nella frivola Parigi, quanto possano essere affascinanti i cappellini che sfidano la forza di gravità.

Il film è dedicato allo scrittore ebreo viennese Stefan Zweig, dalla storia travagliata e dai valori profondamente contrastanti con l’epoca in cui visse (Zweig, che era diventato molto famoso negli anni Venti e Trenta, fu costretto a lasciare l’Europa e i suoi libri furono messi al bando dai nazisti). La guerra, gli ideali e la loro continua elusione, dalle pagine di Zweig, si trasferiscono al film, e un sapore amarognolo ne pervade i 100 minuti di visione.

Detto, questo, il film è carino, maniacale nei soliti dettagli amati dal regista, ma nulla di più, perché il gioco, alla lunga, pellicola dopo pellicola, stanca. Wes Anderson si diverte a disorientare lo spettatore con un gioco di scatole cinesi che lo catapultano nel film prima ancora che possa aver capito quale sia la vera trama principale, lasciandolo poi con una sensazione di malinconico smarrimento che mi ha riportato alla mente quella provata al termine di “Belleville Rendez-vous”.

Meglio pertanto omettere la trama, e concentrarsi sui personaggi, le atmosfere, le trovate, a volte troppo sopra le righe persino per lui, come la corsa nel bob che sembra un game ispirato alle Winter Olympics.

Come in ogni film di Wes Anderson, sin dal primo minuto parte la caccia all’attore per individuare chi si cela dietro ogni comparsa. L’elenco è particolarmente nutrito in questo caso: Bill Murray, Saoirse Ronan, Ralph Fiennes, Jude Law, Owen Wilson, Tilda Swinton, Willem Dafoe, F. Murray Abraham, Adrien Brody, Edward Norton, Harvey Keitel, Jeff Goldblum… perfino due new entry francesi, ossia Mathieu Amalric (attore che stimo moltissimo, nel caso non si fosse capito qui) e Léa Seydoux, la ragazza dai capelli turchini de “La vie d’Adèle”. Lo sfoggio di star in piena autoironia e autoreferenzialità finisce per spostare su di essi l’attenzione, rendendo vuota ed eccessiva la storia, il sistema dei personaggi, le atmosfere di un film indeciso su quali elementi mettere davvero a fuoco, finendo per non riuscire a creare un’amalgama compatta.

Malinconia e risata si alternano senza soluzione di continuità e a volte non si fa in tempo a riprendersi dall’una che subito arriva l’altra. In mezzo, un mondo che non esiste più, fatto di cortesia nei modi ma anche nei sentimenti. Esiste ancora invece la brutalità della violenza insensata, l’appeal del più forte che ciclicamente torna, con simboli diversi ma sempre uguale. Ed esistono l’ingegno umano, l’amicizia, che rende caldo il cuore del film, e la fiducia nella solidarietà con l’altro. Concetto che Anderson ha traslato direttamente dai film di Lubitsch, a partire da quel “To be or not to be” in cui una compagnia teatrale polacca gabbava gli occupanti nazisti nel tentativo di evitare un rastrellamento da delazione.

Ovviamente Wes Anderson non è Lubitsch, e tutta la sua minuzia nel costruire dettagli da collezionista in ogni fotogramma scenico non varrà mai il brio e l’umanità del regista di “Cluny Brown” (spiacente, Wes; lo sai che mi fiondo al cinema appena arriva una tua nuova pellicola, ma il vecchio Ernst è inarrivabile).

Peccato anche per i finali. Wes, devi ancora imparare a scriverne di decenti, con i tempi giusti e le corrette profondità da equilibrare.

Ma in fondo, solo lui poteva far iniziare il film in un ristorante ai cui tavoli siedono tutti da soli, e farlo chiudere con la stessa solitudine. In mezzo, l’avventura. Un’acuta metafora della vita… e a parte, la sensazione di aspettarsi, da Anderson, dopotutto, sempre molto di più.

 

La mia valutazione:

[rating=6]

[ma preciso che fosse stato per me avrei valutato come 5, e mi sono decisa ad alzare a 6 in quanto varie opinioni da me ascoltate hanno proposto il 7]

 

The Grand Budapest Hotel.

USA 2014, 100′.

Un film di Wes Anderson. Con Ralph Fiennes, F. Murray Abraham, Mathieu Amalric, Adrien Brody, Willem Dafoe, Jeff Goldblum, Harvey Keitel, Jude Law, Bill Murray, Edward Norton, Saoirse Ronan, Jason Schwartzman, Léa Seydoux, Tilda Swinton, Tom Wilkinson, Owen Wilson, Tony Revolori.

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

2 Comments

  • Altair

    … perché ho una leggera sensazione di déjà-vu… ? 😛
    Quindi gli avresti dato 5? Eppure questa recensione non mi pareva proprio una stroncatura… 😛
    Che ci si aspettasse di più è vero, ma non mi sembra nemmeno da buttare. Molti dettagli e parti della trama, a distanza di mesi, li ho completamente dimenticati (quindi effettivamente rimane poco dei contenuti… o forse la mia dieta è troppo carente di Omega-3… :P), ma almeno è un film ben condito ed offre un buon intrattenimento (gli altri pregi li hai già elencati tu). Insomma, almeno un 6 e ½ glielo do. 😉

    • Asaka

      La recensione non sembra una stroncatura perché l’ho scritta a caldo, dopo aver visto il film (e ammetto di essermi divertita durante la visione), e poi l’ho ripresa diverso tempo dopo, più volte, constatando, come hai scritto tu, che il film in sé lascia poco o nulla.
      E anche che Anderson si accontenta dei suoi soliti giochi, che alla lunga stancano, e in questa maniera i suoi film avranno sempre il respiro corto, e la sua produzione non si evolverà mai.

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