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Emily Dickinson, “Lettere 1-371”

Riprendo a scrivere dopo una lunga pausa – causa testa assente – espressamente per lei. Emily Dickinson.

Da tempo mi ripromettevo di leggere il suo epistolario, e settimane fa ho intrapreso la lettura della prima parte della traduzione curata da Giuseppe Ierolli (che ringrazio ancora una volta per il lavoro appassionato svolto e offerto gratuitamente qui). Le lettere comprese in questo volume sono state scritte nell’arco temporale che va dal 1842 al 1872. Probabilmente alcune valutazioni si modificheranno quando leggerò anche la seconda parte, ma per ora vorrei fissare le impressioni ricevute da questa lettura in particolare. Eventuali correzioni posso sempre apportarle in un post successivo.

Avevo iniziato a leggere le lettere della Dickinson con sguardo critico, che poi è decaduto completamente dopo poco tempo.

Non c’è dunque alcuna pretesa valutativa in queste mie parole, che non costituiscono una recensione. È tutto molto personale, come personale è la sua corrispondenza privata, che a volte credo sia anche estremamente indiscreto leggere, e me ne vergogno io stessa per prima, seppur continuando a consultarla e a dolermi per tutte le lettere di lei distrutte, tutti gli eventi della sua vita interiore che mai ricostruiremo.

Leggere questo epistolario mi ha spiazzato. Ed è strano perché diverse lettere erano già state incluse in una selezione curata da Barbara Lanati per i tipi di Einaudi, che ho letto più volte. Eppure è così, sono rimasta spiazzata da un personaggio che mi sembra sempre più enigmatico e sfuggente, che esprime nelle lettere una solitudine troppo intensa per diventare l’energia impertinente e indipendente delle poesie. Eppure è lei, sempre lei.

Mi ha quasi turbato il cambiamento della sua voce scritta che avviene sostanzialmente nel 1850, quando ha vent’anni, dopo la fine degli studi. Da ragazzina, enumerava le materie studiate a scuola, tra cui “Distrazione, Pigrizia e Chiacchiere”. Raccontava le sue giornate a scuola in lunghe e dettagliate lettere. Ma esse, da briose, vivaci, pettegole, fantasiose, alla fine degli studi diventano meditative, a tratti assumono quell’andamento ellittico e chiuso tipico della sua poesia. Come se un cerchio si stringesse attorno al destinatario della sua lettera: se comprende quelle parole è bene, altrimenti peggio per lui. Durezza? No; delusione, decisamente. Non so da chi o da cosa. Ma c’è tanta delusione nella sua crescente chiusura, che fa a pugni con l’apertura attestata dalla fittissima, selettiva e curatissima corrispondenza.

Una delusione vissuta è sicuramente quella di Abiah Root, forse la sua più intima amica da adolescente, conosciuta a scuola durante gli anni della Amherst Academy e poi divenuta la sua più fervida corrispondente di quegli anni. Le due ragazze, dopo aver studiato assieme per qualche tempo, vivono lontane, ma non è la distanza geografica a raffreddare il sentimento della poetessa per l’amica. Sembra l’amica ad allontanarsi, a scriverle di meno, e a parlarle come una comune conoscente nelle rare occasionali visite ad Amherst. E il declino di questo legame è precocemente avvertito dalla poetessa, che diversi anni dopo, all’età di 24 anni, quando Abiah, appena sposata con un uomo di chiesa, le chiederà di farle visita, rifiuterà con parole che esprimono ormai l’intera distanza tra le loro vite. E a quel che si sa, tale lettera dovrebbe essere stata l’ultima della loro amicizia.

C’è poi il rapporto con Austin, l’adorato fratello maggiore. Austin è quello che, quando lei era in collegio malata, senza preavviso si precipitava a prenderla a portarla a casa. Era il fratello con cui, nel silenzio mattutino di una casa che dorme, la poetessa chiacchierava con libertà ed intimità. Poi Austin si trasferisce per iniziare a lavorare, e lei gli scrive assiduamente. Non c’è lettera in cui non sia ribadito quanto lui manchi a tutta la famiglia, o in cui non chieda al fratello quando intenda tornare a casa, dipingendogli la felicità famigliare con i toni più intimi e calorosi, o in cui non sia preoccupata per la sua salute o per una lettera non arrivata secondo la normale routine epistolare. In questi anni Austin avvia il fidanzamento con Susan Gilbert, a cui anche Emily è molto legata. Dal periodo precedente il matrimonio, si ha l’impressione che numerose lettere o biglietti siano stati distrutti o esclusi dall’epistolario. Mancano del tutto lettere relative a quegli anni, e la corrispondenza con il fratello cessa. Austin e Susan vissero ad Amherst, ma la poetessa raramente usciva di casa, e le comunicazioni avvenivano tramite lettere e biglietti che quindi, in gran parte, sono andati distrutti.

A Sue, Emily rimase sempre profondamente legata, anche se si percepisce un cambiamento nei toni e nelle aspettative. Lo slancio di affetto rimane, ma in qualche modo è diverso, ed è alla Sue giovane, ancora non sposata, che Emily poteva scrivere:

Non so perché, al pensiero di coloro che amo, la ragione mi abbandona, e talvolta ho paura che dovrò andare in un ospedale per dementi senza speranza

Non saprei spiegarne il motivo, ma sento che queste parole continuasse a pensarle anche la Dickinson matura; semplicemente, forse non le avrebbe più scritte a Sue (la lettura del secondo volume mi darà ragione o torto). Ma Sue rimane comunque un punto di riferimento importante, affettivo e intellettuale. A lei dona diverse delle sue poesie, e il suo giudizio al riguardo le è prezioso (parla poco della sua poesia, la Dickinson; poco, e solo con alcuni interlocutori).

Tuttavia, nonostante l’incompletezza dell’epistolario, si avverte l’allontanamento da Austin, e in qualche modo da Sue. Non saprei spiegare in quale maniera. Forse è una sensazione in qualche modo anche influenzata dalle varie biografie che riportano una certa amarezza nel rapporto con i due fidanzati. Fatto sta che è come se per tutta la vita la Dickinson si muovesse nella perenne certezza di perdere, un giorno, i suoi affetti.

Come scrive a Jane Humphrey,

 

io sono povera. Ho solo l’assenza degli amici e il desiderio di loro

 

Ma questa dolorosa certezza raramente si avverte quando si scrive alle amatissime cugine di Boston Fanny e Loo, Frances e Louise Norcross. Verso le due sorelle la Dickinson mostra un affetto e un senso di protezione molto forti. Le chiama “cuginette”, “bambine”, ma in maniera genuinamente affettuosa, e priva di condiscendenza; ha una fitta corrispondenza epistolare con loro. È un ramo della famiglia a cui è estremamente legata, e nei cui confronti non mostra quella diffidenza di fondo, quella paura di essere ferita, quell’ironia come autodifesa, con cui tenta di proteggersi nel resto della corrispondenza.

A Boston, dalle cugine e dalla zia Lavinia (sorella della madre) Emily visse diversi soggiorni, tra cui quello che contribuì a farle superare il momento di dolore per la morte dell’amica Sophia Holland. Lo racconta ad Abiah nel 1846, e quasi ferisce come il tono delle lettere della Dickinson, generalmente in equilibrio tra il lirico, il criptico e l’esuberante, a volte si apra in maniera così disarmante da lasciar vedere quale fondo di dolore porti con sé già dagli anni della prima giovinezza. Sophia era morta nel 1844, due anni prima che la poetessa lo racconti all’amica. Dopo averla vista sul letto di morte, anziché piangere, era stata colta da una “costante malinconia”.

 

Non dissi a nessuno la causa del mio dolore, sebbene mi stesse corrodendo le fibre del cuore.

 

Otto anni dopo, nel 1854, la poetessa si aprirà nuovamente scrivendo a Sue, evidentemente dopo una sorta di litigio, di andarsene o restare.

 

Non devi aver paura che io mi senta sola se mi lasci, perché spesso mi separo da cose che immaginavo di aver amato, – a volte per la tomba, e a volte per un oblio molto più amaro della morte – perciò il mio cuore sanguina così spesso che non farò caso all’emorragia, e aggiungerò solo un’altra agonia alle tante che l’hanno preceduta […]

Sue – di questo sono vissuta.

