Cinema,  Da provare almeno una volta nella vita

“Germania anno zero”, Roberto Rossellini (1947)

È incredibile come alcuni film, pur avendoli visti più volte, ad ogni visione facciano sempre male. E, per ciò che mi riguarda, “Germania anno zero” è fra questi. Il cinema di Roberto Rossellini ha sempre avuto uno scopo etico ed educativo chiaramente esplicitato dal regista, uno scopo che con il tempo è rimasto saldo seppur trasformato nei modi. “Germania anno zero” non sfugge a questa tensione civile, come del resto evidenzia palesemente il cartello introduttivo al film.

 

Quando le ideologie si discostano dalle leggi eterne della morale e della pietà cristiana, che sono alla base della vita degli uomini, finiscono per diventare criminale follia. Persino la prudenza dell’infanzia ne viene contaminata e trascinata da un orrendo delitto ad un altro non meno grave, nel quale, con la ingenuità propria dell’innocenza, crede di trovare una liberazione dalla colpa.

 

La storia è già raccontata in questa introduzione. La storia di un bambino che suo malgrado è trascinato nel dolore di qualcosa di orrendo, di una infanzia disperata. Edmund, un ragazzino di 12 anni, vive nella Berlino dell’immediato dopoguerra. Una città distrutta e desolata, in cui ogni strada sembra uguale alle altre, un interminabile cumulo di macerie, materiali e umane. La miseria dilaga nella popolazione, il mercato nero è una soluzione per chi sa avvantaggiarsene, per gli altri ci sono il furto, la prostituzione, la meschinità, la mancanza di pietà e solidarietà. La guerra è finita lasciando il deserto negli animi umani, isole di arido cinismo e spietata lotta per la sopravvivenza.

Edmund vive con la famiglia in un alloggio condiviso con altri coinquilini; il padre malato è ormai costretto al letto, il fratello, ex soldato, si nasconde per timore di essere arrestato dal nuovo governo, e la sorella provvede alla famiglia e la sera cerca di rimediare qualche sigaretta con cui arrotondare il poco che le tessere governative offrono per la sopravvivenza. Edmund passa le giornate a tentare di arrabattare espedienti con cui evitare l’inedia ai propri famigliari, e tocca con mano la spietatezza del mondo umano. Ma è solo un bambino, e ne sarà travolto in maniera fatale.

Una cosa che mi ha sempre colpito di questo film, sin dalle prime volte che l’ho visto, è la scelta del regista di gridare a viva voce la necessità di salvare l’infanzia dei bambini tedeschi, di donare loro nuovamente la gioia di vivere. Il film è stato girato nel 1947, ed immagino che in quel momento il popolo tedesco non fosse il più compatito, tra quelli coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale, né che l’attenzione fosse tanto rivolta al mondo dell’infanzia, quanto in generale alla ricostruzione e alla miseria del dopoguerra, oltre che al recupero di un “equilibrio” politico. Ebbene, in un clima simile, Rossellini ha pensato ai bambini tedeschi; non a quelli italiani, di cui è stato diretto testimone durante la guerra, ma a quelli tedeschi, ai bambini dello schieramento verso cui si appuntavano le responsabilità e i rancori della guerra. Il figlio Renzo spiega come la perdita di Romano, figlio maggiore del regista, abbia segnato Rossellini e lo abbia reso ulteriormente aperto nei confronti del problema tedesco, determinando la sua intenzione di girare un film in cui la dimensione collettiva si incarna nella vicenda esemplare del piccolo Edmund, lasciato solo a combattere contro la vita e contro una ricostruzione, materiale e morale, che tarda ad arrivare.

L’anno zero indica una rinascita difficile da iniziare, senza la speranza, senza la collaborazione e la solidarietà. Non ci sono spiragli, nella storia di Edmund. Solo la crudezza di una realtà in cui un bambino non ha diritto ad essere un bambino, ad essere protetto da adulti che rifuggono al loro ruolo e alle loro responsabilità, e nemmeno ad essere un adulto precoce in grado di lavorare e sostenersi; la crudezza di una realtà in cui chi è debole è destinato a soccombere, legge che evidentemente non era condivisa solo dal nazionalsocialismo, incarnato nell’ex maestro del protagonista.

La regia di Rossellini segue il bambino nelle sue struggenti camminate tra le macerie, nelle insidie e negli abusi che egli costantemente vive, e con le inquadrature e le luci scelte riflette le angosce dei personaggi, l’aridità, l’orrore.

Una pellicola che bisogna vedere.

 

Ho scelto di recensire “Germania anno zero” come primo post del 2015 perché mi sia in qualche modo di monito nell’impegno personale, civile e morale.

 

 

La mia valutazione:

[rating=9]

 

 

Tit. or. “Germania anno zero”

Regia: Roberto Rossellini.

Sceneggiatura: Roberto Rossellini, Max Colpet, Carlo Lizzani, Sergio Amidei

Con Franz Kruger, Edmund Moeschke, Barbara Hintze

Prod. Italia, 1947.

Durata: 75 min. b/n

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

3 Comments

  • Antonietta

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    Ti auguro un anno pieno di soddisfazioni…tutte quelle che meriti!!!
    ♥♥♥SMAC♥♥♥BRILLACCIAIO♥♥♥

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