Cinema

“Crossing Hennessy”, di Ivy Ho

Hennessy Road è una delle strade principali dell’isola di Hong Kong, ed è la location di questo film del 2009 diretto da Ivy Ho: “Crossing Hennessy”.
Ivy Ho nasce come sceneggiatrice, e si vede. Ha scritto, tra gli altri, per Johnnie To, per Peter Chan, per Ann Hui, e per alcune commedie di Jackie Chan. Negli ultimi anni ha scritto per se stessa, invece, lavorando anche come regista su due pellicole: “Claustrophobia” e “Crossing Hennessy”.
Delle due, ho visto solo la seconda, e comunque non conosco bene nemmeno la Ivy Ho sceneggiatrice. Tuttavia “Crossing Hennessy”, per quanto film discreto che non si discosta dalla media filmica, ha nella sua scrittura – nella definizione dei personaggi, soprattutto – delle intuizioni che hanno reso interessante la visione.

Loy (interpretato dall’attore e cantante Jacky Cheung) è un quarantunenne scapolo che vive assieme alla madre vedova e alla sorella di lei. Lavora nel negozio di elettrodomestici della madre, imprenditrice nata, ed è perseguitato da un’insaziabile voglia di dormire. La zia infatti, deputata alla sveglia mattutina del nipote, ne sperimenta ogni giorno una nuova per trascinare Loy fuori dal letto.
Dall’altro capo di Hennessy Road vi è il negozio di sanitari in cui lavora, alle dipendenze degli zii, la giovane Oi-Lin (interpretata da Tang Wei). Oi-Lin è orfana dei genitori, e sin da piccola è vissuta con lo zio, sua unica famiglia, e con la moglie di lui.
La madre di Loy e lo zio di Oi-Lin organizzano un appuntamento tra le due famiglie nel tentativo di combinare un matrimonio d’interesse tra i due. Ma Loy ha ancora in mente una vecchia fiamma ormai lontana, e Oi-Lin è legata a Xu, legame disapprovato dallo zio per via della fatica di Xu a contenere la propria aggressività.

Se raccontato così il film sembra ascrivibile al genere della commedia sentimentale (e in effetti lo è), è pur vero ha la particolarità di rispettare e al tempo stesso deludere i canoni classici del genere.
Li rispetta nell’evoluzione della trama, ma non nella definizione dei personaggi e delle atmosfere, e nemmeno nel taglio ellittico conferito ad alcune svolte di sceneggiatura. “Crossing Hennessy” non è un film particolarmente romantico, e del resto la frequenza quasi patologica con cui i personaggi secondari evocano il denaro spegnerebbe qualsiasi ombra di sentimentalismo. Essi, per quanto inquadrati nel genere della commedia, risultano anche sgradevoli, nel loro cinismo e nella loro grettezza; il denaro è il valore principale per la madre di Loy come per il signor Ching, contabile dell’azienda nonché amante della donna (appunto), come per gli zii di Oi-Lin, capaci di umiliarsi per avere un deumidificatore gratis. Nessuno stupore che il primo accenno d’intesa tra Loy e Oi-Lin nasca quando Loy, parlando di romanzi gialli, evoca in maniera scherzosa il matricidio.
Al mondo materialista della madre, fatto di soldi, di interessi e di rendite che piegano persino le passioni amorose, Loy preferisce il mondo dei sogni, un mondo in cui il padre, mite e semplice come lui, è ancora vivo e può offrirgli quel cameratismo e quella comprensione che l’invadenza del denaro sta inesorabilmente distruggendo. Ed eccolo lì, pertanto, immusonito, ancora bambino e giocherellone, incapace di crescere perché ingabbiato in un mondo che non gli appartiene, come acutamente lo rappresenta la sua ex durante una session fotografica.

Le chiacchierate al bar con Oi-Lin, a base di tè, dolci e romanzi gialli, forse lo aiuteranno ad uscire dalla gabbia.

Non è perfetta, “Crossing Hennessy”, come pellicola. Rimane la sensazione di qualcosa che non sia stato ben equilibrato o ben messo al fuoco. Ed è evidente quanto il gruppo di personaggi che afferisce a Loy sia stato caratterizzato molto meglio di quelli relativi a Oi-Lin, abbozzati lievemente e in maniera blanda, ad eccezione di Xu, villain suo malgrado e personaggio forse tra i più simpatici (in senso etimologico) allo spettatore, merito anche della bella interpretazione di Andy On.

Ma il modo in cui la scrittura a volte rimargina le cuciture della storia evitando quelle pieghe banali proprie del cinema mainstream, e le interpretazioni valide dell’intero cast (anche della madre di Loy, Bau Hei-Jing, del signor Ching, Danny Lee, e dell’adorabile zia, Mimi Chu – Asaka è di parte, ha un debole per le zie), lo rendono un film godibile e non banale.

 

La mia valutazione:

[rating=7]

 

Per approfondire:

Recensione di Kozo (in inglese)

– Sottotitoli italiani e immagini su AsianWorld

 

 

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

4 commenti

  • Carmen

    L’ho visto su AW e mi attira non poco!
    Molto bella la tua rece.
    Credo che lo pubblicizzerò anche sul nostro forum!

  • Asaka

    Grazie Carmen…
    però prima vedilo… ho idea che sia il tipo di sceneggiatura che distruggeresti in due nanosecondi :mrgreen:

    Lo sai che ho un timore reverenziale delle tue opinioni 😆
    Scherzo ♥

    PS: ho avuto qualche problemino ad abituarmi al cantonese… qualcosa mi dice che puoi capirmi 😉

  • Carmen

    No, perché? T_T XD
    Son mica della schiera di critici cinematografici, dopotutto. XD

    Sì, ti capisco eccome. E il cantonese è il cinese “bello”.
    Ti lascio solo immaginare quello del nord… sembra che a parlare sia un tedesco arrabbiato. Una roba tremenda. XD

    • Asaka

      Comunque devo dirti che lo spaesamento linguistico è durato poco… in effetti mi ci sono abituata presto (le altre volte che ho visto film in cantonese o mandarino ho avuto bisogno di più tempo per entrare in sintonia con la lingua).

      Son mica della schiera di critici cinematografici, dopotutto. XD

      Di quelli non mi curo… mi fido di più del tuo giudizio 😉

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