 

E poi c’è Thomas Higginson. La Dickinson gli aveva chiesto di darle consigli sulle proprie poesie, e da questa prima missiva nasce tra loro un’amicizia strana, in cui entrambe le parti mantengono a proprio modo la formalità di un discreto distacco, pur essendo, innegabilmente, coinvolti. La Dickinson avvisa Higginson della morte del proprio cane, Carlo, a cui era molto legata. Gli manda un laconico biglietto solo per informarlo di questo. Spesso, prima di rispondere alle missive della poetessa, Higginson lascia trascorrere lunghi mesi, trovandosi in imbarazzo, a suo dire, nel dover elaborare risposte al fascino particolare delle lettere di Emily. E lei, in queste lunghe attese, teme di aver provocato contrarietà nel suo amico di penna, e gli scrive brevi biglietti in cui con mitezza chiede un chiarimento e forse una rassicurazione. Basta leggere un solo biglietto di questi per intuire l’incertezza assoluta in cui la poetessa vivesse, l’importanza che il legame con Higginson avesse per lei. Lasciando da parte ogni connotazione erotica e sentimentale, perché non è di questo che sto parlando, colpisce il rispetto, l’affetto che la poetessa aveva per Higginson, nonostante lui non manchi mai di una certa saccenza nel porsi nei confronti di lei. E lui stesso, nonostante la – a volte spietata – “obiettività” con cui giudica le poesie di lei, e lei stessa, ne è attratto. Attratto da quell’intelletto, da quelle parole. È una corrispondenza a cui tiene, ed è perfettamente consapevole dell’importanza che assume per la poetessa, e, in un certo senso, del potere che ha. A lui la Dickinson scrisse di averle salvato la vita.

L’epistolario inoltre conferma tutti i dubbi sulla “reclusione” della poetessa. Per quanto possa essere stata una forma di ritiro non del tutto anomala in quella cultura, tuttavia la sua è stata più netta e straordinaria. Quando rifiuta l’invito di Abiah Root, dalle sue parole deduciamo che la poetessa conduce già una vita estremamente ritirata. Aveva solo 24 anni, e sembra un’altra persona da quella che, nelle lettere di pochi anni prima, raccontava ad Austin dei divertimenti di Amherst e della intensa vita sociale condotta da lei e dalla sorella. I suoi viaggi successivi saranno dettati soprattutto da motivi di salute; il fulcro della sua vita sono le sue poesie, la sua famiglia e la sorella, Vinnie (Lavinia). Ho sempre pensato che la DIckinson vivesse da sola in una sua stanza; invece nelle lettere, spesso scritte la sera prima di andare a letto, accenna di frequente, arrivata ai saluti finali, alla sorella già addormentata. Condividevano, dunque, la stessa camera da letto. Perlomeno in quegli anni. Vivendo assieme a lei, le lettere a Vinnie sono rade, circoscritte ai periodi in cui una delle due era in viaggio lontana dall’altra. Ma Vinnie è una presenza costante nell’intero epistolario. Verso di lei la poetessa esprime lo stesso affetto privo di riserve che ha verso le cugine di Boston.

Parla poco della madre, invece. Ne parla più che altro quando non sta bene. Più evidente la presenza del padre, spesso nominato in relazione ad Austin. La poetessa era evidentemente affezionata ai genitori, che curava con grande premura. E più volte ribadisce nelle sue lettere che un altro tipo di vita per lei non sarebbe possibile. Ma paradossalmente, qui è come se si chiudesse una saracinesca. Il perché di questo sentire è ignoto al lettore. Viene in mente una lettera di quelle scritte negli anni del collegio, quando, dopo aver ripetuto per mesi e mesi quanto fosse forte la nostalgia di casa, quanto volesse tornare tra le mura domestiche, un giorno racconta di essere stata fortemente ammalata ma di averlo taciuto ai genitori per non essere ritirata dal collegio. Una compagna lo rivelò alla famiglia Dickinson che in fretta la riportò a casa. E a volte mi chiedo cosa abbia davvero significato quella casa per lei.

Difficile riassumere le sensazioni provocate dalla lettura di questo epistolario. Mi è parso molto lacunoso per alcuni versi; nel senso che cercavo conferme che non ho trovato. Per altri, mi ha posto domande sul personaggio della poetessa, il cui modo di essere appare sempre più sfaccettato e ricco, sempre più umano.

Inizio appena possibile la lettura della seconda parte con grande interesse. Ma già so che i dubbi aumenteranno anziché diminuire.

 

“Mi può spiegare cosa vuol dire Casa?”

 

 

 

 

Foto del post: “Emily Dickinson daguerreotype” by Unknown – Yale University Manuscripts & Archives Digital Images Database.

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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