Cinema

“Close Encounters of the Third Kind”, ancora Spielberg…

A quanto pare la mia memoria non è ancora completamente bruciata (anche se sta sulla buona strada).
Ricapitoliamo la vicenda: per colpa del continuo parlare di alieni da parte di certa gente, Asaka ha dovuto rivedere “E.T. the Extra-Terrestrial”. Poi, di nuovo per colpa di E.T., Asaka ha dovuto riconsiderare il suo rapporto di amore/odio verso Steven Spielberg, riassumibile con i versi di Ovidio “Ti odierò se potrò; altrimenti, ti amerò mio malgrado”; e infine, sempre per colpa del solito E.T., Asaka è stata costretta da sé stessa a rivedere “Close encounters of the Third Kind”. Come si sarà compreso, Asaka è nella fase del “ti amerò mio malgrado”.
“E.T.” e “Close Encounters…” sono due film complementari, uniti dalla stessa poetica del meraviglioso che esalta il cinema di Spielberg nei suoi momenti più convincenti. Realizzati a soli cinque anni di distanza (“Close Encounters” è del 1977, “E.T.” è del 1982), entrambi parlano dell’incontro tra l’umanità e altre intelligenze, soffermandosi sul tema dell’infanzia e su quello della ricerca del sé, fili rossi che legano le due pellicole altrimenti diverse per stile e per genere.
“E.T.” è una storia intima dal tono elegiaco sotto le vesti di una commedia fantasy.
“Close Encounters” evoca la minaccia dell’altro, dell’alieno, ma anche l’irresistibile attrazione esercitata da ciò che non si conosce. A differenza del film successivo, in cui Elliott ed E.T. dominavano la scena, questa pellicola è quasi corale nell’intrecciare le storie dello scienziato francese Lacombe, della giovane madre Jillian e del felice padre di famiglia Roy. Attorno a loro si muovono altri personaggi senza nome, curiosi, spaventati, affascinati; passano come una meteora senza lasciare altra traccia se non il senso di stupore e di fascinazione magnetica nei confronti delle misteriose luci che appaiono nel cielo, necessario sfondo umano su cui si muovono i tre protagonisti (sarebbero di più, ma il piccolo Barry e la famiglia di Roy ad un certo punto escono di scena travolti dagli eventi).

Basterebbe la presenza di François Truffaut (o Francois Truffaut, come riportato nei credits del film) a rendere obbligatoria la visione di “Close Encounters”, unico film non diretto da lui in cui appare in veste di attore (se si esclude la non accreditata e fulminea apparizione in “Le coup du berger” di Jacques Rivette). Il grande cinefilo nelle sue apparizioni oltre la cinepresa non fa che replicare un unico eterno ruolo, quello dell’uomo che ama. Cambia la declinazione dell’oggetto del suo amore, ma lo sguardo carico di umanità di Truffaut lo rende insostituibile nei panni del dottor Itard come in quelli di Claude Lacombe, lo scienziato che scopre nel deserto di Sonora alcuni aerei militari di cui si erano perse le tracce durante la seconda guerra mondiale e ora misteriosamente riapparsi. È un filantropo Lacombe, come doveva esserlo il suo interprete. In lui razionalità, curiosità ed empatia verso l’altro si bilanciano, ed è l’empatia a fargli chiedere, dopo aver guardato negli occhi disperati di Roy, che cosa stia cercando. Ed è l’empatia a fargli comprendere quale sia lo straordinario destino di Roy ed a fargli pronunciare la battuta più bella dell’intero film, “Io la invidio”. Ma del suo intervento a favore di Roy non ci sarebbe nemmeno bisogno… Roy è l’eletto, l’anima scelta e acclamata dagli alieni del film che lo accolgono e lo conducono festanti nella loro nave spaziale abbracciandolo come un fratello. Roy è indubbiamente il protagonista del film, investito dall’esperienza aliena in una maniera talmente sconvolgente da diventare ossessionato da qualcosa che nemmeno lui conosce, un’ossessione che gli fa perdere il lavoro, la famiglia, la razionalità, e tutto ciò che fino ad allora era stata la sua vita. Roy prova sollievo alla follia che lo invade solo incontrando Jillian, il cui figlioletto Barry è stato rapito dagli alieni in una scena magnifica per tensione ed orchestrazione filmica. Eppure Jillian, nonostante la perdita del figlio, disperatamente difeso fino alla fine, non riesce suo malgrado a non essere attratta dalle stesse immagini e dalle stesse ansie di conoscenza che hanno travolto Roy, in una sorta di innamoramento folle e ineluttabile a cui non si può resistere; ed è in fondo il pensiero di questa travolgente attrazione che colma quello strano gap di sceneggiatura, forse voluto, per cui Jillian non teme mai per la sorte di Barry dopo il rapimento, pur avvertendone la mancanza. Nonostante per tutto il film il regista abbia giocato con lo spettatore al gatto e al topo, infatti, caricando di tensione e ambiguità molti passaggi del film, non vi sono dubbi che i suoi siano sempre alieni venuti in pace e amicizia, come alla fine si rivelano chiaramente (infatti uno dei miei diavoletti continuava a suggerirmi l’analoga scena di Mars Attacks in cui il folletto dark Tim Burton si diverte a parodiare il buonismo spielberghiano). Anche se questa venuta in pace ha portato scompiglio nelle vite di tante persone (magistrali le scene drammatiche in cui si sfalda la famiglia di Roy, viste tramite lo sguardo del figlio maggiore, testimonianza dell’attenzione del regista verso i bambini e il loro mondo interiore).

La storia semplice ma coinvolgente, i numerosi cambi di registro e le interpretazioni di Truffaut e Dreyfuss, oltre che la caratterizzazione dei loro personaggi, rendono “Close Encounters of the Third Kind” uno dei più bei film di Spielberg oltre che un classico del cinema di tutti i tempi.

Asaka è contenta di essersi ricordata bene talune scene basilari del film; l’ospizio è rimandato a data da destinarsi! :mrgreen:

 

La mia valutazione:

[rating=9]

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

2 Comments

  • Altair

    “Certa gente”, per colpa di Asaka, ha già recuperato il primo dei due film spielberghiani citati ed ora sarà ineluttabilmente costretta a recuperare anche quello oggetto di questa recensione, visto che ricorda solo il finale.

    Certa Gente, approfitta dell’occasione per salutare distintamente.

    =P

    • Asaka

      Si direbbe quasi che Lei si senta chiamata direttamente in causa… Non Le sembra di essere un po’ troppo egocentrica? 😛

      Ricambio i distinti saluti, pregandoLa di non lasciarSi plagiare da aggettivi ed avverbi ineluttabilmente utilizzati dalla Sottoscritta.

      P.S. Finalmente un argomento su cui la memoria di “Certa Gente” vacilla più di quella di Asaka! XDD

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