Cinema

In fuga dal “Lunedì Mattina”

Lo spirito immaginifico e ironico di Otar Ioseliani si dispiega in questo film in cui l’arte manuale e il piacere della compagnia salvano l’uomo dalla distruzione della vita moderna. Vincent, operaio francese la cui vita è scandita in maniera soffocante dal lavoro in fabbrica e dagli impegni domestici, un giorno fugge a Venezia per avere finalmente del tempo solo per sé. Appena giunto in Laguna gli sfilano subito il portafogli dalla tasca, ma la semplicità e il cameratismo di nuove conoscenze gli permetteranno di vivere la vera Venezia… salvo poi scoprire che anche il nuovo amico e mentore, spirito libero e aperto, il lunedì mattina successivo deve trovarsi davanti ai cancelli di Porto Marghera.

Ioseliani è un fine umorista e un acuto osservatore. La sigaretta onnipresente nell’intero film diventa simbolo della frustrazione dell’uomo moderno e al contempo della repressione a cui egli è soggetto. E per capirlo basta la sequenza iniziale nel cantiere in cui lavora Vincent: il controllo stretto sul fumo, i delatori che indicano chi abbia gettato il mozzicone, la sigaretta che prende fuoco nella tasca del camice dell’ingegnere, i dialoghi inascoltabili tra ingegneri e operai, emblema di un muro comunicativo imposto dalle alienanti e non umane regole aziendali.

L’ingresso nel treno che porta al lavoro e la vista dei cancelli dello stabilimento spingono gli operai consumare con avidità tante disperate ultime sigarette di sapore sveviano. Fuori dal lavoro Vincent vorrebbe godersi un po’ di tempo da dedicare alle sue amate tele, ma la casa lo reclama, e la sera, stanco e privo di vita interiore, crolla inerte sul letto. Incapace di tollerare oltre questa non-vita, dunque, Vincent fugge.

Fugge verso una Venezia in cui poter vivere di arte e dipingere a suo piacimento, in cui respirare aria di libertà, di spazi aperti, acqua e minuti che scorrono lentamente, tempo sospeso e abilità di vivere di poco; in cui incontrare personaggi come il borsaiolo a cui stringere, al secondo incontro, una rassegnata stretta di mano o come il marchese Enzo Di Martino, sedicente aristocratico che, grazie ad un abile uso del telecomando, si spaccia per virtuoso del pianoforte acclamato dal popolo veneziano sotto la sua finestra (è lo stesso Ioseliani ad interpretare lo spassosissimo ruolo di questo millantatore da quattro soldi).

A casa di Vincent frattanto la moglie, evidentemente abituata alle improvvise fughe del marito, strappa le cartoline da lui inviatele, mentre i figli si adoperano per costruire congegni con cui volare e costumi con cui mettere in scena san Giorgio e il drago. La dimensione artistica, recuperata in un’ottica del tutto manuale e artigianale, pare rimettere all’ingegno umano l’unica speranza di salvare l’uomo dalle ciminiere e dall’alienazione, assieme a quel senso di cameratismo che si crea nel condividere l’atto della creazione o al piacere di bere assieme del vino o al privilegio di ammirare, dai tetti antichi e pericolanti, lo spirito della vera Venezia, “… lo stesso spirito che ha fatto dipingere a Tiziano l’Assunzione”; quello spirito che la fotografia impregnata di naturalismo del grande William Lubtchansky, scomparso tre anni orsono, coglie con avvolgente calore.

La storia raccontata da Ioseliani vive di ironia e bonarietà, e ricolloca l’uomo nella sua piccola e trascurabile dimensione, paradossalmente insignificante rispetto a ciò che egli ha creato: la magnifica suggestione veneziana e i tristi fumi delle ciminiere cui spetta l’amaro onore dell’ultimo fotogramma.

 

PS: non era mia intenzione, ma è evidente che sono tornata! 😉

 

La mia valutazione:

[rating=8]

 

Per approfondire:

– Recensioni su “Spietati”

– Recensione su “FilmUP”

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *