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Gina Lagorio, “Capita”

Si tratta dell’ultima testimonianza di Gina Lagorio, scomparsa nel 2005 per una malattia e già fortemente debilitata per un ictus, che la costringe a rinunciare alla sua indipendenza, a parte del suo orgoglio, e a vivere come una conquista ciò che ha perso e che pian piano sta riacquisendo.

Il lettore è preso da invidia quando la scrittrice rievoca la sua intensa vita da “quattro volte ventenne”, prima che l’ictus la colpisse e ponesse fine a tutto ciò che aveva fatto sino a quel momento: conferenze, viaggi, incontri culturali. Divorare la vita sino al midollo. All’improvviso, per la scrittrice, inizia la malattia, la paralisi, l’immobilità, la vergogna, l’impotenza, la dipendenza. Da un ospedale all’altro, da un infermiere all’altro, da una fisioterapista all’altra, senza poter più custodire il proprio senso del pudore, e con la consapevolezza che ora non si tratta più di avere quattro volte vent’anni, ma di essere ottuagenaria.

Ironia e spietata lucidità; la Lagorio non ha timore di raccontare le conseguenze più dolorose e umilianti della malattia, né la difficoltà di accettare la scoperta che le si impone, improvvisamente, un giorno, quando realizza che la sua vita non tornerà più come prima, che tutti i progetti meditati per il futuro rimarranno desideri inappagati. Ed è forse questa la verità più dura da accettare; una verità con cui non si può proprio scendere a patti, e che inevitabilmente si impone più spesso e più dolorosamente nel mentre di tutte le sue riflessioni.

Riflessioni sulla sua vita, e sulla morte, la cui presenza si concretizzerà ogni giorno di più; ma anche riflessioni sull’Italia, sulla cultura italiana – Sbarbaro, Bassani, Bocca, Bellocchio, Giordana – e su quella straniera – la Woolf, la Barrett Browning, “Apocalipse Now” – e le storie di chi le vive attorno – la figlia, l’adorata nipotina Delfina, le infermiere che la accudiscono.

Ma la ricchezza e la benedizione di cui l’autrice riconosce sia stata colma la sua vita lascia sempre l’amaro sapore di una ricchezza che non si può accettare di perdere; accettare il sopraggiungere della propria morte non sembra davvero possible.

 

La mia valutazione: 8/10

 

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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