Cinema,  Da provare almeno una volta nella vita

E.T. phone home

E.T. the Extra-Terrestrial è uno di quei film che si danno ormai per scontati, per come sono entrati in maniera prepotente e quasi archetipica nell’immaginario collettivo. Ed è anche la causa del mio innamoramento infantile per il cinema di Steven Spielberg, innamoramento a cui è seguito il ripudio della crescita, giacché da adulta non gli sono mai riuscita a perdonare il pianificare a tavolino l’estorsione della lacrima e dell’emozione allo spettatore.

E.T. però è diverso, ed appartiene ad un fase del cinema spielberghiano ancora genuina; nonostante la balestra sia sempre puntata sull’animo di chi guarda, alla base del film c’è ancora un’emozione autentica e viva, calda e pulsante come il cuore incandescente tramite cui E.T. comunica con i compagni nella loro segreta escursione terrestre. L’attrazione verso le luci della città e la curiosità verso ciò che è inesplorato conducono E.T. a ritrovarsi solo e bisognoso dell’aiuto di Elliott, un pensieroso bambinetto che compensa con la fantasia la sua disperata solitudine. E.T. sceglie Elliott, che come lui ha lo sguardo rivolto all’insù, verso quel cielo stellato che è l’immagine iniziale del film, e comunica con lui nella stessa maniera che con i compagni. Con l’empatia.
Elliott si tocca la fronte ed E.T. fa altrettanto.
E.T. si spaventa ed Elliott sussulta rovesciando il cartone del latte.
Elliott ha il presagio che qualcuno possa minacciare E.T. ed E.T. gli accarezza con calore la spalla rassicurandolo su una minaccia che sa essere imminente.

Quella che da bambina mi pareva una meravigliosa favola fantastica sulla diversità e sulla capacità di guardare, nell’infanzia, ciò che agli adulti è disperatamente precluso, mi pare ora il racconto della straziante vicinanza di due anime destinate a separarsi, l’una consumata dalla nostalgia per i propri compagni, l’altra ormai consapevole di dover vivere con il vuoto dopo aver conosciuto la pienezza. E al di là degli aspetti fracassoni della pellicola, o del tono da commedia famigliare americana, le sequenze più belle, quelle in cui Spielberg ha riversato il meglio della propria poetica e della propria sensibilità registica, sono dedicate all’amicizia tra E.T. ed Elliott, all’intimità priva di parole del bambino e dell’alieno egualmente attratti dalle cortine di una porta oltre cui una mamma legge alla figlioletta lo stralcio di “Peter Pan” in cui la morente fata Campanellino può essere salvata solo dal convinto battere di mani del lettore; sequenza che disvela al contempo l’anima sognatrice e fantastica del regista che non voleva crescere e la comune malinconia di chi sa di essere diverso e di non poter pertanto vivere una scena simile se non dallo spiraglio di una porta… e questa volta è Elliott a posare il braccio sulla spalla di uno stregato e avvinto E.T.

In tutto questo esiste un film dai tempi e dal sapore del cinema d’intrattenimento hollywoodiano, quel cinema che sa divertire dando l’illusione di essere artigianale, di recuperare un immaginario popolare mentre ne sta creando uno nuovo, fatto di biciclette che si stagliano contro la luna piena, birre i cui effetti mettono a soqquadro una intera scuola elementare, e forme di intelligenza evolute celate in un nanerottolo raggrinzito che trotterella sulle sue gambe lunghe 10 cm e spalanca gli occhi azzurri a contemplare curioso quanto ancora non conosce, senza ritenersi superiore per tutto quello che invece conosce. Un cinema in cui tra fratelli si litiga ma poi si sodalizza quando il gioco si fa duro, e se non si vuole andare a scuola basta avvicinare il termometro alla lampada da notte, e tra i pupazzi nella stanza dei giochi meglio controllare bene se sotto qualche parrucca non si celi anche un alieno.
Ma anche un cinema che è innegabile inno alla diversità, alla capacità di guardare l’altro con occhi diversi, con rispetto, con compassione.

Eppure il cuore del film è lì, in quella tensione verso il cielo e l’infinito dentro e fuori di noi, nello sguardo ormai adulto di Elliott mentre osserva perdersi nello spazio l’amico che gli ha insegnato cosa voglia dire non essere solo. E quando l’obiettivo inquadra la navicella chiudersi attorno al cuore rosso di E.T., lo spettatore pensa e spera che forse un giorno anche Elliott, come Roy in Close Encounters of the Third Kind“, salirà su quella navicella e scoprirà cosa significhi essere a casa.

 

La mia valutazione:

[rating=10]

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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