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Charlot alle elezioni 2013

I film muti di Charlie Chaplin, da me amatissimi sin da quando ero ragazzina, fanno capolino nella mia mente disordinata da molto tempo. Non riesco a non pensare ad un parallelo tra i nostri tempi e quelli vissuti dall’omino vagabondo Charlot. Charlot era un ribelle; uno fuori dal sistema. Simpatizzava con poche anime affini alla sua, ma nelle grandi masse non ci si è mai riconosciuto. Certo, dovendo scegliere, meglio essere in compagnia dei disoccupati che agitano bandiere rosse reclamando il lavoro. Anche se, a volte, suvvia, capita di avere un moto di intesa anche con il nemico, anche con il poliziotto che lo insegue perché ha capito il giochetto del monello che prende a sassate le finestre e dell’omino vagabondo e vetraio che casualmente si trova a passare da quelle parti.

Tempi duri, quelli vissuti dal vagabondo. Tempi di recessione post-crollo di Wall Street. Ma a ben guardare, anche l’America raccontata in “Il monello”, del 1921, non era poi così rosea. Le autorità e i servizi pubblici sono invasivi e repressivi, e il nostro Charlot deve correre sui tetti per recuperare quel figlio putativo che lo Stato gli vuole togliere. Poi irrompe la crisi del ’29, e lo Stato rappresentato da Chaplin assume ancora di più le fattezze oppressive e repressive; l’indigente, il malato, il lavoratore e il disoccupato sono ancora più soli. La fioraia cieca di “City Lights” vive con l’anziana e rassegnata nonnina. La dolce nonnina scuote la testa preoccupata, prima ancora che per il futuro della sua amata nipote (destinata alla solitudine e alla povertà e al buio perpetuo), per il presente, per cosa mangiare quotidianamente e come pagare l’affitto per evitare lo sfratto. La nipote vende fiori all’angolo della strada, tra l’indifferenza generale, e potrebbe recuperare la vista, se solo potesse permettersi l’intervento. Ma allora come oggi, la salute è oggetto di mercificazione. Charlot allora si mette in testa di trovare quel denaro. Gli tocca cercar lavoro, a volte anche non legale; epopea lavorativa che anticipa la flessibilità moderna, dove per flessibilità di intende quel delicato eufemismo dei concetti di precarietà, disoccupazione, ricattabilità, frustrazione e povertà. Il finale della vicenda non ve lo dico, è celeberrimo.

Poi in “Modern Times”, nonostante gli sforzi di Roosevelt e il varo del suo New Deal (che tanto mi piacerebbe sperimentare in codesto periodo attuale), il nostro Charlot perde il lavoro. Ha osato impazzire lasciandosi ingoiare dagli ingranaggi della catena di montaggio. Perfetta esemplificazione dell’alienazione lavorativa, sulla cui sponda attuale preferisco ora non soffermarmi perché altrimenti questo post diverrebbe un papiro veterotestamentario. Gli accadono tante altre cose, e chi dovrebbe difendere i lavoratori/disoccupati non ci fa sempre una splendida figura, come non l’ha fatta ieri all’assemblea sindacale a cui, ostinatamente, ho partecipato e da cui sono uscita nauseata e desiderosa di stracciare di nuovo la mia tessera sindacale, se solo non l’avessi già fatto tre anni fa.

E dunque io ora mi chiedo: chi voterebbe Charlot, se domenica dovesse andare al voto? La domanda è stupida, perché la risposta è ovvia: Charlot non voterebbe, non per scelta, ma perché totalmente fuori dal sistema, privo di identità per lo Stato, privo di documenti. Fuori dal sistema perché ignorato, ma in questa sua solitudine sa affrontare le difficoltà, sa difendersi, sa trovare e offrire solidarietà. E forse riesce a fare il bene molto più di chi invece del sistema fa parte e ne è involontariamente vittima e succube. Ed io inizio a domandarmi se la vera sfida di oggi sia rifiutarlo in toto quel sistema, cosa che richiede maggior coraggio di quanto attualmente io possieda.

La questione rimane dunque irrisolta; chi voterò domenica? Ma soprattutto, ha davvero senso votare sapendo che ogni scelta (e dico ogni, e sono convinta di quello che sto affermando) confluirà nel medesimo calderone fintamente tecnico? Dare il mio consenso a chi vuole sottomettere la mia vita e la mia persona non è una cosa che intendo fare. Dalla sindrome di Stoccolma non sono ancora affetta. Ma mi tocca prendere atto che quella di domenica sarà una scelta fittizia, giacché non esiste alcuna scelta. Persino i miei cinque diavoletti, al cui consiglio sto disperatamente ricorrendo in questi giorni, si guardano perplessi e tacciono. Questa situazione è troppo anche per loro.

Non ho la più pallida idea di cosa farò, ma se avete qualche idea geniale, vi prego, condividetela.

 

PS: Il mio amore per Charlie Chaplin mi fa sentire in difetto nel parlare in maniera così disinvolta delle sue pellicole. So che meriterebbe recensioni ben più serie e articolate, e mi riprometto di scriverle, quando avrò l’occasione di rivedere le sue opere.

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

4 Comments

  • Alice

    Mi sono ripromessa anch’io di riguardare le pellicole di Charlie Chaplin. Ci sono delle immagini che sono rimaste impresse nella mia memoria, indelebili. Come la tristezza e la gioia della fioraia o come la scena della catena di montaggio che fa sorridere e riflettere allo stesso tempo.
    Per quanto riguarda domenica, sono due notti che faccio sogni strani. Non so cosa aspettarmi e sono seriamente preoccupata. Ci vorrà tanto coraggio, ci sarà tanto da fare. Spero che chi va al governo sia, almeno, in buona fede. Speriamo bene.

    • Asaka

      Io amai per prima la scena di “The Kid” in cui Charlot corre sui tetti per precedere i servizi sociali. Da ragazzina ero drogata dei film di Chaplin, li ho visti tante di quelle volte da consumare la vhs su cui erano registrati. Era veramente un grande, sebbene attualmente trascurato… mi spiace che l’aggettivo “chapliniano” sia associato ad un certo buonismo sempliciotto e vetusto, come è stato di quest’altro splendido film.
      Sul voto di oggi e domani, ho così tanto nero nei miei pensieri che preferisco non esprimermi. 🙁

  • Alice

    Ecco, adesso oltre a rintracciare i film di Chaplin, devo trovare anche Le Havre! Come non farlo dopo aver letto la tua stupenda recensione?

    • Asaka

      Non è la mia recensione, è il film ad essere bellissimo ♥
      Se lo vedi, mi fai sapere cosa ne pensi?
      A presto!

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