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“Diario di un maestro”, Vittorio De Seta

Un po’ di tempo fa davo conto del primo episodio di “Diario di un maestro” (qui), lo sceneggiato di Vittorio De Seta tratto da “Un anno a Pietralata” di Albino Bernardini. Lo sceneggiato del grande documentarista (scomparso nel 2011) fu trasmesso su RaiUno in quattro episodi nel 1972, e dopo due anni uscì nelle sale; narra la storia di un giovane maestro giunto a Roma da Napoli per insegnare in una quinta di una difficile scuola elementare.

Ad interpretare il ruolo del maestro Bruno D’Angelo vi è l’attore napoletano Bruno Cirino (fratello del politico Paolo Cirino Pomicino), scomparso il 17 luglio 1981, attorniato da una frotta di ragazzini che portano nella pellicola il proprio nome e il proprio vissuto (dai quartieri La Torraccia, Pietralata, Tiburtino 3°), all’insegna di una verosimiglianza che rende questo film una testarda ricerca di domande che nessuno si vuol porre.

Sono passati quarant’anni dalla realizzazione del film, ma le questioni poste da De Seta sono ancora estremamente urgenti. Capacità del maestro De Seta di saper cogliere i punti nodali di un sistema educativo e ancor prima culturale retrogrado e avvinghiato al passato, al classismo e alle ideologie trascorse; ma anche, appunto, estrema difficoltà della scuola italiana di saper rinnovarsi, voltare pagina, scommettere, mettere in pratica le belle parole che già nel 1972 riempivano i mitologici “programmi” e che invece rimangono lì, sulla carta intestata dei documenti di segreteria, perché poi quello che si verifica, si attesta e si cerca sono le definizioni nozionistiche, i nomi di fiumi laghi e monti, gli eroi di un Risorgimento che non si può mettere in discussione, le poesie poco ispirate che è un sacrilegio definire “brutte”.

La macchina da presa di De Seta è tenace e ostinata quanto il suo protagonista: pedina il maestro, pedina i ragazzi, i loro sguardi, la loro irruenza e il loro entusiasmo; osserva le loro reazioni, i loro cambiamenti, la cantilena priva di interesse e consapevolezza con cui recitano l’insensata lezione del sussidiario e l’entusiasmo con cui accolgono il Direttore in classe per mostrargli le loro ricerche, le scoperte, i cartelloni, i disegni, il giornalino da loro redatto e la loro monografia sulla seconda guerra mondiale, scritta partendo prima dalle testimonianze di chi, nelle famiglie, quella guerra l’ha vissuta; e ampliata poi, compresa e arricchita con l’aiuto di testi storici scritti per ragazzi più grandi e meno censurati di quelli cattocomunisti in adozione che il maestro sbatte metaforicamente davanti agli occhi del Direttore. I ragazzi del primo episodio non sono gli stessi dell’ultimo. Forse continuano a torturare le lucertole e a frequentare compagnie di età maggiore davanti a cui non esiteranno ad agire in maniera acritica per ottenerne l’approvazione, ma non è possibile credere che quell’entusiasmo, quel duro lavoro quotidiano sui libri, sui colori, sulla macchina per la stampa, quella scelta di tornare a scuola per precisa volontà e non perché lo imponga l’assolvimento dell’obbligo scolastico, non lascino un segno; come non è possibile non pensare che questa sia la scuola che i documenti ministeriali indicano, anche se poi di fatto ne cercano e rafforzano un’altra più passiva, meno fantasiosa, meno critica, meno interessante, meno utile, meno tutto.

La grandezza di De Seta sta nel presentare questo maestro come uno che gli ideali non li decanta: li pratica e basta. Lontano anni luce dai prof. Keating e da tutte quelle figure d’insegnante che non possono esistere se non nella fantasia, il maestro D’Angelo è figura che pur dubitando, procede con solitaria ostinazione in un dialogo incessante, in una fatica creativa inarrestabile, sua e dei suoi alunni, praticando una didattica del fare (quello vero, non il falso movimento distruttivo tanto esaltato dalla nostra politica) che parte da Dewey, precursore dell’attivismo, per inoltrarsi in quella che è la parola chiave delle maggiori pedagogie novecentesche: la motivazione. Il maestro parte dalla motivazione reale, non quella ipocritamente intesa dai documenti ministeriali, e la ricerca nel problema dell’alloggio e della casa, nella tortura agli animali, nel lavoro minorile a cui i suoi alunni sono destinati dopo la licenza elementare e in diversi casi anche prima, nell’ambiguo confine tra giusto e sbagliato, tra lecito o meno (il segmento dell’intervista ad un ladro è di un acume straordinario).

La geografia si impara partendo dall’osservazione del vicino e presente, dalla raccolta di dati e dal loro confronto, dalla loro interpretazione; la storia si impara ascoltando i racconti di chi l’ha vissuta, leggendo le testimonianze, approfondendo sui testi, mettendo a confronto, sviluppando una mente critica; l’italiano si impara non scrivendo aridi temi privi di consistenza, ma redigendo giornalini, monografie, inventando titoli, utilizzando la macchina da scrivere e prestando attenzione ad ogni lettera, ad ogni virgola, per non commettere errori in quello che gli altri leggeranno. La pedana della cattedra è un arredo obsoleto, meglio attaccarla verticalmente alla parete ed utilizzarla per riporre i materiali, meglio essere rispettati perché educatori in grado di guidare e di far vivere sviluppando consapevolezza del momento dell’apprendimento, e non perché posti su un piano gerarchicamente superiore.

