Animazione,  Da provare almeno una volta nella vita,  Fumetti

“I got a rock”… Charles M. Schulz e le sue “noccioline”

Giorni fa ero impegnata con alcuni amici in una faticosa disputa su chi, tra di noi, se la passi peggio. Naturalmente era una questione d’onore detenere il primato schiacciante sui concorrenti. Così, mentre enumeravamo con voce lamentosa le varie sfortune che ci colpiscono (ebbene sì, è a questi passatempi che si dedica la plebe mentre l’imperatore manda a fuoco il Circo Massimo), a furia di udire la mia querula voce ripetere “A me è successo questo… A me è successo quest’altro…”,  sentivo la rassomiglianza con qualcosa, con una certa voce lamentosa…

“Io un sasso…”

Povero Charlie Brown che ogni notte di Halloween girava le case con gli amichetti nella speranza di raccogliere dolci, e invece, quando arrivava il suo turno di contare il bottino, si ritrovava sempre e solo sassi! Una scena mitica per ogni fan dei Peanuts di Charles M. Schulz.

Il mio amore per i Peanuts è iniziato vedendo su Junior TV i cartoni animati tratti dalle tavole di Schulz. Dei fumetti ancora non potevo sapere data la mia tenera età, e del resto le librerie erano ancora posti inaccessibili per le finanze famigliari (non che ora vada molto meglio, considerato che entrare in una libreria equivale ad entrare in una gioielleria, quanto a prezzi). E comunque i cartoni già erano meritevoli di loro: essendo pedissequi al fumetto, ed essendo stati doppiati in italiano da voci giovanili ma non infantili, il piacere di seguirli divenne presto una droga (a onor del vero va detto che una delle stagioni lasciava un po’ a desiderare quanto a character design e animazione, ma non facciamo i pedanti e andiamo avanti). Le splendide musiche di Vince Guaraldi davano quel tocco in più che compensava la perdita della raffinatezza delle tavole; pare facile disegnare pupazzetti così semplici e disadorni, ma quella tavola bianca non prende vita se i pochi segni tracciati su di essa non conoscono lo studio delle forme e quello degli uomini – anatomico e filosofico. E le tavole di Schulz sono tra le più ricche di vita che abbia mai letto.
Il 14 febbraio del 2000 ero intrattabile. A scuola non volevo parlare con nessuno e volevo che nessuno mi parlasse. La mia compagna di banco si rassegnò a condividere lo spazio con una mummia. Il giorno prima si era diffusa la notizia della scomparsa di Schulz, ed io provavo un vuoto che non riuscivo a spiegarmi. Scoprii più tardi di non essere stata l’unica ad avere quella reazione.
I suoi personaggi divennero un merchandising non indifferente, e a ondate cicliche, da almeno trent’anni, i pubblicitari sfruttano l’immagine di Charlie Brown e co. per creare gadget e campagne pubblicitarie. Non so fino a che punto Schulz condividesse questa politica; magari non gli dava fastidio minimamente, ma vi confesso che a me Snoopy in versione Flashbeagle causava sempre un certo imbarazzo, anche quando avevo otto anni. E proprio Snoopy è forse il personaggio più amato e celebre della serie, il più usato e riprodotto; il più iconografico. E invece per me Snoopy era tra i meno favoriti; era simpatico, certo, e lo adoravo mentre combatteva con la macchina da scrivere e con l’ispirazione, seduto sulla sua cuccia dal tetto rosso; mentre riusciva a rendere celebre un incipit che Edward Bulwer-Lytton aveva composto oltre un secolo prima nella quasi totale indifferenza (It was a dark and stormy night).

Ma se mi permettete non c’è storia con (segue lista dei miei personaggi preferiti in ordine rigorosamente crescente):

5- Linus: il filosofo erudito del gruppo. Colui che ne sa quante ne saprebbe Matusalemme se avesse speso i suoi 969 anni a studiare l’Enciclopedia. Uno che quando è disteso a guardare il cielo, nelle nuvole vede rappresentato un dettaglio della Cappella Sistina michelangiolesca (Charlie Brown, che è invece molto più terra terra, ci vede un cavallino). Uno che ha la purezza di credere in qualcosa che tutti negano esista (The Great Pumpkin), ma che è anche maestro nel distruggere con la sua pedanteria le poche sicurezze  di chi gli sta intorno. Ed evito ovviamente di parlare della celeberrima coperta, che aggiunge al tutto una luce a dir poco freudiana.

4 – Marcie: simbolo della fedeltà femminile in amicizia che nemmeno Oreste e Pilade nel mito greco. Personaggio secondario, per alcuni solo spalla del suo “Sir”, come si ostina a chiamare l’amica inseparabile Peppermint Patty, di cui è la controparte intelligente. La mente, possiamo dire. E Marcie lo sa, non è tanto cieca nel suo affetto da non accorgersene (a volte se ne approfitta pure, ammettiamolo). Eppure quando Patty si strugge per l’amore non corrisposto verso il suo Ciccio, lei c’è. E quando a Patty arriva la solita pagella con tutti 2, lei c’è. E quando Patty è tra le braccia di Morfeo con la testa sbattuta sul banco in piena lezione, lei è sempre lì pronta a svegliarla. Per non parlare poi delle battutine sarcastiche che infila tra una devozione e l’altra al suo amato “capo”. Insomma, personaggio secondario un corno.

