Cinema

“Dieci inverni”, V. Mieli (2009)

È in una Venezia sospesa e nebbiosa che Valerio Mieli ambienta la sua prima opera, “Dieci inverni”. In un cinema italiano che sembra aver smarrito la propria ispirazione e la propria storia, che sembra non aver più nulla da raccontare, spunta questo piccolo e delicato film che Mieli realizza dopo il diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia, appoggiandosi ad un romanzo omonimo da lui stesso scritto.
In dieci anni, dieci malinconici e sofferti inverni, si snoda la storia d’amore tra Silvestro e Camilla, incontratisi sul vaporetto mentre approdano a Venezia per iniziare l’avventura di universitari fuori sede. Entrambi con un ingombrante peso da trascinare dietro, un alberello di cachi lui, un paralume antiquato lei. La loro vicenda sembra iniziare a fatica, tra false partenze ed errori di gioventù, ma è solamente il tempo necessario affinché entrambi crescano, comprendano, ed incrocino consapevolmente le proprie strade, complice una casina fatiscente, umida e gelida, che vede nascere e sviluppare la loro non-storia sentimentale.
Isabella Ragonese e Michele Riondino si prestano con sincerità ed onestà ad interpretare Camilla e Silvestro, i due studenti dalle idee poco chiare, ancora adolescenti, che cercheranno ciascuno la propria strada tra tentativi ed esperienze. Assolutamente complementari, ma uniti da un comune disorientamento nei confronti della vita – il disorientamento di chi sta crescendo e cerca sé stesso e il proprio posto nel mondo – Silvestro arriva a Venezia senza sapere di preciso cosa studiare e dove alloggiare, forte del suo carattere estroverso, debole nel proprio amore incrollabile e romantico per Camilla. Camilla ha invece le idee chiare su ciò che vuole studiare – letteratura slava, il teatro di Cechov – ma confuse su di sé e sui propri sentimenti, e, seria e timida, perde il controllo della vita non appena si sporge sul mondo.
Un racconto in punta di cinepresa, quello di Mieli, che si muove tra Venezia, Mosca e Conegliano Valdobbiadene, spazi diversi uniti da un’atmosfera di mesta malinconia, di reticente attesa, di aspettative congelate. Venezia, città meravigliosa ed elegiaca, sospesa tra la nebbia e le acque lagunari, si mostra perfetta location per questi “cuori in inverno” in attesa che ghiaccio e nebbia si stemperino nella luce calda di un tramonto tiepido e primaverile. Marco Onorato, già direttore della fotografia per Garrone tra gli altri, scomparso nel 2012, coglie ed esalta le atmosfere decadenti e incerte del racconto e dei luoghi, spostandosi tra calli nascoste, piazze suggestive, acque brumose, mentre le musiche originali sottolineano la nostalgia di questi due quasi adulti che, tra la leggerezza della propria età e la perdita dell’ingenuità, avanzano alla fine nella vita.
E sebbene non manchi qualche sbavatura qua e là, nella regia come nella storia (la comparsa di Vinicio Capossela che sembra più un’ospitata promozionale che un inserto funzionale alla storia), “Dieci inverni”, oltre a imporsi come una delle opere prime più riuscite del recente cinema italiano, si propone anche come uno dei film più interessanti prodotti nel nostro Paese negli ultimi decenni. Un film di persone normali, basato su una storia in cui lo spettatore non fatica a riconoscersi. Un racconto affabulatorio, suggestivo e affascinante, come ne vorremmo vedere più di frequente nel nostro cinema.

La mia valutazione: 8

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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