La burocrazia antiquata e ipocritamente conservatrice irrompe poi nella classe nelle fattezze del Direttore, ed il maestro, in quello che è l’assolo di Cirino, interprete straordinario, e di De Seta, sceneggiatore altrettanto penetrante, ribatte colpo su colpo, elaborati su elaborati, ricerche su ricerche, ad un Potere che porta con sé il tanfo della morte e della putrefazione, e pretende di diffonderlo tramite libri di storia dalle riscritture vergognosamente ideologizzate e testi che allontanino sempre di più dal vero e dallo sviluppo di un pensiero critico e personale. E quei ragazzini violenti ma anche ingenui, non accettano la sottomissione ad una tale mortifera aridità, come non l’accetta il maestro: la fuga, che pure lo tenta e lo attrae, non gli riesce proprio.

Film imperdibile girato con taglio documentaristico, potrebbe essere definito cinema verità, tanto vicino alla coeva nouvelle vague francese nello stile quanto lontano nell’evitare compiaciuta autoreferenzialità; Feltrinelli lo ripropone in DVD più libro (presto sarà mio, ovviamente).

Da recuperare assolutamente.

 

La mia valutazione:

[rating=10]

Per approfondire:

– Recensione di Secondavisione.

 

 

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Published in Attualità Cinema Da provare almeno una volta nella vita Serie TV

8 Comments

  1. Sono d’accordo con te, a proposito della scuola e dell’impostazione nozionistica dalla quale non riusciamo più ad uscire per i più disparati motivi.
    Poi, però, continui:
    “Lontano anni luce dai prof. Keating e da tutte quelle figure d’insegnante che non possono esistere se non nella fantasia”
    Ma, perché mi distruggi così un film che all’epoca ho amato tanto? 🙁
    In cosa differiscono i due insegnanti? Non cercano forse entrambi di far ragionare i ragazzi con la propria testa? In cosa ti sembra troppo irreale il prof. Keating?
    E’ da un po’ che non lo vedo, adesso mi hai fatto venire voglia di rivederlo!
    Ciao Asaka.

    • Asaka Asaka

      Alice, anche io ho amato molto quel film, e ancora oggi pensare ad alcune scene mi fa venire i brividi (soprattutto quelle con Robert Sean Leonard, il mio personaggio preferito). Solo che Keating è inverosimile, se pensato nella realtà. E a mente fredda, mi pare sia stato costruito a tavolino con una certa “furbizia”, come personaggio.
      Hai visto “Diario di un maestro”? Ti sembrano simili? D’Angelo è “reale“. Non farebbe mai strappare i libri e salire sui banchi; lui metterebbe i libri da parte e farebbe scrivere, leggere, contare e ragionare i ragazzi fino allo sfinimento, senza scene madri e teatrali.
      Non so se mi sono spiegata.
      Ciao Alice 🙂

  2. Sì. avevo capito che lo spessore era diverso. E’ che le figure che si staccano dal gruppo e vanno controcorrente riescono sempre a far breccia con me. Poi siamo d’accordo che i film americani un po’ furbetti lo sono sempre. Ma di fronte a tanta composta “saggezza” che vedo in giro, anche un pazzo di fantasia mi allarga il cuore! 🙂

    • Asaka Asaka

      Hai ragione, Alice… E poi te l’ho detto, “L’attimo fuggente” è stato per tanti anni anche per me un film del cuore. È una mia questione di gusto personale, che ultimamente cerco l’autenticità nel cinema.
      Ma non ti nascondo che anche a me sarebbe piaciuto un insegnante in grado di farmi tirare fuori il pazzo con la bava alla bocca ben riposto in fondo al tunnel della timidezza – ricordi la scena? 🙂

  3. Ho detto che me lo devo riguardare! 😉

    • Asaka Asaka

      Mi sa che me lo riguardo pure io! Poi facci una rece, eh? 🙂

  4. Posso farti una confessione Asaka? Mi sta passando la voglia di rivedere i vecchi film. Ho appena rivisto “Miracolo a Milano” che nei miei ricordi di bambina era come sospeso in un’atmosfera da sogno. Credo di essermi anche addormentata. E la sensazione non era la stessa, anche se è sopraggiunta la tenerezza (figlia della nostalgia?) Dovrò riguardarmelo con calma, glielo devo. A te succede?

    • Asaka Asaka

      Certo che mi capita. Però non con tutti, non sempre.
      Per esempio, mi è capitato diversi anni fa con quelli di Spielberg, o con alcune commedie in b/n che prima adoravo, e ora le trovo solo gradevoli, e a tratti anche noiosette. O con i film di Peter Weir, a parte “Picnic ad Hanging Rock”… O con i film d’autore, prima avevo tempi di concentrazione elevatissimi, ora dopo 5 minuti senza dialoghi e azione sono KO…
      Penso sia normale, sai? Noi siamo diverse, abbiamo ritmi e stanchezze diverse, abbiamo maturato disillusioni, e la bellezza di certe visioni dipende anche dal ricordo del periodo in cui le abbiamo viste.
      Non ti crucciare, c’è un tempo per tutto.

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