Cinema

“Carol”, Todd Haynes (2015)

Si può vedere l’ultimo film di Todd Haynes senza rimanere avvolti dal turbinio di recensioni estatiche con cui è stato presentato? Evidentemente sì, giacché, per quanto possa apparire insolito un commento negativo su “Carol”, chi scrive fa davvero difficoltà a comprendere il rapimento cinefilo che l’opera di Haynes ha scatenato. Partiamo subito con il dire che la visione è stata successiva alla lettura del romanzo di Patricia Highsmith da cui la vicenda è stata tratta (“The Price of Salt”). La premessa è necessaria per giocare a carte scoperte e spiegare che non si tratta della solita diatriba tra libro e riduzione cinematografica, e che la motivazione del giudizio insoddisfacente non risiede nel non aver riscontrato una filologica messa in scena del romanzo della Highsmith; era anzi largamente prevedibile che vi fossero delle rielaborazioni e delle suggestioni diverse. Non si tratterebbe di cinema, altrimenti. Il motivo per cui il film non risulta soddisfacente risiede nel film stesso. Nella sua sceneggiatura; nella sua messa in scena; nella sua mancanza di respiro cinematografico.

Per chi non conoscesse la vicenda, è la storia di due donne che si incontrano e si amano nell’America degli anni ’50. L’una, Carol, sposata e madre di una bambina; l’altra, più giovane, commessa in cerca di identità. Trama potenzialmente esplosiva, dal punto di vista emotivo, e che invece scorre priva di strati e appiattisce i personaggi, in primo luogo quella Carol che, nelle fattezze meravigliose di Cate Blanchett, avrebbe dovuto fare la parte del leone nel rapire gli animi e gli sguardi degli spettatori; e in secondo luogo quella Therese la cui vita dovrebbe essere sconvolta e cambiata – lo dice la locandina del film – dall’incontro con l’elegante protagonista. Una storia di amore, sofferenza e passione, in cui mancano amore, sofferenza e passione. Tutto scorre in maniera prevedibile e rapida, non c’è tormento, manca l’attimo dello sconvolgimento amoroso, la titubanza del desiderio, la tensione del percepire la spinta verso l’altra metà di sé, la paura del salto nell’ignoto. Carol e Therese non sbalzano fuori come figure vive fatte di carne e sangue, ma rimangono statue in posa per lasciarsi ammirare nella loro innegabile bellezza, l’una seduttrice algida, l’altra sedotta e passiva. Il resto dei personaggi è sostanzialmente inesistente, visto che serve solo a mandare avanti il livello narrativo della storia e non ha alcuna rilevanza o spessore psicologico.

Non va molto meglio sul lato della messa in scena e della recitazione, da cui era lecito aspettarsi il punto forte del film. Cate Blanchett e Rooney Mara sono al servizio di una regia che, come detto, le rende belle figure da ammirare ma prive di personalità e anima. La Blanchett è innaturale in quel perpetuo sorriso seducente, in quelle perenni pose da femme fatale; e la Mara mantiene lo sguardo sperduto e i grandi occhi spalancati per l’intero film, ammiccando alla Sabrina di Audrey Hepburn e, come lei, passando da un abbigliamento e un’acconciatura semplici ad una mise più sofisticata. Attrici al servizio di una regia che non riesce a far incendiare il melodramma; Douglas Sirk era un’altra storia, un altro sguardo, nonostante il suo nome sia perennemente scomodato ad ogni nuovo film di Haynes. I pochi momenti intensi di “Carol” sono il primo sguardo all’interno di un grande magazzino, le emozioni trattenute durante una esecuzione di pianoforte o una telefonata. Il resto sono scene patinate e prive di pathos (la scena d’amore), prevedibilità da serial televisivo non lynchano, dialoghi sterili quando non al limite del ridicolo (“Ci siamo regalati Rindy…”). Certo la ricostruzione degli ambienti e delle atmosfere è attenta, a volte maniacale, ma ciò non basta a dare cuore al film, né basta a dare respiro cinematografico ad un pellicola in cui, sin dall’inizio, più volte sembra di vedere attori muoversi su un set anziché volti e corpi vivere e soffrire. Il rimpianto è per la fotografia del film, su cui sin dall’inizio Haynes sembra puntare per rileggere la storia interpretandola come un gioco di messe a fuoco che avvicinano o allontanano le protagoniste tra loro e da loro stesse. Idea interessante (non a caso Therese nel film è appassionata di fotografia) ma non adeguatamente supportata da una struttura cinematografica tale da renderla metafora profonda e vivida della crescita, della perdita, della vita.

Davvero dunque dobbiamo considerare “Carol” un capolavoro perché un regista considerato autore a Hollywood ha girato una storia d’amore lesbico interpretata da stelle del cinema? Anziché un trionfo di sguardi, tensioni ed emozioni, pare un trionfo dell’ipocrisia politically correct che impone alla critica cinematografica di andare in estasi per un prodotto che difficilmente avrebbe potuto essere più artefatto e costruito su misura. Il sospetto che vi sia un’inconscia (si spera) rimozione del senso critico dinanzi ad un tema molto sentito dalle attuali sedicenti sinistre è forte. Sarebbe forse il caso di far presente che il vero rispetto (quello autentico, non di facciata) non passa per l’esaltazione acritica, ma per la realizzazione di opere fatte di vita ed emozioni, di arte e di cinema. Ciò che in “Carol” manca del tutto.

 

La mia valutazione: 5/10

 

“Carol”, di Todd Haynes

UK/USA 2015. 118′

Sceneggiatura: Phillys Nagy

Soggetto: Patricia Highsmith (dal romanzo “The Price of the Salt”)

Con Cate Blanchett, Rooney Mara, Sarah Paulson, Kyle Chandler.

Specialista in Nullafacenza e critica ai Massimi Sistemi Inesistenti, maestra di Gattopardismo italiano nonché Essere in cui Accidia ed Ignavia si concentrano con rara perfezione e comunione, Asaka scrive mentre il dottor R, tra un amaretto al pistacchio e una caramella alla liquirizia, arrotonda lo stipendio come centralinista del 15** e tormenta il proprio cuscino (il quale ne è certamente contrariato).

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