Cinema

“Damsels in distress” o: di come migliorare il benessere della vita con il sapone

I campus universitari americani, lo abbiamo imparato almeno dai tempi di “Animal House”, sono luoghi in cui, oltre a non vedere un libro nemmeno a cercarlo con il lumicino, è possibile trovare intrighi, confraternite semi-segrete, disinvolte relazioni di letto, livelli di quoziente intellettivo che farebbero vergognare l’uomo di Nearderthal, e a volte anche assassini a piede libero e dal volto mascherato. Ma il campus di Seven Oaks è persino peggio, perché lì sono Violet, Heather e Rose, tre fanciulle che svolgono un’intensa attività di volontariato sociale con il fine di prevenire la vasta mole di suicidi che si perpetrano dalla tremenda Sala Robertson, da cui si gettano tutti i depressi del campus, e di inculcare un minimo di civiltà in quegli esseri incolti ed inferiori che sono i ragazzi delle varie confraternite, note soprattutto per l’olezzo non proprio gradevole emanato dai suoi membri – motivo questo già sufficiente, secondo le tre sofisticate ragazze, a giustificare eventuali propensioni al lancio dal balcone. Le tre amiche, che paiono la versione accademica delle casalinghe disperate positivamente impegnate a sistemare il marcio altrui pur di non vedere il proprio, sono però animate da sincero spirito altruistico, e seppur a volte  venga il dubbio, se siano proprio naif, per utilizzare un garbato eufemismo, o se fingano, non è poi possibile non avvertire un retrogusto dolente ed amarognolo nella garbata e uncinata ironia che Whit Stillman profonde a piene mani nella sua opera.

Il buon Stillman mancava sul grande schermo da ben 13 anni, dal suo ultimo film “The Last Days of Disco”; sarebbe bello ora poter sciorinare una lunga serie di confronti e riflessioni sull’evoluzione della poetica stillmaniana, ma ammetto candidamente di non aver mai visto nulla di questo regista, prima di “Damsels in Distress”, e pertanto torno al film in oggetto, un oggetto davvero difficile da identificare, sotto la cui patina leggera e lievemente assurda si cela una scrittura raffinata, colta, e tutt’altro che superficiale. La storia di queste damigelle in prima linea per aiutare il prossimo a loro rischio e pericolo è un disinvolto slalom tra ingenuità e cattiverie spietate, argomentazioni filantropiche e reazioni egoistiche, raffinate delucidazioni etimologiche e ottusità inusitate, ma pronunciate con una tale nonchalance da far quasi venire il dubbio che possano essere vere (al punto in cui si parla di Zorro e Xorro ho iniziato a dubitare seriamente di quanto ricordavo sul celebre eroe mascherato). La bravura di Stillman sta appunto nel rendere la sua pellicola una mina vagante che sfugge ai consueti cliché del cinema giovanile americano, nonostante si nutra proprio di cliché (e lo dice anche la protagonista Violet, una che i cliché li ama perché nascondono sempre un fondo di verità…altro cliché!); e vi è poi la geniale trovata dell’impercettibile mutamento del punto di vista dello spettatore, che se all’inizio coincide con quello di Lily, lentamente ma inesorabilmente finisce poi per coincidere con quello di Violet. Così,  lo spettatore che inizialmente simpatizza con la spaesata e incredula Lily, ritrovatasi suo malgrado sotto l’ala protettrice dello strampalato e snob gruppo di Violet, con il procedere della vicenda non riesce ad evitare di distaccarsi dall’ordinario e comune modo di ragionare di Lily per aderire a quello controcorrente di Violet, personaggio sfaccettato e singolare che segue una sua logica non poi così infondata, in base alla quale saponi e tip-tap possono sensibilmente migliorare il livello di benessere della vita di un individuo, soprattutto se in fase depressiva.
Ed ecco che, sotto quella sua patina di leggerezza e di inconsistente insensatezza, quasi fuori dal tempo, anche per l’eleganza ottocentesca dei dialoghi (pur così inverosimili nel significato), “Damsels in Distress” mette in scena una sorta di resistenza alla decadenza della cività, tema che ritorna frequentemente sotto il pretesto delle assurde “Roman Holidays”, o della religione “catara” praticata da Xavier (parentesi apparentemente fine a se stessa), o dei corsi di letteratura omosessuale seguiti dai personaggi del film; e rinunciando alla definizione di personaggi positivi e negativi, e mescolando continuamente le carte in tavola, la snob, assurda e pretenziosa Violet finisce per rivelarsi il personaggio più autentico, sincero e altruista dell’intera pellicola, la più fragile e colpita ma anche la migliore, e il ballo finale le spetterà di diritto non come terapia contro la depressione, ma come vittoria di un personaggio che non è normale e non fa parte di quella “massa di persone normali” di cui il mondo, secondo Lily, avrebbe bisogno.

Ottima Greta Gerwig (interprete di Violet), già paladina di un certo cinema defilato e indipendente, e ottimo Whit Stillman, altrettanto defilato in questa pellicola poco accondiscendente e molto personale, falsamente pacata e a suo modo così veritiera da essere quasi trasgressiva.

Do you know what’s the major problem in contemporary social life? The tendency to always seek someone cooler than yourself.

 

La mia valutazione: 8/10

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *