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“Claudine a scuola”, di Colette (1900)

Nell’anno 1900 viene dato alle stampe “Claudine à l’école”, sotto la firma di un fantomatico Willy. È l’inizio della carriera letteraria di Sidonie-Gabrielle Colette, scrittrice che dovrà la propria fortuna ad un’arte che fa il paio con una vita intensa e piena di esperienze, spesso scandalose. Colette aveva scritto questo romanzo ad appena 22 anni. Sposata ad un uomo più grande di lei, Henry Gauthier-Villars, scrittore che pubblicava sotto pseudonimo opere che spesso non aveva composto nemmeno di proprio pugno, Colette deve attendere cinque anni prima che il suo libro sia finalmente stampato, anche se, come si può immaginare, il suo nome nella prima edizione non comparve: “Willy” è uno degli pseudonimi di Gauthier-Villars, il marito di Colette, che si attribuirà pertanto la composizione del romanzo, almeno in prima battuta. Solo successivamente apparirà anche il nome della scrittrice nell’attribuzione dell’opera. Frattanto il matrimonio con Willy era naufragato, essendo Colette solo agli inizi della sua intensissima vita.

C’è forse un’età ideale per leggere “Claudine a scuola”; l’adolescenza. Non perché il romanzo sia una acuta trasposizione sulla carta dell’età difficile; non è un precoce “Catcher in the rye” e non ambisce certo ad essere tale tipo di letteratura. Anzi, il romanzo si inserisce nel filone della letteratura popolare e commerciale, e lo zampino di Willy ha certamente reso l’operazione più salace e stuzzicante di quanto forse la penna di Colette l’avesse immaginata nella prima stesura (purtroppo andata perduta). Ma la freschezza con cui questa scapestrata ragazzina attraversa i suoi scolastici tra scherzi e scandali ha una genuinità che colpisce il lettore e lo avvince, facendo di questo libro qualcosa in più di un semplice prodotto confezionato per vendere. Probabilmente molto ha giocato anche l’influsso autobiografico; Claudine è una quindicenne del Fresnois che vive tra i boschi e i monti di Montigny, orfana di madre, con un padre distratto e in una famiglia benestante nonostante l’ambiente umile di Montigny. Probabilmente qualche punto di contatto con la storia di Colette esisteva, forse anche l’esperienza di scolara brillante tra compagne meno abituate alla cultura, o fors’anche quel cameratismo e quella vivacità propri degli anni di scuola che Colette, nell’atto di scrivere il romanzo, aveva in fondo ben freschi. Di fatto Colette riesce a trasporre la vita scolastica di Claudine, perché essenzialmente di quella si parla nel libro, e del suo gruppo di compagne, creando dei personaggi poco sfaccettati ma certo indimenticabili: la maligna e gialla Anaïs, la sciocca e fresca Marie, le due insopportabili Jaubert, e soprattutto le due insegnanti, la lady di ferro signorina Sergent e la signorina Aimée Lanthenay.

Non si vuole privare il lettore del divertimento della lettura, ma non si danneggia alcunché anticipando ciò che Claudine ci rivela dopo poche pagine: il suo cuore “non ragiona”, e la vicinanza della nuova timida insegnante Aimée Lanthenay la scombussola e la emoziona. Ciò che turba la quindicenne, abituata a leggere libri e riviste da adulti che il padre le lascia comprare e sfogliare senza porsi il problema, non è l’amare una persona del suo stesso sesso, ma è l’amore in sé, con il groviglio di dolore, desiderio e agitazione che esso comporta. E così sarà anche quando le vicende dell’allegra scuola di Montigny diverranno sempre più salaci e piccanti, qualcosa di cui si poteva forse scandalizzare il lettore dell’epoca ma non certo le giovinette protagoniste del romanzo, che assistono agli amori tra le insegnanti e agli scandali di paese con una malizia che tuttavia ha la concretezza e la quotidianità dell’innocenza. Chiuse nel loro paesino provinciale, circondato dai boschi e dalla natura, le ragazzine del romanzo vivono con naturalezza le esperienze con cui Colette e Willy speravano di stuzzicare il pubblico di lettori borghesi, e, lungi dall’esserne sconvolte, ne ridono con la malizia e l’allegria dei loro quindici anni.

Nel gruppo di ragazze certamente Claudine è l’unico vero personaggio che, in quanto protagonista, è sfaccettato con un certo rilievo. Alta e bella, giovinetta sulla soglia di diventare donna, curiosa e intelligente, pronta di spirito e di acume, avida lettrice e pigra studentessa, Claudine si perde per ore e giorni intere nei suoi amatissimi boschi, per vivere i quali non ha voluto lasciare la sua scuola di campagna e godere di un’educazione migliore. La dimensione naturale e il rapporto con questi boschi vivi e selvatici, in cui in fondo Claudine ritrova sé stessa, hanno un rilievo non indifferente nella storia di questa ragazzina che più volte cerca ristoro da una latente noia di vivere tra i boschi, e che soffre al pensiero di abbandonare il Fresnois e le sue bellezze naturali. Perché in fondo Claudine è tutta qui: una ragazzetta che si comporta da impertinente ma non è che una falsa sfacciata che teme al pensiero di ritrovarsi sola con un uomo imprevedibile e che si tuffa come una disperata in cortile a giocare alle compagne soffrendo, come qualunque ragazzetta, di una delusione amorosa che rimane lì, latente, a impedirle di vivere una nuova possibilità sentimentale. Claudine è la scolara insolente che risponde alla sua insegnante con doppi sensi e provocazioni, e detta alle compagne poesie surrealistiche facendole passare per brani molto divertenti, ma è anche l’adolescente che non dorme la notte per il turbamento sentimentale e che si agita irrequieta nei suoi quindici anni, in fondo più sola di quanto vorrebbe.

Ed è così che Colette ha costruito un personaggio in fondo innocente e fresco, irresistibile e vivo, come la lingua che la scrittrice ventiduenne mostra già di saper padroneggiare, e che la traduzione da me più amata, quella di Gianni Rogardi per una vecchia edizione economica della Newton Compton, valorizza esaltandone il gusto pieno e saporito. Si rimpiangono quelle forzature salaci imputabili probabilmente agli interventi di Willy, e ci si chiede come fosse la storia originale.

Il successo di “Claudine à l’école” è tale che il romanzo avrà ben tre seguiti (“Claudine a Parigi”, “Claudine sposata”, “Claudine se ne va”), ma quell’inizio tra i banchi maleodoranti della scuola, tra istitutrici che si baciano e ispettori che controllano le fessure, rimane il lavoro migliore del ciclo di Claudine, nonché l’esordio indimenticabile di una scrittrice la cui vita è un romanzo e i cui romanzi agguantano la vita.

 

Mi chiamo Claudine e abito a Montigny, dove sono nata nel 1884; ma probabilmente non ci morrò.

 

 

 

La mia valutazione: 8/10

 

Published in Libri

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