Attualità

“È l’Europa che ce lo chiede!” FALSO!, Luciano Canfora

“Ce lo chiede l’Europa”.

Quante volte dal 2011 abbiamo sentito questo mantra? Ancora oggi è quotidiano ascoltare i soliti cantilenanti “Abbiamo fatto le riforme che l’Europa ci ha chiesto”, “I nostri conti sono in ordine”, come se avessimo rimesso la capacità di intendere e di volere ad un Ente supremo e metafisico (e soprattutto non eleggibile) la cui parola è infallibile e insindacabile. Queste cose non le scrive Canfora, ma Asaka.

Il filologo e storico Luciano Canfora invece parla di come l’Europa così come è stata definita

“ha reso possibile che le forze definite da Spinelli estabilishment amministrativo ed economico prendessero nelle loro mani direttamente il potere decisionale insediandosi senza bisogno di passaggi elettorali ma in nome di competenze “tecniche” al posto di comando.”

 

L’intento del suo libro, “È l’Europa che ce lo chiede!” FALSO è chiaro: comprendere cosa si cela dietro i dogmi e i mantra “europeisti” che vanno accolti con cieca fiducia e mai messi in discussione. Canfora cerca di elaborare un discorso critico e razionale che sia alla portata del lettore medio, a partire dall’euro, definita “velleitaria e artificiosa moneta unica”. L’attenzione dell’autore è concentrata soprattutto sull’abdicazione di ogni responsabilità da parte della politica nazionale, in nome di una coesione mirante a fare insieme, secondo un altro mantra imperante,

 

“le cose che contano” – cioè far deglutire ai gruppi sociali più deboli una cura da cavallo a botte di tassazione indiretta”.

 

Questa coesione di cui tanto si sentiva parlare all’epoca del governo Monti (il saggio è del 2012, quindi i fatti si riferiscono a tale periodo) è secondo l’autore la conseguenza finale di un processo che ha portato alla fine del bipolarismo, con eliminazione delle ali non moderate e convergenza al centro di quelle che un tempo erano destra e sinistra.

In poche pagine Canfora ci ricorda la nascita di queste due fazioni politiche e il loro svilupparsi, per poi tornare sulla situazione attuale, su un panorama politico che usa le parole come slogan assolutamente avulsi dal loro reale significato, riuscendo senza troppe difficoltà a evitare il ragionamento da parte dei cittadini. Emblematico è il caso della parola “ideologia”, usata come termine dispregiativo e degradante per tagliare le gambe ai critici dell’abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, richiesta (imposta?) dalla Banca Centrale Europea. Come se criticare tale abrogazione fosse un capriccio puramente ideologico; per usare le parole di Canfora,

 

“È come deplorare che ci sia ancora gente che pensa, e reagisce, e combatte in ragione di ciò che pensa.”

 

L’orientamento attuale di quella che un tempo era la sinistra, nota Canfora, è l’europeismo. Dal comodo ritornello “Ce lo chiede l’Europa” al prendere come riferimento l’Europa in ogni discussione, Canfora fa notare come ciò sottintenda anche “una istintuale ideologia soft-razziale. Tutto ciò che non è europeo è peggio”. Questi continui imprescindibili richiami celano “una forza direttrice a sé stante, superiore ai partiti” – parole di Gramsci, che Canfora ritiene applicabili al momento storico occidentale attuale. Laddove un tempo erano i giornali ad esercitare una forza ed un’influenza decisive, per i Paesi cosiddetti PIIGS

“si è visto il diktat della Banca Centrale Europea (forte dei vincoli sopranazionali costituiti dalla “gabbia d’acciaio” dei parametri di Maastricht) abbattere governi, farne nascere di nuovi, ordinare la nascita di coalizioni, vietare referendum in paesi apparentemente sovrani.”

 

È chiaro dunque che il potere finanziario ha surclassato il potere elettorale, e Canfora, da storico, rileva che si tratta di una fase che si sta chiudendo, la fase dei sistemi rappresentativi. Si pone naturale pertanto la domanda su cosa si possa fare per uscire dalla morsa dell’euro, impegno non facilmente attuabile in un sistema le cui regole sono state scritte “in modo che nessuno potrà più tentare di uscire dalla moneta unica”, secondo le parole di Jacques Attali. Soprattutto se prima non si assisterà ad un rinnovamento della sinistra, la stessa che ha traslato l’Italia in questa morsa economica, la stessa che ora a questa morsa è ciecamente fedele.

Il lavoro di Canfora guarda al passato recente italiano per cercare nessi, genesi e parallelismi della situazione attuale, e cercare di inquadrarla criticamente con gli strumenti che le discipline storiche offrono; la visione dell’Europa come gabbia finanziaria è supportata dall’analisi di un documento su cui molto si discusse all’epoca, ovvero la lettera che la Banca Centrale Europea inviò al governo italiano nell’agosto 2011, quando il terrorismo mediatico sullo spread aveva invaso giornali, televisione e web, e ci stava lentamente preparando al passaggio ad un governo non eletto quale quello di Monti che sarebbe venuto qualche mese dopo. La lettera, di cui all’epoca si parlava in maniera vaga e misteriosa, non fu resa nota subito, e rileggerla oggi, dopo i provvedimenti presi dagli ultimi governi, in particolare dopo la riforma delle pensioni, il Jobs Act e la riforma della scuola (provvedimenti di cui forse non si è ancora autenticamente compresa la reale portata), inquieta non poco per la maniera pedissequa con cui il governo adempie agli ordini di una Banca. Che sarà pure la Banca che emette l’euro, ma è sempre una banca; con buona pace dei programmi elettorali e del diritto all’autodeterminazione di un popolo, pienamente rimessi, ormai, ad un potere superiore che non lascia nemmeno le viste d’esser democratico, contando sul fatto che ammettere questa verità sia troppo scandaloso.

Naturalmente leggere un libro come questo, che si discosta dalla verità ufficiale offerta da stampa e reti televisive, è estremamente utile per guardare il re nudo, e non rifiutare di ammettere quelle verità che sotto sotto molte persone intuiscono ma che poi soffocano dentro di sé magari perché sarebbe troppo assurdo e gli “esperti” ne sanno certamente di più.

Tuttavia va detto che la parte in cui forse l’analisi di Canfora è più carente è quella finanziaria; l’excursus storico strettamente allacciato alla storia dei partiti italiani risulta estremamente utile, mentre le proposte di intervento risultano più generiche, soprattutto se messe in confronto con altre letture che lasciano intuire una maggiore cognizione della materia economica (mi riferisco a Paolo Barnard). Ciononostante il libro di Canfora, nella sua chiusura di amara constatazione, ha il grande pregio di aprire gli occhi su una Storia di diritti e conquiste sociali che stanno lentamente andando in fumo, e dare maggiore consapevolezza su quanto stiamo perdendo. Ed è una presa di posizione determinata da un tentativo di interpretare la realtà contemporanea (impresa mai facile, soprattutto in un periodo confuso e magmatico quale il nostro), che si apprezza soprattutto nell’ottica di evidenziare e ricordare al lettore che il panorama politico italiano non è sempre stato così vago e presuntuoso, ma che anzi quella democrazia (seppur imperfetta) che si sta lentamente smantellando ha un sostrato culturale, storico e sociale di grande spessore, che pure si vorrebbe cancellare con un colpo di spugna.

La lettura offre uno spaccato di un mosaico che va integrato con altri spunti, altri autori, altri approfondimenti, ma è sicuramente interessante e decisamente consigliata.

Il testo della lettera succitata, la cui lettura è altrettanto auspicabile, è rintracciabile qui.

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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