3 – Peppermint Patty: se Marcie è la mente, Patty è il braccio; e che braccio: ace e capitano della sua squadra di baseball, quando è sulla pedana del “diamante” nessun battitore ha speranze. In compenso, quando è tra i banchi di scuola, la maestra ha ancora meno speranze dei battitori. Nonostante l’aspetto da “tomboy”, maschiaccio in sandali e parlata non proprio femminile, a Patty sono dedicate alcune delle più belle e significative vignette che Schulz abbia mai creato. Amo particolarmente quelle in cui parla del padre, che la definisce “la sua perla preziosa”, o quelle in cui cerca di catturare con le parole gli attimi di felicità vissuti con il suo Ciccio Brown, e ricordo in maniera indelebile una sua battuta:

“I need to talk to someone who knows what it’s like to feel like a fool”.

2 – Lucy: la sorella rompiscatole, attaccabrighe, vanesia, insopportabile, ignorante, scorbutica, di Linus. Impossibile però trovarla antipatica: Lucy è la ribelle del gruppo, quella che mentre tutti filosofeggiano, tenta di imporre il proprio diverso modo di essere. Alla sua maniera, naturalmente. Guai a incappare in lei quando si sente scorbutica (cioè 6 giorni su 7); con altre amiche in fase misantropica indice addirittura gli “scorbo-raduni”. Ma ovviamente la scena cult è quella, celeberrima, di lei che, dietro il banchetto, dispensa consigli di vita di un pragmatismo invidiabile al povero Charlie Brown. Five cents, please. Impossibili da narrare le scene in cui decide, sempre in veste di coach life del solito Charlie Brown, di mostrargli i suoi difetti uno ad uno tramite diapositive (!). Lui ovviamente ne esce sconvolto.
A volte anche Lucy sembra avere uno spiraglio di sentimento, ma per fortuna questi momenti durano poco: la nostra ribelle si ricompone sempre e torna a prendere la sua posa arcigna e a mandare di gambe all’aria tutti quelli che osano rovinare il suo mood scorbutico. Un modello di vita.

1 – Il podio ovviamente è suo: Charlie Brown. All’inizio della serie era il saccente del gruppo, quello che, quando gli altri bambini lo rincorrevano per picchiarlo, all’improvviso si fermava e ne usciva improvvisando un dibattito. Col tempo questa caratteristica del personaggio si trasferisce a Linus, anche se Charlie Brown mantiene la sua aria da saputello (perlomeno con i personaggi con cui sa di poterla spuntare). Ma decisamente prevalgono i momenti in cui il nostro Chuck, come lo chiama Patty, fa tenerezza, essendo il capro espiatorio del gruppo; quello a cui Lucy sottrae sempre la palla da rugby; quello che non ha speranze di vincere una sola partita di baseball, anche perché è l’unico della squadra a tenerci (mitiche le appassionate discussioni improvvisate tra un lancio e l’altro da Lucy e co. sul concetto di morale o sulla trasformazione del panorama urbano, mentre Charlie Brown cerca disperatamente di far continuare la partita). Quello che a Natale è sopraffatto di tristezza per lo spirito consumistico imperante. Quello che si sente in colpa anche lanciando una pietra in mare. Quello che, la notte di Halloween, colleziona solo sassi (clip).

Charlie Brown è uno di noi; perdente in partenza ma testardo da continuare a provare a calciare una palla che Lucy sicuramente gli toglierà all’ultimo momento.
E ogni “Peanuts” è uno di noi. Chiunque li abbia amati ha una propria “nocciolina” preferita, e sa di riconoscersi anche nelle altre. È la grandezza di un fumettista che guardava all’uomo con straordinario acume.
Io mi rivedo tanto in Charlie Brown e in Peppermint Patty, ma aspiro a trasformarmi in Lucy (in fondo, vedo un certo fil rouge tra lei e Zazie).
E voi? Che Peanuts siete?

 

 

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

3 Comments

  • fabiojappo

    Carino questo post ! Io mai stato a dire il vero particolare fan, avendo sangue giapponese mi sono permesso solo rare fan-incursioni (tipo La famiglia Mezil…) in fumetti e animazioni altre ahahahhah
    Mi permetto di segnalarti un libro che mi è capitato tra le mani, in redazione, sarà un anno e mezzo fa: “Piccola storia dei Peanuts. Le strisce più famose d’America tra arte, cultura e linguaggio” http://www.ibs.it/code/9788860364777/bassano-di-tufillo-simon/piccola-storia-dei.html

    • Asaka

      Ho sangue giapponese anche io…ma i Peanuts fanno storia a parte, sono al di sopra!
      Libri sui Peanuts ne ho letti diversi, ma alla fine torno sempre alle tavole!
      Grazie per essere passato 🙂

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