Cinema

“Funny Face”, Stanley Donen (1957)

Non sono un’amante dei musical ma mi ritrovo spesso a canticchiare un paio dei brani di questo film che ieri, in cerca di visioni leggere e poco impegnative, ho rivisto per l’ennesima volta con grande piacere. Ispirato ad un paio di musical portati in scena a Broadway qualche decennio prima, da cui derivano anche le musiche di Gershwin utilizzate nel film, “Funny Face”, nella resa italiana “Cenerentola a Parigi”, è la storia di un’anonima e triste bibliotecaria americana la cui vita viene travolta dalla redazione di una rivista di moda femminile che, notatone il fascino e la delicatezza dei lineamenti, la porta in trasferta a Parigi per la presentazione di una nuova prestigiosa collezione di moda.

La trama, come si può intuire, è puramente pretestuosa, in quanto il cuore del film sono i numeri danzanti di cui è protagonista Fred Astaire, che aveva già interpretato lo stesso ruolo a teatro, e la trasformazione della oscura bibliotecaria in raffinata e delicata farfalla, ruolo scritto e cucito perfettamente sul viso e sulle movenze aggraziate di Audrey Hepburn che pare nata per interpretare personaggi come Jo l’intellettuale o Sabrina nell’omonima commedia di Wilder. Degna spalla della coppia principale è la poliedrica Kay Thompson che in questo film interpreta la severa direttrice della rivista di moda “Quality”, ballando e cantando a sua volta in maniera più che dignitosa.

Nel film si ride, si danza e si scherza, la rabbia non è mai veramente tale e i soprusi nemmeno. È una fiaba poco realistica che potremmo definire “funny”, come il musetto che la Hepburn esibisce prendendo spesso in giro sé stessa e la sua fama, e confermandosi, in tal modo, uan vera diva con classe e intelligenza da vendere.

La Parigi del film è una Parigi turistica e da cartolina, in cui appaiono i monumenti più celebri della capitale francese, ed in cui il popolo parigino, nelle sue varianti popolari od intellettuali, è rappresentato nella maniera più stereotipata possibile. Memorabili le sequenze nei raduni “enfaticalisti” in cui si prendono chiaramente in giro le filosofie esistenzialiste francesi e i loro cultori. In una di queste sequenze la Hepburn è protagonista di un ballo che le fornisce occasione di mostrare le proprie capacità nella danza e la propria formazione di ballerina promettente. Tuttavia è un film che rappresenta anche l’amore del cinema e della moda per Parigi, capitale della bellezza e della raffinatezza, celebrate dalla famosa sequenza “Bonjour Paris” in cui i tre protagonisti, appena atterrati dopo il volo, fuggono ognuno per conto proprio a visitare la città, incontrandosi poi per caso presso la Tour Eiffel.

Nel film ovviamente mancano satira e critica sociale. La contrapposizione tra il mondo serio ed impegnato della bibliotecaria Jo e quello frivolo e superficiale della moda. Lo staff di “Quality” e lo stesso fotografo interpretato da Astaire brillano più per spregiudicatezza che per empatia, e se non fosse una commedia poco realistica si direbbe quasi che il film sia una rappresentazione di una cultura in cui si dà per scontato che successo, bellezza ed eleganza vincano sulla cultura e sulle idee, che abbiano diritto a prevaricarle e che in fondo chi ama le idee stesse lo fa come ripiego non disponendo di ciò che è realmente essenziale: successo, bellezza ed eleganza. Ma appunto, essendo una fiaba più vicina a Cenerentola che una storia realistica a lieto fine, come il film evita di fare satira e di introdurre messaggi seri durante la visione, così tenterò io di evitare di trovare sottotesti ad ogni costo. Non si può quindi negare l’onestà di un film che si propone come unico scopo la “felicità” dello spettatore, senza introdurre satira e pseudoriflessioni come accade, con esiti a mio avviso penosi, in “Il diavolo veste Prada”, che ha una certa affinità con “Funny Face” e sembra in qualche modo da esso derivativo.

“Funny Face” è un musical, scritto e creato per intrattenere, divertire e far sognare; un’esplosione di colori e inquadrature che non lo renderà il miglior musical della storia (lo stesso Astaire ha recitato in film molto più arditi e coreografici di questo), ma che sa creare il giusto mix di elementi, fascino e simpatia per intrattenere piacevolmente uno spettatore anche nel 2018, oltre sessant’anni dalla sua realizzazione.

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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